giovedì 24 dicembre 2009

Da "Berlusconi, non dire cazzate!" alle linguacce per le cazzate dette da Silvio Berlusconi: Corte di Cassazione e diritto sociale


Si tratta di una serie di sentenze con le quali la Corte di Cassazione separa il giudizio delle persone su azioni o affermazioni di un loro “pari grado” o nei confronti di “un superiore sociale”, da quei giudizi, che, invece, sono legati allo svilimento o all’offesa alle persone.
Nella società ci sono due ordini di resistenze ai valori Costituzionali ed entrambi hanno la loro origine nel cattolicesimo. La prima è la confusione dell’uso dei vocaboli. Non si è ancora compreso che alcuni vocaboli che, astrattamente, potrebbero suonare come delle offese sono in realtà sintesi contingente di critica o di reazione ad azioni o ad affermazioni avvertite come offensive. La seconda è l’incapacità di comprendere come l’individuo socialmente più forte, come il direttore di un ufficio, deve mantenere un atteggiamento rispettoso nei confronti del dipendente e che il dipendente, quando reagisce con impropri ad ordini del direttore, anche se scortese o maleducato, ha il diritto di reagire a ordini che o a direttive che ritiene offensive o lesive. Il direttore non può fare altrettanto, perché non subisce ordini dal sottoposto: è l’atteggiamento del cittadino in contrapposizione a quello di suddito. La Corte di Cassazione sta cercando di modificare i comportamenti degli italiani affinché siano più vicini alla morale Costituzionale e si allontanino dalla morale cattolica che, invece, al contrario, impone sottomissione e deferenza illegittima.
Riporto l’articolo dal Corriere del Veneto:



la sentenza
«Dici cazzate». E finiscono a processo

Ma per la Cassazione non c'è reato

L'espressione non fu usata «per indicarne la pochezza come persona»: assolto in terzo grado un 31enne di Dolo, denunciato da un avvocato dopo una lite per il posto auto

ROMA - È «volgare e irrispettoso» ma dire a qualcuno che quello che dice sono «cazzate» non costituisce reato. Lo sottolinea la Cassazione - con la sentenza 49423 - sdoganando dall’area del penalmente rilevante un’altra espressione entrata ormai a far parte del lessico corrente. In particolare, la Suprema Corte ha confermato l’assoluzione dal reato di ingiuria di Davide S., un giovane veneto di 31 anni che, durante un alterco con un vicino di casa - Giancarlo M. - contrario al divieto di parcheggiare l’auto nel cortile appena decisa dall’assemblea condominiale, aveva detto a suo padre, presente al bisticcio, «papà, andiamo via, abbiamo cose più importanti da fare che ascoltare le sue cazzate» con riferimento alle lamentele del condomino.
Giancarlo M., avvocato, si era risentito per l’uso del vocabolo e aveva denunciato Davide S. accusandolo anche di aver danneggiato la sua auto posteggiata abusivamente nel cortile. In primo grado, il Tribunale di Dolo aveva condannato Davide S. sia per danneggiamento di vettura che per ingiurie ritenendo che l’espressione in questione fosse offensiva dell’altrui reputazione. La Corte di Appello di Venezia, invece, il due novembre 2005, lo scagionò del tutto. Contro l’assoluzione il vicino offeso ha protestato in Cassazione chiedendo anche il risarcimento dei danni morali. Ma la Suprema Corte gli ha risposto che «è certamente volgare ma non direttamente finalizzata ad offendere una frase rivolta ad altra persona con la quale si indicano come "cazzate" le lamentele formulate da chi chiedeva spiegazioni per fatti illeciti che attribuiva all’autore della frase in oggetto».
Con quel termine Davide S. voleva solo «descrivere le rimostranze altrui come prive di consistenza e immeritevoli di essere ascoltate oltre; non era riferita a chi formulava le rimostranze per indicarne la pochezza come persona». Ora Giancarlo M. dovrà rassegnarsi e pagare le spese processuali del ricorso al Palazzaccio.
23 dicembre 2009
Tratto da:
http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2009/23-dicembre-2009/dici-cazzate-finiscono-processo-ma-la-cassazione-non-c-reato-1602200454440.shtml


Lo stesso discorso la Corte di Cassazione lo ha fatto anche con la sentenza relativa alle “linguacce”. La sentenza della Corte di Cassazione è la n. 48306/2009.
La Corte di Cassazione non censura le linguacce, afferma che anche con i gesti del corpo si possono offendere le persone. Se fai una linguaccia a delle affermazioni ambigue o improprie fatte da un’altra persona, non vieni censurato, perché non lo fai a lui, ma a lui che ha fatto quelle azioni. Che ha fatto quelle affermazioni.
Noi abbiamo una stampa che fa a gara per diffondere notizie ambigue e anziché aiutare i cittadini a comprendere la differenza fra il reagire ad affermazioni e ad azioni intese come offese e, invece, reagire nell’aggredire la persona, l’ambiguità della stampa è finalizzata a impedire ai cittadini di fruire dei loro diritti.
Mentre la Corte di Cassazione agisce per riaffermare i principi Costituzionali nella morale e nelle relazioni fra gli uomini, la stampa e molta magistratura periferica, agisce per riaffermare il diritto della chiesa cattolica di riaffermare la propria morale in antitesi alla morale Costituzionale.

24 dicembre 2009
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo
P.le Parmesan, 8
30175 – Marghera Venezia
Tel. 3277862784
e-mail claudiosimeoni@libero.it

domenica 20 dicembre 2009

Silvio Berlusconi incita all'odio contro le Isituzioni Sacre dell'Italia per ricostruire lo stato fascista e distruggere la Costituzione Italiana.


Ancora Berlusconi e la sua logica criminale.
Se si dice che Berlusconi frequenta minorenni, è perché lo ha fatto ingiuriando, con il suo odio, la stampa che chiedeva spiegazioni!
Se si dice di Berlusconi che è un corruttore di testimoni: è perché lo ha fatto, nel modo più infame e criminale ed è vergognoso che non sia ancora in galera. Il fatto di non essere in galera suscita l’indignazione del paese e la rabbia di persone che hanno una maggiore sensibilità. E’ il delinquere di Silvio Berlusconi e le complicità che a quel delinquere fornisce il razzista Maroni che indigna il paese e non la stampa che denuncia le attività criminali di Silvio Berlusconi.
Se si scrive che Silvio Berlusconi è un mafioso è perché Silvio Berlusconi ha offeso i magistrati non rispondendo alle loro domande sui suoi affari che, alla luce dei crimini di dell’Utri e dello stalliere Mangano (definito da Dell’Utri un eroe) appaiono affari di mafia: a quelle domande il Sig. Silvio Berlusconi era tenuto a rispondere e non ad ingiuriare con il suo odio i cittadini e le istituzioni di questo paese.
Se si dice che Silvio Berlusconi è uno stragista o che comunque può aver avuto un ruolo possibile in quelle stragi è perché ci sono degli elementi che inducono al sospetto. Come induce al sospetto l’aggressione di odio che Silvio Berlusconi ha fatto nei confronti della Costituzione approvando quella porcheria del Lodo Alfano che è stata un’offesa all’Italia e alla Costituzione della Repubblica.
Riporto le farneticazioni criminali di Silvio Berlusconi che suonano come un atto di guerra e di odio alla società italiana:



In un passaggio dell'intervento telefonico Berlusconi ha detto: «Credo che a tutti sia chiaro che se di un presidente del Consiglio si dice che è corruttore di minorenni, un corruttore di testimoni, uno che uccide la libertà di stampa, che è un mafioso o addirittura uno stragista, un tiranno, è chiaro che in qualche mente labile, e purtroppo ce ne sono in giro parecchie, possa sorgere il convincimento che essere tirannicidi e diventarlo vuol dire essere degli eroi nazionali e fare il bene della propria patria e dei propri concittadini e quindi acquisire un merito e una gloria importante». Il Cavaliere ha sottolineato che da quanto avvenuto si deve trarre l'insegnamento di «rispettare» gli avversari politici senza considerarli «nemici».

Tratto da:
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2009/12/berlusconi-manifestazione-verona-solidarieta-tessera-pdl.shtml?uuid=7efec906-ed71-11de-98a1-9db4d6fc530d&DocRulesView=Libero


In un paese normale l’odio di Silvio Berlusconi sarebbe fermato dal comportamento civile, invece abbiamo un criminale che dopo aver fatto crimini feroci in questo paese accusa chi chiede giustizia. E’ l’ennesimo insulto che gli italiani subiscono da questo delinquente che per non farsi processare ha indotto l’intero parlamento a violare la Costituzione della Repubblica inducendo il Capo di Stato a firmare una legge palesemente incostituzionale.
I provvedimenti che Silvio Berlusconi e i suoi parlamentari stanno prendendo appartenono alla ben nota ideologia nazista ed hanno lo stesso valore di un attentato terroristico nei confronti delle Istituzioni Democratiche. Istituzioni che sono sacre e che Berluisconi, per farsi gli affari propri e rapinare i cittadini Italiani, vuole offendere e manipolare a proprio uso.
Berlusconi se l’è fatta con la minorenne Noemi: mica gli italiani!
E’ Berlusconi che ha avuto rapporti con lo spacciatore di cocaina Tarantini: mica gli italiani!
In un paese normale Berlusconi si sarebbe già dimesso e invece continua con il suo feroce odio e il suo disprezzo per i cittadini italiani.
O pensa il Sig. Silvio Berlusconi che incitare all'odio contro Eluana Englaro affermando che con 17 anni di coma poteva avere figli; non è stato un suo criminale incitamento all'odio contro tutti gli italiani? Per Silvio Berlusconi, uomo vuoto e senza morale, le parole non hanno valore; alle orecchie di italiani, che hanno il senso dell'Etica Costituzionale, suonano come ingiurie e offese.
Appare evidente che con questa logica, appena espressa, Berlusconi dà la certezza, se non materiale, ma certamente ideale, di essersi fatto lanciare la statuetta per truffare gli italiani e garantirsi l’impunità all’aggressione alle istituzioni che sta facendo.
Un politico normale, quando farneticava che la crisi economica era solo psicologica, si sarebbe dimesso. Invece Berlusconi ha fatto un milione di disoccupati sbattendosene le palle delle difficoltà del paese e facendosi i cazzi propri (letteralmente) con le prostitute.
Berlusconi ha fatto perdere la faccia agli italiani. Ha sputtanato l'Italia all'estero. Ha fatto perdere di dignità alle istituzioni del paese e continua a deridere gli italiani che questa crisi mette in difficoltà. Silvio Berlusconi è un criminale che usa i soldi per non farsi processare e ricattare i cittadini usando, guarda caso, i magistrati contro chi non ha le sue stesse disponibilità finanziarie.
A Berlusconi andrebbero chiesto di pagare i danni che ha arrecato a questo paese. Un paese che aveva dignità trasformato in un paese di veline e barzellettieri per gli interessi di un miliardario fallito sul piano umano e sul piano morale.
Chi gli ha lanciato la statuetta ha commesso un reato; ma Silvio Berlusconi è il mandante, attraverso il suo odio, di quel lancio. Se così non fosse Silvio Berlusconi accuserebbe il suo aggressore, non accuserebbe la Costituzione della Repubblica (perché di questo si tratta) di avergli lanciato la statuetta.
Non è andata bene la campagna di tesseramento per il Popolo delle Libertà. Un grande fallimento.
Il partito, Popolo delle Libertà è in svendita. Al fallimento.
Un fallimento tale per cui Berlusconi sta tentando di svendere il partito come si fa con un’azienda decotta.

Berlusconi: una tessera sotto l'albero. E intanto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi suggerisce come regalo di Natale ai lettori del Giornale una tessera del Pdl. [...] Suggerendo poi a "tutti gli italiani che amano la libertà",un'idea-regalo particolare: "A voi e a tutti i vostri amici regalate una tessera del Pdl". Il premier ha sottolineato il significato politico dell'iniziativa: "Ci darete più forza per continuare a resistere e a lavorare per il bene di tutti".
(21 dicembre 2009)

Tratto da:
http://www.repubblica.it/2009/10/sezioni/politica/berlusconi-varie-3/auguri-natale/auguri-natale.html


Come un piazzista privo di idee politiche e di progetti politici, che non siano i suoi loschi affari, piazza le tessere del partito Popolo delle Libertà dimostrando come piazzare le tessere del partito Popolo delle Libertà sia esattamente come piazzare pentole, bicchieri, materassi o altri prodotti in vendita sulle reti mediaset. Una volta costituiva scandalo politico far commercio di tessere di un partito politico; ma il Popolo delle Libertà può mettere in atto ogni libertà contro la decenza politica e sociale pur di disarticolare le Isituzioni dell'Italia.
E’ il fallimento del partito di Silvio Berlusconi. Un partito azienda che non sa fare politica, ma sa solo seminare odio contro gli italiani che chiedono al partito “politico” popolo delle Libertà, quali progetti politici ha a parte gli affari privati di Silvio Berlusconi e della sua cerchia di affaristi (come Sacconi e i suoi interessi sui vaccini contro l’influenza).
Senza la statuetta in faccia, Silvio Berlusconi avrebbe avuto parecchia difficoltà a far parlare del suo partito che ormai si presenta solo attraverso portavoce “inginocchiati davanti al padrone”, come hanno imparato nelle parrocchie. Individui che si comportano come “cani che abbaiano” contro gli partiti più attenti alla crisi economica e agli interessi del paese. Una volta, per iscriversi ad un partito, era necessario condividere la linea politica; discutere le idee del partito nella società. Con Silvio Berlusconi la politica è ridotta alla vagina e alle tette delle veline, alla quantità di pentole che si vende e alla quantità di odio che si può spargere fra gli italiani.


20 dicembre 2009
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo
P.le Parmesan, 8
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mercoledì 16 dicembre 2009

Il reato di immigrazione clandestina va al giudizio di costituzionalità alla Corte Costituzionale.


Il reato di clandestinità viene portato all’attenzione della Corte Costituzionale.
Sospendendo il processo a 21 persone accusate di immigrazione clandestina, il giudice Giuseppe Alioto ha inviato gli atti alla Corte Costituzionale chiedendogli di pronunciarsi sul reato di immigrazione clandestina introdotto dal governo.
Secondo il giudice Alioto esistono dei limiti all’interno dei quali il parlamento può legiferare: questi limiti sono imposti della costituzione. Limiti che vengono individuati nell’articolo 3 (il principio di uguaglianza fra tutti i soggetti di diritto) e gli articoli 25 e 27, ma soprattutto nella violazione degli obblighi internazionali.
Il giudice Alioto sottolinea un altro fatto importante: IL PARLAMENTO E’ SOVRANO NELL’AMBITO DELA COSTITUZIONE. Non in violazione della stessa.



Stop al reato di immigrazione clandestina

il giudice di pace accoglie eccezione pm
di Fabio Russello



AGRIGENTO - Il reato di immigrazione clandestina, introdotto nel decreto sicurezza del Governo, potrebbe essere incostituzionale. Il giudice di pace di Agrigento, Giuseppe Alioto, ha infatti accolto - emettendo nell'udienza di stamattina un'apposita ordinanza - l'eccezione di incostituzionalità del reato di immigrazione clandestina sollevata dalla Procura della Repubblica di Agrigento. Si tratta, secondo la Procura, del primo caso in Italia. Secondo il giudice l'eccezione «non è manifestamente infondata» ed ha dunque deciso di sospendere il processo che vedeva imputate del reato di immigrazione clandestina 21 persone sbarcate nell'agosto scorso nell'isola dei Conigli a Lampedusa, disponendo la trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale per la valutazione di costituzionalità. L'ordinanza del giudice di pace come vuole la prassi è stata trasmessa alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e alle presidenze del Senato e della Camera dei deputati.La Procura di Agrigento, con un'eccezione firmata dal procuratore della Repubblica aggiunto Ignazio Fonzo aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale nel settembre scorso per la violazione degli articoli 3, 25 e 27 della Costituzione, ritenendo che la norma introdotta violasse i principi di materialità ed offensività del diritto penale nonché di quelli di proporzionalità e ragionevolezza della legge penale, ma anche la violazione del 117 della Costituzione perché la norma violerebbe gli obblighi internazionali assunti dall'Italia in materia di trattamento dei migranti.Il giudice ha rilavato «come il principio di necessaria offensività del diritto penale costituisca un limite alla discrezionalità del legislatore: non è consentito che per finalità di mera deterrenza siano introdotte sanzioni che non si ricollegano a fatti colpevoli ma, piuttosto, a modi di essere ovvero ad una mera disobbedienza priva di disvalore, anche potenziale, per un determinato bene giuridico che si deve proteggere. In definitiva, l'ingresso o la presenza illegale del singolo straniero non paiono rappresentare, di per sé, fatti lesivi di beni meritevoli di tutela penale, ma sono l'espressione di una condizione individuale, la condizione di migrante».
(15 dicembre 2009)

Tratto da:
http://palermo.repubblica.it/dettaglio/Reato-dimmigrazione-stop-dal-giudice-di-pace/1805086

Ora si dovrà aspettare circa un anno perché ci sia la pronuncia della Corte Costituzionale.
In questi anni abbiamo assistito ad un deterioramento della capacità culturale dei legislatori: un trionfo della soggettività e dell’ignoranza delle norme Democratiche. Un continuo rifugiarsi nell’ideologia fascista che hanno appreso negli oratori. Un continuo offendere i cittadini ai quali mettono le mani in tasca per derubarli dei loro diritti. Mancano di cultura sociale: voglio il potere, si sentono tanti piccoli padroni, e non tollerano i limiti che alla loro azione impone la Costituzione. E’ uno dei motivi per i quali il governo Berlusconi ha aggredito la scuola pubblica favorendo la scuola privata; ha aggredito la ricerca per allontanare chi era più intelligente di lui (il 90% dei cittadini italiani); ha aggredito le università per distruggere la cultura e trasformarle in aziende.
Più le persone sono ignoranti, più l’ideologia nazista ha spazio per trionfare ed imporsi nella società. Più la società basa sé stessa su soluzioni sociali criminali, come l’uso della galera per i poveri e i tappeti rossi per i ricchi (lo scudo fiscale); tanto più difficile sarà, in un prossimo futuro, recuperare i disastri sociali compiuti. Si saranno seminate altre tentazioni di ricorrere ulteriormente alla galera per far fronte ai disastri sociali.

16 dicembre 2009
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
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martedì 15 dicembre 2009

Corte Europea per i Diriti dell'Uomo: condannata l'Italia, come per l'imposizione del crocifisso, così per Izzo


Si tratta di quei delitti che vengono sempre visti con comprensione e con un occhio di riguardo: in fondo, violentare qualcuno, è un atto che imita il dio dei cristiani. E’ la vittima che, secondo i cristiani, va esecrata. Se l’è voluta; se l’è cercata! E così magistrati, educati cristianamente, vedono con comprensione i delitti di violenza sessuale e tutti quei delitti che privano i cittadini della disponibilità del proprio corpo o dei propri diritti Costituzionali. Difficilmente i cittadini hanno una coscienza Costituzionale tale da considerare Berlusconi un delinquente che ha invidia e odio per i cittadini tanto da derubarli della LORO Costituzione e delle LORO istituzioni.
In fondo, secondo la logica di Berlusconi, i cittadini vogliono che gli si rubi la Costituzione; vogliono essere violentati; e chi viene violentato deve essere trattato con disprezzo per impedirgli di rivendicare giustizia.
E’ la logica presente nella semilibertà concessa ad Izzo, in fondo le ragazze del Circeo se la sono voluta: potevano mettersi in ginocchio davanti al dio padrone, anziché frequentare questi aguzzini; potevano cercare altri aguzzini.
E’ la logica, perversa e illegale, che conduce molti magistrati quando non mettono al centro delle loro decisioni la Carta Costituzionale ma l’educazione al delirio di onnipotenza che hanno ricevuto dalla chiesa cattolica.
E ancora una volta è la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo che, come nel caso della censura del crocifisso che i cattolici impongono mediante la violenza ai ragazzi, deve intervenire per censurare questo tipo di violazioni messe in atto dalla Stato Italiano.
Difendere il diritto alla disponibilità del proprio corpo e all’integrità della propria psiche, è un diritto che viene negato dalla chiesa cattolica e dalla politica italiana che concede alla chiesa cattolica il diritto di stuprare i bambini in cambio di un pugno di voti.
Riporto la notizia dal sito La Repubblica:

Previsto un risarcimento per la famiglia Maiorano. "Violato il diritto alla vita delle due vittime"I giudici precisano: "Non è una critica al sistema di reinserimento dei detenuti"
La Corte di Strasburgo condanna l'Italia"Izzo non doveva avere la semilibertà"
Il legale che ha presentato il ricorso: "Siamo soddisfatti. E' la giusta conclusione di una vicenda dolorosissima"


STRASBURGO - La Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo ha condannato all'unanimità l'Italia per aver dato la semilibertà al mostro del Circeo, Angelo Izzo. Concedendogliela nel 2004, sottolinea la Corte di Strasburgo, le autorità italiane "hanno violato il diritto alla vita di Maria Carmela Linciano e Valentina Maiorano", uccise da Izzo 28 aprile 2005 mentre godeva di questo beneficio. La Corte ha anche stabilito che le autorità italiane dovranno risarcire i familiari delle vittime con 45mila euro per danni morali. Izzo, già condannato all'ergastolo nel 1975 per il massacro del Circeo, è stato nuovamente condannato al carcere a vita nel gennaio del 2007, per aver ucciso la compagna Maria Carmela Linciano e sua figlia Valentina, di soli 14 anni. All'epoca del delitto, il 28 aprile 2005, l'uomo era detenuto in regime di semilibertà nel carcere di Campobasso. I familiari delle due vittime avevano presentato ricorso nel luglio del 2006 contro lo status concesso a Izzo. La tesi era che le autorità italiane, concedendogli la semilibertà, avevano violato il diritto alla vita delle due donne, sancito dall'articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Oggi i giudici di Strasburgo hanno dato loro ragione, confermando la "violazione del diritto alla vita". "L'articolo 2 della Convenzione - hanno ricordato - obbliga lo Stato non solo ad astenersi dal provocare la morte in modo volontario e irregolare, ma anche a prendere le misure necessarie alla protezione delle persone poste sotto la sua giurisdizione". La Corte europea ha sottolineato che la sentenza "non rappresenta una critica al sistema di reinserimento dei detenuti", ma piuttosto una condanna al modo in cui questo è stato applicato al caso di Izzo. La decisione della Corte, resa pubblica oggi, diventerà definitiva tra tre mesi, se il governo italiano e i ricorrenti non chiederanno e otterranno un rinvio davanti alla Grande Camera di Strasburgo, ricorrendo all'ultimo grado di giudizio.
Soddisfazione è stata espressa dall'avvocato della famiglia Mariorano, Stefano Chiritti, che aveva presentato il ricorso. "A nome dei familiari delle due donne uccise - ha detto - esprimo massima soddisfazione sul piano professionale e umano per la giusta conclusione di una vicenda dolorosissima, che ora ha trovato definitivo sigillo anche in sede europea".
(15 dicembre 2009)

Tratto da:
http://www.repubblica.it/2009/12/sezioni/cronaca/izzo-europa/izzo-europa/izzo-europa.html?ref=rephp


Si tratta della mentalità criminale che considera delinquenti in diritto di delinquere. Una mentalità fatta propria da Silvio Berlusconi, Maroni, Alfano, che fanno del loro odio sociale e dell’invidia che hanno per le persone che sanno usare in maniera nobile e virtuosa le Istituzioni democratiche, un modo per violentare la società civile.
Ci sono sempre criminali con la divisa della Polizia di Stato pronti a massacrare i manifestanti; come ci sono sempre magistrati corrotti, guarda caso quasi sempre della parte politica di Silvio Berlusconi, pronti ad inventarsi i reati per perseguitare i diritti Costituzionali di cui i cittadini dovrebbero fruire.
Arriveranno sempre nuove sentenze dalla Corte Europea per i diritti dell’Uomo. La giustizia che Silvio Berlusconi, Alfano e Maroni, con il loro odio sociale e la loro invidia per i cittadini, aggrediscono e offendono costringe sempre più cittadini a rivolgersi ai tribunali internazionali per avere un minimo di giustizia.

15 dicembre 2009
Claudio Simeoni
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giovedì 26 novembre 2009

Corte di Cassazione, sentenza: Bruno Vespa condannato per diffamazione. Dalla quantità di diffamazioni di Vespa, emerge chi ha potuto denunciarlo.


La Corte di Cassazione coglie l’occasione del caso per determinare i limiti e i diritti di chi conduce talk show televisivi, ma, più in generale, chi fa delle affermazioni di ordine giornalistico prive di riscontri instillando dei sospetti nel pubblico per situazioni immaginarie atte ad eccitare le loro emozioni e ottenere, come risultato, il sospetto di una verità diversa da quella dimostrata.
Il caso è relativo a Porta a Porta col conduttore Bruno vespa avvezzo alla ricerca di sensazionalismi e all’uso della cronaca per far passare tesi spesso, a dir poco, deliranti. Non ho dimenticato i 30 bambini sacrificati dai satanisti che un Benzi, in vena di fanatismo cattolico, declamava nella sua trasmissione nonostante la polizia di Stato, presente, affermava che ciò non era vero.
Qualche volta, ma sempre troppo poco, Bruno Vespa lo fa con chi può chiedere giustizia e, in questo caso, la Corte di Cassazione ha sentenziato affermando che i giornalisti, rivolgendosi ad un caso giudiziario in cui sono coinvolti degli accertamenti su ipotesi investigative, poi naufragate: «non è consentito, neppure in chiave retrospettiva, riferire di ipotesi investigative o di meri sospetti degli inquirenti (veri o presunti che siano) senza precisare, al tempo stesso, che quelle ipotesi o sospetti sono rimasti privi di riscontro». A Bruno Vespa piace eccitare il pubblico con i sensazionalismi come certe trasmissioni di Rai2 o di Italia 1 a cui piace evocare misteri, fantasmi o sensazionalismi più o meno esoterici per eccitare il pubblico e raccogliere un po’ di ascolti.
Riporto la notizia relativa alla sentenza 45051 con cui la Corte di Cassazione condanna Bruno Vespa per diffamazione:



Cassazione, multa confermata a Vespa:«Maggior rigore nei talk show»
Il conduttore condannato per diffamazione per una puntata di Porta a Porta sull'omicidio di Alberica Filo Della Torre


ROMA (25 novembre) - La Corte di Cassazione ha respinto l'appello di Bruno Vespa contro una condanna per diffamazione originata da una puntata di Porta a Porta dedicata all'omicidio della contessa Alberica Filo Della Torre. Il giornalista è stato condannato a una multa di mille euro e al risarcimento dei danni ai familiari, per «non avere impedito» che nel corso della trasmissione andasse in onda un servizio (per il quale è stata condannata anche l'autrice) in cui «la morte della nobildonna era stata gratuitamente accostata ad una serie di ipotesi oggettivamente diffamatorie, in un contesto oscuro e inquietante di servizi segreti con conseguenziale pregiudizio per l'onore e la reputazione dei familiari». La V Sezione penale della Cassazione, nella sentenza 45051, ha colto l'occasione per invitare ad un «maggior rigore» da parte dei talk show che rivisitano processi in tv. I giudici criticano quel «singolare fenomeno mediatico che tende a offrire una realtà immaginifica o virtuale, capace, non di meno, per forza di persuasione, di sovrapporsi, ove acriticamente recepita dagli utenti, a quella sostanziale o, quanto meno, a collocarsi in un ambito in cui i confini tra immaginario e reale diventano sempre più labili e non facilmente distinguibili». Piazza Cavour rileva come «secondo un fatto di costume oggi invalso e comunemente accettato» sia «consentito pure rivisitare nei talk show televisivi gravi fatti delittuosi oggetto di indagini e persino di processo, nella ricerca di una verità mediatica in parallelo a quella sostanziale o a quella processuale». Iniziative che «riscuotono a quanto pare apprezzabili indici di gradimento nell'utenza» ma che comunque «sembrano inserirsi in un singolare fenomeno mediatico che tende a offrire una realtà virtuale». Ebbene, avvertono i giudici «non è consentito neppure in chiave retrospettiva riferire di ipotesi investigative o di meri sospetti degli inquirenti (veri o presunti che siano) senza precisare, al tempo stesso, che quelle ipotesi o sospetti sono rimasti privi di riscontro». Un avvertimento che gli ermellini rimarcano perché «le ipotesi degli investigatori che non abbiano trovato conforto nelle indagini sono il nulla assoluto».
Tratto da:
http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=81795&sez=HOME_SPETTACOLO

Cosa diversa è accusare un magistrato o gli investigatori quando, a differenza dell’emarginato sociale Bruno Vespa (se ne sta talk show e non vive la vita civile; vive la vita virtuale della televisione e quando qualche cosa lo disturba, nel suo delirio immaginario, allora fa come le tre scimmie: non vede, non sente, non parla. Però gli piace farsi applaudire anche se gli applausi arrivano da un criminale come Wojtyla) la percezione delle persone, nel loro abitare il mondo descrive una realtà diversa da quella imposta dalle indagini. Come per il “terrorismo” che fu la risposta della gente ai tentativi di colpi di stato che hanno nella strage di Piazza Fontana, nella strage di Bologna, nella strage della Loggia, e forse Peteano, l’emersione di una volontà di eversione dell’ordine democratico diffusa vissuta dai cittadini come opprimente e che oggi si tende a limitare attribuendola a Borghese, Cavallaro, P2, Ior e quant’altri, e che Stato ed Istituzioni non solo hanno voluto sempre ignorare, ma spesso appoggiare e favorire. Cosa che Bruno Vespa ha sempre voluto ignorare criminalizzando, in una realtà immaginata e virtuale, gli avvenimenti di questo paese.
Non è un caso che Silvio Berlusconi si trovi molto bene in quel paesaggio virtuale che, come dice la Cassazione, si «tende ad offrire», più che offrire, è spacciare una «realtà immaginifica o virtuale capace di sovrapporsi, ove acriticamente recepita dagli utenti, a quella sostanziale». Non è molto diverso dallo spacciare eroina per bloccare la capacità di critica e di «collocarsi in un ambito in cui i confini tra immaginario e reale diventano sempre più labili e non facilmente distinguibili». Cosa che del resto Silvio Berlusconi, con l’uso della televisione fa sistematicamente spacciando i suoi miliardi, con cui condiziona la giustizia e arriva in prescrizione come delle assoluzioni. Inoltre, come fa spesso Bruno Vespa per stimolare l’immaginazione dei suoi spettatori: «non è consentito, neppure in chiave retrospettiva, riferire di ipotesi investigative o di meri sospetti degli inquirenti (veri o presunti che siano) senza precisare, al tempo stesso, che quelle ipotesi o sospetti sono rimasti privi di riscontro».

26 novembre 2009
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
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venerdì 6 novembre 2009

Corte di Cassazione, sentenza n. 41767: ancora sul diritto di critica ai politici e alle autorità.


Anche con la sentenza N. 41767, resa nota ai primi di novembre del 2009, la Corte di Cassazione continua il percorso giuridico per riaffermare i principi della Costituzione della Repubblica contro i principi cristiani, rappresentati dal crocifisso, che vengono imposti ai bambini e ritenuti erroneamente dei “principi giuridici” una volta cresciuti.
Il vicesindaco del comune di Carceri denuncia un consigliere comunale dello steso comune che gli attribuiva una condotta penalmente rilevante affermando che il vicesindaco “avrebbe compiuto al fine di favorire la cognata affidandole l’incarico di responsabile del servizio finanziario”.

Rileva la Corte di Cassazione che con il volantino della sua denuncia dal titolo “l’assalto alla diligenza continua”, il consigliere comunale aveva attribuito al vicesindaco il reato di abuso d’ufficio.

Notiamo che sia il Tribunale di Padova che la Corte d’Appello di Venezia hanno condannato il consigliere comunale perché le sue affermazioni, secondo questi tribunali (ma sarebbe bene che i giudici dei tribunali di Padova e Venezia si istruiscano un po’ di morale ed etica Costituzionale anziché continuare ad applicare i deliri di onnipotenza del crocifisso appeso nelle aule di tribunale con cui minacciano e ricattano gli imputati), tendenti ad interpretare come un reato i comportamenti riprovevoli del vicesindaco, si qualificavano come diffamazione. Secondo il Tribunale di Padova e la Corte d’Appello di Venezia quella critica offendeva il vicesindaco “nella sua qualità di uomo politico”. Per questo motivo, il Tribunale di Padova e la Corte d’Appello di Venezia, condannava il consigliere comunale a 600 euro di multa e a 5000 euro di danni morali nei confronti del vicesindaco.

In soldoni: “offendeva il vicesindaco nella sua qualità di dio padrone!”.

La Corte di Cassazione ha messo in atto due tipi di analisi.
Nella prima ha controllato che nelle accuse mosse dal consigliere comunale non vi fossero delle offese alla persona del vicesindaco a prescindere dalle sue azioni. In sostanza, ha controllato che le accuse mosse dal consigliere comunale di Carceri fossero legate e correlate alle azioni (in altri casi, alle affermazioni che per un politico sono azioni) del vicesindaco. Ciò che non è tollerato, nel nostro sistema giuridico, è l’aggressione alla persona a prescindere.

La Corte di Cassazione dimostra, ancora una volta, la carenza morale ed etica dei magistrati di Padova e di Venezia. Una tensione morale più volta a salvaguardare il diritto del padrone che non volta a salvaguardare i diritti dei cittadini.
E questa carenza spiega molti problemi di giustizia che ha la Regione Veneto.
La Corte di Cassazione, assolvendo il consigliere comunale e spazzando via le farneticazioni assolutiste dei giudici di Padova e di Venezia afferma:

«La critica non perde il suo carattere di esercizio del diritto di manifestare liberamente il pensiero nei confronti del potere politico, se diretta contro trasgressioni, contingenti o abitudinarie,da parte di detentori di tale potere, qualunque sia il campo della trasgressione», dice ancora la Cassazione.

E ancora:

«se la politica, cioè l'arte di governare la Polis nell'esclusivo interesse della collettività, valica limiti fissati dalle regole, la critica non può non riferire e stigmatizzare il singolo fenomeno di anomalia, piccola o grande che sia la sua dimensione». Ancora maggiore è il dovere di critica quando la notizia che viene censurata dal consigliere comunale «la corrispondenza al vero della notizia diffusa dallo scritto del consigliere comunale».

Con questo, la Corte di Cassazione, assolve il consigliere comunale perché “il fatto non costituisce reato”.

Partendo dal presupposto che la Corte di Cassazione ha restituito l’onore a questo consigliere comunale: chi gli restituisce i danni morali che gli sono stati causati da magistrati incompetenti e ignoranti che hanno interpretato la legge secondo i valori del crocifisso con cui aggrediscono gli imputati?
Qui non siamo davanti ad una diversa interpretazione della legge, ma davanti ad una diversa visione della Costituzione nelle relazioni fra i cittadini. I magistrati di Padova e di Venezia hanno condannato quel consigliere comunale partendo dal presupposto che il dio padrone, nelle vesti del vicesindaco, fosse esente da critica. Sono partiti dal presupposto che le azioni del dio padrone, nelle vesti del vicesindaco, non facessero indignare, esasperare, imbufalire, i cittadini. I magistrati di Padova e di Venezia, ritenevano che davanti alle azioni del dio padrone, nelle vesti del vicesindaco, i cittadini e gli avversari politici dovessero subire l’arbitrio ed essi, come magistrati, avevano solo il compito di consentire al dio padrone, nelle vesti del vicesindaco, di esercitare la propria discrezione.

La Corte Costituzionale sta sottolineando la sacralità del diritto di critica e del diritto di indignazione del cittadino nei confronti di qualsiasi “autorità” che occupi un ruolo istituzionale.
Un diritto sacro che poliziotti, vigili urbani, politici, con l’appoggio di magistrati compiacenti, più legati al crocifisso che non alla Costituzione della Repubblica, aggrediscono in un delirio di onnipotenza convinti nell’impunità quando aggrediscono i cittadini per riaffermare il loro dominio su di essi. Il loro dominio in quanto dio padrone: come sono stati educati.
Ancora una volta la Corte di Cassazione è intervenuta a colmare delle lacune, ma quante altre violenze i cittadini subiranno ancora?

05 novembre 2009
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo
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lunedì 26 ottobre 2009

Silvio Berlusconi, il ricatto e l'estorsione. Chissà se in questo paese ci sarà mai giustizia!


A volte, quando devi tentare di capire il presente, ti soccorre l’esperienza.

Leggo dal giornale Il Messaggero:

ROMA (26 ottobre) - Un paio di giorni prima che scoppiasse il putiferio e quattro carabinieri finissero in manette, il premier Silvio Berlusconi ha telefonato al presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, per avvertirlo che c’era un video compromettente che lo riguardava. «Nei giorni scorsi è venuto da me Alfonso Signorini (direttore del settimanale Mondadori “Chi”) - ha detto il presidente del Consiglio al governatore - per farmi vedere un filmato che ti riguardava. Mi ha chiesto “che ne dobbiamo fare?” E io gli ho risposto che non se ne parlava lontanamente di pubblicare una simile cosa. Io penso che debba essere ritirato dal commercio e, se vuoi, ti do nome e indirizzo dell’agente che ce l’ha dato così, se ritieni, potrai farlo ritirare». Marrazzo incassa la chiamata e ringrazia. Palazzo Chigi sembra ignorare che il politico del Pd è sotto ricatto, che ha pagato per il silenzio, pensano forse che lui non sapesse dell’esistenza di questo filmato. E hanno voluto avvertirlo. Il presidente della Regione, però, invece di cercare i magistrati, pare scelga di contattare direttamente la “Photo Masi” di Milano, vorrebbe comprare lui stesso il video.

Tratto da:
http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=23209&sez=HOME_ROMA&npl=&desc_sez=

Ebbene, quali reati ha commesso Silvio Berlusconi?
Apparentemente sembra un “atto garbato”. Ha ricevuto un’informazione e l’ha girata a Marrazzo. In realtà si tratta di un doppio ricatto.

Iniziamo col considerare che la copia del video che ritraeva Marrazzo è stata sequestrata presso la redazione di Chi. Dopo che Chi aveva tutto il tempo di farsene delle copie e di scaricarsela in computer.
In secondo luogo, Berlusconi telefona a Marrazzo solo due o tre giorni prima che intervenisse la magistratura: cosa che fa ipotizzare che qualcuno avesse avvertito Silvio Berlusconi della cosa. E che, con la telefonata, abbia tentato di pararsi il culo.
Appare del tutto evidente come Silvio Berlusconi non fosse estraneo all’azione di ricatto: se fosse stato estraneo avrebbe consegnato il tutto ai carabinieri o alla magistratura. Invece, che cosa ha fatto? Ha consigliato a Marrazzo di acquistarsi la copia del filmino e di mettere a tacere la faccenda pagando il fotografo. E’ Berlusconi stesso a fornire il nome del fotografo che Marrazzo deve contattare. In pratica, Silvio Berlusconi fa da mediatore per l’azione estorsiva: con l’aggravante di essere il Presidente del Consiglio, un pubblico funzionario.
Fino a qui i fatti, ma qual era il vantaggio che Berlusconi si prefiggeva?
E qui entriamo nel campo delle ipotesi. Ed è qui che entra in campo l’esperienza o, se preferite, la fantapolitica.
Berlusconi, saputo che i Ros stavano procedendo per impedire la distruzione ipotetica del materiale, decide di fingersi compiacente con Marrazzo e lo invita a mettere la cosa a tacere pagando. Se Marrazzo avesse pagato, Berlusconi lo aveva in pugno! Ricattabile in ogni momento e a piacimento. Inoltre, chi avrebbe sospettato che lui avesse fatto da intermediario per l’estorsione mettendo in relazione il ricattato con chi gli avrebbe venduto il materiale per il ricatto?
Un pubblico funzionario che è a conoscenza di un reato è obbligato a comunicarlo alla magistratura! 361 c.p. Ma forse, Berlusconi, ne ha avuto notizia non nelle vesti di “pubblico funzionario”, ma nelle vesti di possibile “utilizzatore finale” del materiale ricattatorio. Un ricatto che veniva posto in essere non soltanto pubblicandolo, ma, soprattutto, costringendo il ricattato a pagare per avere il materiale del quale il suo avversario politico, Silvio Berlusconi, ne aveva copia e conoscenza.

Al di là dei vari accertamenti nei confronti dei carabinieri, il coinvolgimento del trans, il ruolo di Marrazzo e dell’auto blu, c’è da indagare sul ruolo di Berlusconi.
Qua e là trapela, nella stampa “qualcuno più in alto” dei carabinieri. Trapela la presenza di cocaina messa dai carabinieri per aggravare la posizione di Marrazzo. E la cocaina appare nel filmato? E Berlusconi che aveva visto il filmato, ne ha denunciato la presenza o era solo interessato a mettere Marrazzo nelle condizioni di essere ulteriormente ricattato?
Tutti questi aspetti dovranno essere chiariti dalla Procura di Roma, ma appare evidente, fin da ora, che Berlusconi ha avuto un ruolo attivo nell’azione estorsiva e ricattatoria nei confronti di Marrazzo. Se non altro incitandolo affinché pagasse. Sembra che il reiterato silenzio di Marrazzo avesse messo in difficoltà i suoi ricattatori.

La fantapolitica non la faccio io, ma è scritta nero su bianco nell’ordinanza del Gip. Riporto da La Repubblica:

"Al loro ritorno uno dei due gli chiedeva di consegnare loro molti soldi e di andarli a prendere, facendogli capire che altrimenti vi sarebbero state rappresaglie o comunque conseguenze negative, accettando poi che Marrazzo consegnasse loro tre assegni dell'importo uno di 10 mila euro e due di 5 mila euro ciascuno. I due prima di andare via lasciavano un numero di cellulare al quale Marrazzo doveva chiamarli per la consegna di altro denaro, facendosi dare da Marrazzo un numero telefonico per ricontattarlo". Nell'ordinanza si sottolinea poi che "esaminando il portafogli Marrazzo si accorgeva che dallo stesso mancava la somma di 2 mila euro e che non era presente quella di 3 mila euro appoggiata sul tavolino, circostanza della quale Natalì si mostrava contrariata". "Qualche giorno dopo - si legge ancora nel documento - al numero telefonico della Regione che Marrazzo aveva lasciato ai due giungeva una telefonata ricevuta dalla segretaria che gli riferiva che l'interlocutore che voleva parlargli si era qualificato come un carabiniere. Marrazzo aveva dato incarico al suo segretario di presentare per suo conto una denuncia di smarrimento degli assegni e da allora non era più stato contattato". Nell'ordinanza del giudice Spinaci ci si sofferma poi sulla posizione di Tagliente, Simeone e del maresciallo Nicola Testini, un altro dei quattro carabinieri finiti in carcere: "Nel corso di spontanee dichiarazioni - si legge nella motivazione - Tagliente, Simeone e Testini hanno affermato concordemente di avere ricevuto verso la fine del luglio del 2009 da un loro confidente e gravitante nel mondo dei transessuali, tale Gian Guarino Cafasso (deceduto nel settembre 2009) un filmato su cd nel quale era ripreso il presidente Marrazzo in compagnia di un transessuale in atteggiamenti ambigui e nel quale veniva ripresa anche della polvere bianca".

Tratto da:
http://www.repubblica.it/2009/10/sezioni/cronaca/marrazzo-spiato/ordinanza-gip/ordinanza-gip.html

Quando Marrazzo fa fare una enuncia dello smarrimento degli assegni, per farsi pagare, quei carabinieri, o chi di dovere, deve far entrare in gioco uno più in alto, altrimenti il ricatto è monco: c’è il filmino estorto, ma la vittima può sempre denunciare l’estorsione.
E qui entra in campo Berlusconi!
E ora, alla magistratura spettano gli accertamenti.

26 ottobre 2009
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
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venerdì 23 ottobre 2009

Corte di Cassazione contro Ratzinger (40727): per la Cassazione, coppie di fatto, coppie omosessuali (gay, lesbiche e quant'altro) sono una FAMIGLIA


Sconfitta la linea Ratzinger dalla Corte di Cassazione.

La famiglia non è fatta dal rapporto di un uomo e una donna come vorrebbe Ratzinger, ma, come dice la Corte di Cassazione che sentenziando contro un extracomunitario originario di Tirana, condannato dalla Corte d’Appello di Cagliari, per reati di maltrattamenti in famiglia aveva fatto ricorso affermando che la norma censurata dall’articolo 572 doveva applicarsi solo alle famiglie conviventi “more uxorio”. Nel cassare quel ricorso la Corte di Cassazione ha detto: “alla famiglia deve intendersi riferito ogni consorzio di persone fra le quali, per strette relazioni e consuetudini di vita, siano sorti rapporti di assistenza e solidarietà per un apprezzabile periodo di tempo.”

Dunque la parola famiglia si applica a delle relazioni, non ai sessi che costruiscono le relazioni. Il termine famiglia si applica ad un consorzio di persone fra le quali, per strette relazioni e consuetudini di vita, siano sorti rapporti di assistenza e solidarietà. Dunque, anche quando sorgono relazioni omosessuali.
La norma penale, secondo la sentenza N. 40727 della Corte di Cassazione, di cui all’articolo 572 c.p. si estende anche alle “coppie di fatto” che la Cassazione definisce come “famiglie di fatto”.

Ratzinger e i cattolici muovendo guerra al tentativo di delegittimare le famiglie che non fossero fra uomini e donne e di impedire il matrimonio fra persone dello stesso sesso, hanno, di fatto, aggredito la società civile e la Costituzione della Repubblica.
Ancora una volta, il significato di famiglia, non va a definire ciò che un uomo e una donna hanno contratto col matrimonio, ma la scelta di persone che costruiscono delle relazioni e che il matrimonio, sempre e comunque, sarebbe tenuto a ratificare qualora le persone ne chiedessero la ratifica.

22 ottobre 2009
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
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mercoledì 21 ottobre 2009

Corte di Cassazione, sentenza N. 40552 e il rispetto che la Polizia di Stato deve ai cittadini!


Si può manifestare il proprio pensiero senza che l’arrogante e vile poliziotto della Digos aggredisca le persone!
Questo è il senso della sentenza n. 40552 della Corte di Cassazione che, finalmente, mette la parola fine alle provocazioni e agli atti di intimidazione messi in atto da una polizia di Stato spesso moralmente corrotta. Spesso i poliziotti sono intervenuti per intimidire e minacciare i cittadini che manifestavano la loro riprovazione contro i comportamenti di Ratzinger di Bagnasco, strappando manifesti e togliendo striscioni di protesta ritenendo che il dio padrone non debba subire la censura.
I cittadini hanno la necessità di una Polizia di Stato rispettosa ed ossequiosa alle leggi, non di banditi che li intimidiscono inventandosi le leggi che fa comodo loro!
La Corte di Cassazione dà l’interpretazione autentica delle leggi, almeno ci prova.

Nella fattispecie della sentenza n. 40552 e pubblicata il 20-21 ottobre 2009, la Corte di Cassazione esamina il caso di alcuni manifestanti che in una manifestazione di protesta nella Piazza di Poggio Mirteto, nel Reatino, innalzavano uno striscione con la scritta: “Sempre a fianco dei compagni che lottano per la rivoluzione”. Inoltre, nei volantini che distribuivano, fu incriminata la frase: “terrorista e' lo stato della reazione, non i compagni che lottano per la rivoluzione”.
Secondo le farneticazioni demenziali e offensive della Procura di Rieti, queste persone andavano perseguite in base all’articolo 414 del codice penale. Nel suo ricorso alla Corte di Cassazione il PM affermava che nell’assolvere i manifestanti il Gip di Rieti aveva effettuato: “una lettura parziale delle espressioni contenuti nei volantini e nello striscione, illogicamente ritenute una manifestazione non punibile della liberta' di pensiero”.

Sono farneticazioni che alimentano il terrore nei cittadini. Il terrore che il poliziotto usi proprie interpretazioni per aggredire la libertà sociale a favore di progetti eversivi che vedono, in ultima analisi, i cittadini soccombere o essere coinvolti in vicissitudini giudiziarie che li riempie di angoscia.
A queste farneticazioni la Corte di Cassazione ha risposto confermando l’assoluzione e integrando le motivazioni assolutorie del giudice dicendo:

“elemento oggettivo dell'apologia di uno o piu' reati punibile ai sensi dell'art. 414, comma terzo c.p., non si identifica nella mera manifestazione del pensiero, diretta a criticare la legislazione o la giurisprudenza o a promuovere l'abolizione della norma incriminatrice o a dare un giudizio favorevole sul movente dell'autore della condotta illecita, ma consiste nella rievocazione pubblica di un episodio criminoso diretta e idonea a provocare la violazione delle norme penali, nel senso che l'azione deve avere la concreta capacita' di provocare l'immediata esecuzione di delitti o, quanto meno, la probabilita' che essi vengano commessi in un futuro piu' o meno prossimo”

La Corte di Cassazione confermava l’assoluzione da parte del Gip di Rieti. L’assoluzione fu fatta con la motivazione che “il fatto non sussiste” in quanto, con quegli slogan, altro non avevano fatto che manifestare la loro libertà di pensiero “con espressioni di solidarietà e supporto ad un gruppo di arrestati che, a torto o a ragione, erano stati ritenuti vittime di un programma repressivo e persecutorio da parte dello Stato”.
E mentre la Procura di Rieti farneticava (decine di persone, con la tortura, e le minacce sono state costrette da magistrati, con l’aiuto degli avvocati, ad affermare le loro azioni erano finalizzate a “fare la rivoluzione” perché quando provavano a dire che, invece, erano finalizzate a difendere la Costituzione, venivano torturati e minacciati di morte! Esperienza diretta quando col teorema Calogero vennero organizzati processi accorpando reati diversi e soggetti che nulla avevano in comune fra di loro, solo per costruire un teorema criminale!) affermando, nel suo ricorso, che quelle frasi che inneggiavano erano di “incontrovertibile contenuto apologetico e istigativo”, la Corte di Cassazione ha condannato la richiesta della procura come illegale ed illogica affermando che l’attività contestata:

“non ha travalicato i limiti della libera manifestazione del pensiero, tutelata dall'art. 21 della Costituzione", specialmente se si considera che "non risulta che alla distribuzione dei volantini abbia fatto seguito la Commissione di un qualche illecito e che nessuna rilevanza puo' assumere l'assidua frequentazione con le persone arrestate”.

Questa sentenza della Corte di Cassazione è assolutamente lineare con sentenze che l’hanno preceduta e che hanno lo scopo di definire la libertà di espressione e di propaganda delle proprie idee. Si tratta di sentenze che bocciano il delirio di un’autorità a non essere contesta o criticata. Sono sentenze che sanciscono il diritto dei cittadini di farsi delle opinioni negative nei confronti di azioni mal motivate e mal gestite da parte delle autorità e, in questo caso, dalla Polizia di Stato. Si tratta di sentenze che sanciscono il diritto all’indignazione e alla rabbia dei cittadini nei confronti di provvedimenti o ingiusti o percepiti come ingiusti e che poliziotti moralmente corrotti, quelli che minacciano di morte le persone esponendo il crocifisso, anziché la Costituzione della Repubblica e le norme a cui LORO dovrebbero attenersi, reprimono per sancire il loro disprezzo per le norme Costituzionali.
Questi cittadini sono stati fermati e denunciati perché i poliziotti (o l’autorità giudiziaria che ha proceduto alla denuncia) è composta da individui ignoranti e moralmente indegni e hanno incontrato un Pubblico Ministero che ha fatto propria questa indegnità e questa immoralità.

Questi cittadini hanno subito un atto di terrorismo.
A questi cittadini si è tentato di imporre norme estranee alla Costituzione.
E domani, a chi toccherà?

21 ottobre 2009
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
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domenica 11 ottobre 2009

Berlusconi, le sue offese e le sue menzogne agli italiani e alle Istituzioni.


Silvio Berlusconi continua a sputtanare l’Italia e le sue Istituzioni. Nascosto come un codardo dietro la carica di Presidente del Consiglio e attorniato da una banda di guardiaspalla, continua ad insultare l’Italia e le sue Istituzioni. In maniera vigliacca afferma che ci sarebbe una stampa straniera che manifesta “Uno spiriti anti-italiano”. In realtà la stampa straniera vede nei comportamenti di Silvio Berlusconi, non da ultimo quell’atto di terrorismo che fu l’imposizione al Parlamento Italiano del Lodo Alfano, un pericolo per tutta l’Europa. Un’aggressione alla democrazia e alla Costituzione. Una stampa che vede nelle farneticazioni di Berlusconi quei preludi che portarono, in tempi funesti, alla creazione dei campi di sterminio negando i principi democratici dei popoli.
Silvio Berlusconi ha spinto l’Italia nella peggiore crisi economica. Una crisi che ha inizio con la feroce guerra che Silvio Berlusconi ha scatenato, con tutti i suoi media e con l’aiuto di sindacati amici (CISL e UIL) contro il progetto del governo Prodi di Alitalia. Berlusconi ha dimostrato un disprezzo per le difficoltà economiche degli italiani oltre l’accettabile: affermava che la crisi economica era psicologica; affermava che bisognava spendere per sottrarre denaro agli italiani; affermava che la crisi era superata mentre gli italiani vengono licenziati e cassaintegrati!
E mentre tutto questo avveniva, Silvio Berlusconi esercitava la sua professione di puttaniere usando mezzi italiani per le sue prostitute pagandole con promesse di seggi elettorali. Promesse che solo l’intervento indignato di sua moglie, Veronica, ha fatto saltare mentre un’opposizione al limite della demenza, Veltroni, Franceschini, Rutelli, ecc. assisteva indifferente.

La magistratura ha ragione nel sentenziare che è legittimo dare del “buffone” a chi si comporta da buffone all’interno delle Istituzioni. E nel sentenziare la magistratura ha preso atto degli atteggiamenti, offensivi per gli italiani, di Silvio Berlusconi. L’Italia è una DEMOCRAZIA, non quello stato fascista che Berlusconi tanto auspica rivendicando per sé dei diritti e dei privilegi che non solo non ha, ma che la loro rivendicazione fa nascere indignazione nei cittadini.
Anti-italiano è l’atteggiamento arrogante ed offensivo di Silvio Berlusconi.


Ora Silvio Berlusconi offende la Corte Costituzionale.
Riferendosi al fatto che la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo il Lodo Alfano, Berlusconi afferma:


«non aver detto una parola fuori luogo perché non si può continuare così; non si può far lavorare il Parlamento per molto tempo e poi intervenire su questa decisione negando se stessi e negando una decisione che la Corte prese quattro anni fa».

La Corte Costituzionale non si è MAI contraddetta. E’, piuttosto Silvio Berlusconi che è incapace di leggere e di comprendere un testo elementare. E’ sufficiente confrontare le motivazioni adottate dalla Corte Costituzionale sul Lodo Schifani e le decisioni sul Lodo Alfano. Basta andare alla pagina:


per verificare immediatamente che Silvio Berlusconi ha mentito.
Silvio Berlusconi sta tentando di trasformare l’Italia in uno stato fascista distruggendo le Istituzioni democratiche e aggredendo i diritti dei cittadini. Silvio Berlusconi sta costruendo miseria in Italia operando, assieme alla Mercegaglia, per far licenziare decine di migliaia di persone, tagliare gli stipendi e costruire un paese in miseria. Per farlo si avvale della maggior struttura di comunicazione che ci sia stata in Italia. Non solo ha televisioni, giornali e il servilismo di una RAI, ma il suo stesso mignottismo e le sue pretese di impunità aggrediscono la struttura economica del paese: la sentenza CIR ne è un esempio. Silvio Berlusconi corrompe i giudici (Metta) per assicurarsi un profitto. Silvio Berlusconi e la battuta “io come mafioso non mi hai mai preso” fatta in presenza di Maroni non è una battuta, ma è piuttosto quel “buttare in ridere” una realtà sulla quale la magistratura ha indagato poco: da dell’Utri a Mangano, Silvio Berlusconi appare invischiato nella mafia. Come Berlusconi appare invischiato con la cocaina (Tarantini ne smerciava a chili e non solo Berlusconi non è stato intercettato, ma nemmeno indagato e questo fa nascere un sospetto visto il suo modo di farneticare!).Lo stesso “Piano di rinascita” di Licio Gelli appare come un progetto di aggressione alla società democratica che Berlusconi sta mettendo in atto.

Berlusconi va farneticando che lui è stato eletto dal popolo. Intanto che la smetta di etichettare i cittadini italiani come “popolo”. Non sono i suoi servi: sono cittadini. I portatori di quei diritti che lui, con molte leggi, ha calpestato. In secondo luogo, la carica di Presidente del Consiglio gliela data il Parlamento della Repubblica e lui l’ha squalificata con un comportamento che ha offeso l’articolo 54 della Costituzione. E’ nei diritti dei cittadini che il Presidente del Consiglio “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore...” invece, Silvio Berlusconi ha offeso la Corte Costituzionale e la persona del Presidente della Repubblica senza nessuna motivazione. Solo per il livore di veder “sminuita” la sua onnipotenza!
La Corte Costituzionale è stata insultata, i giornalisti che hanno, giustamente, preteso che lui rendesse conto del suo comportamento, sono stati denunciati con i suoi miliardi.
L’Italia, con Silvio Berlusconi, è in pericolo.

11 ottobre 2009
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
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venerdì 9 ottobre 2009

Il significato sociale e giuridico della Costituzione della Repubblica. Il Gesù di Nazareth e Silvio Berlusconi: la loro pazzia e i giudici.


La Costituzione Italiana (e forse quella tedesca) è unica nel panorama occidentale.
Mentre, storicamente, la Costituzione era una concessione dello Stato ai cittadini, la Costituzione Italiana somma i doveri che i cittadini impongono alle Istituzioni affinché siamo Stato.
Quando nel 1948 fu approvata la Costituzione, non c’era uno stato che la emanava, ma c’era un’assemblea Costituente dopo che lo Stato Monarchico era stato cancellato.
L’assemblea Costituente ha elaborato la Costituzione come carta nella quale lo Stato Italiano si legittimava.
Non è possibile, dal punto di vista Istituzionale, sospendere la Costituzione e le relative norme se non come atto di forza avente carattere eversivo.

Nell’attività di propaganda sociale si è sempre teso a sottovalutare la Corte Costituzionale. Eppure, i reati di eversione dell’ordinamento democratico possono essere messi in atto SOLTANTO dal Parlamento della Repubblica. Tutte le altre Istituzioni possono fare attentati ai principi Costituzionali che diventano, però, attentati allo Stato. La parte dello Stato che può far attività criminale di eversione dell’ordine democratico, è solo quando il Parlamento della Repubblica si trasforma in un’associazione criminale.

E non è importante se queste perone sono state elette dai cittadini. Il fatto che Hitler sia stato eletto dai cittadini non legittima la costruzione dei campi di sterminio. Il fatto che i cittadini (e non il popolo di servi come va farneticando Berlusconi e molti esponenti della lega) abbiano eletto dei rappresentanti, lo hanno fatto sempre e comunque all’interno delle norme Costituzionali: quale cittadino eleggerebbe un suo rappresentante che poi lo infilerebbe nei forni crematori? Quando dei rappresentanti eletti, come Berlusconi, fa delle leggi che contrastano con i principi Costituzionali, significa che ha truffato i cittadini. Non sono i cittadini che hanno eletto Berlusconi, ma è Berlusconi che ha truffato i cittadini per farsi eleggere al fine di appropriarsi dei loro diritti Costituzionali.

Quando la Corte Costituzionale boccia una legge, sta fermando un atto di terrorismo eversivo dell’ordine Costituzionale.

Chi ha votato la legge sul Lodo Alfano, è un criminale che ha attentato ai diritti fondamentali dei cittadini pretendendo, come dice Nicolò Ghedini con “primus super pares” , che la Corte Costituzionale si mettesse in ginocchio davanti al suo padrone: la stessa cosa là fatta il pazzo di Nazareth, quel Gesù tanto amato dai cristiani, che ha preteso che i giudici si mettessero in ginocchio davanti a lui perché lui era il figlio del dio padrone. Come i giudici dei vangeli, hanno appeso questo criminale, così la Corte Costituzionale ha deciso di dare un taglio netto ai tentativi eversivi di Silvio Berlusconi.

Si tratta di attività di eversione dell’ordinamento democratico, approvata dal Parlamento e sottoscritta da Napolitano in favore dell’utilizzatore finale Silvio Berlusconi (che si è preso come complici il Presidente stesso, e i presidenti di Camera e Senato che, però, non avevano i carichi pendenti di Silvio Berlusconi).

Perché solo il Parlamento può fare attentati contro l’ordinamento Costituzionale? Perché è l’unico organo che può approvare norme in forza di legge che contrastano con il dettato Costituzionale e, questo governo, ha fatto numerosi attentati eversivi contro la Costituzione della Repubblica per i quali la Corte Costituzionale è stata chiamata a decidere.
Borghese o Sogno o Licio Gelli, quando tentano un colpo di Stato, commettono dei reati che devono essere perseguiti dai giudici ordinari. Ma quando Silvio Berlusconi per attuare il “piano rinascita” fa approvare leggi in contrasto con la Costituzione, queste devono essere rimosse dalla Corte Costituzionale; l’unico organo che protegge i cittadini e i loro diritti dalla violenza di un Parlamento della Repubblica CORROTTO (se volete comperato con le televisioni, ma dalle accuse della Magistratura Romana e dalle dichiarazioni di alcuni deputati, anche con denaro per comprarne i voti).
In un Parlamento composto da individui corrotti che pretendono una legittimazione della loro corruzione dall’essere parlamentari (dal mafioso Andreotti, al pluricondannato dell’Utri alla sequela infinita nelle file berlusconiane), va da sé che ad essere predati sono i cittadini e solo la Corte Costituzionale può fermare questo tipo di attività.


09 ottobre 2009
Claudio Simeoni
Meccanico
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mercoledì 7 ottobre 2009

La sentenza della Corte Costituzionale sul Lodo Alfano e l'eversione dell'ordine Costituzionale.


D’accordo, c’erano dubbi?
Il Lodo Alfano è illegittimo!
E Alfano?
Perché non si dimette?
Ha spinto il parlamento della Repubblica Italiana ad un atto di eversione dell’ordine democratico. Ha preteso che un cittadino non fosse uguale agli altri cittadini. Ha preteso di imporre un principio monarchico ai cittadini italiani. Ha tentato di trasformare i cittadini dello stato in un popolo di sudditi sottomesso al re!
Perché Alfano non si dimette?
E perché il Parlamento della Repubblica non si dimette?
Ha approvato un provvedimento qualificabile come un atto di terrorismo sottraendo il delinquente Berlusconi ai tribunali!

E Giorgio Napolitano; che interessi aveva?
Non sapeva che negare il principio di uguaglianza nella società civile è un atto di eversione dell’ordine Costituzionale?
Lo ha firmato. Come se i cittadini fossero delle merde e non i detentori dei diritti manifestati dalla Costituzione della Repubblica. I cittadini gli hanno concesso l’onore di essere il Presidente della Repubblica, ma non per i suoi interessi personali! Non per fargli avere uno stipendio, ma perché fosse attento affinché la Costituzione non fosse violentata e ingiuriata. Affinché fosse attento ai diritti dei cittadini e non a quelli di un qualche padrone.
Scriveva Il Sole 24 ore il 21 maggio 2009 quando il consigliere di Napolitano giustificava le azioni illegali di Napolitano nel firmare il Lodo Alfano:

Il consigliere di Napolitano scrive che «già il 2 luglio 2008, autorizzando la presentazione alle Camere del disegno di legge del governo in materia, una nota del Quirinale riferì che "punto di riferimento per la decisione del Capo dello Stato é stata la sentenza n. 24 del 2004 con cui la Corte Costituzionale dichiarò l'illegittimità costituzionale dell'articolo 1 della legge 140/2003 che prevedeva la sospensione dei processi che investissero le alte cariche dello Stato"».
Tratto da:
Sbagliato!
La Costituzione non è un bussolotto con cui si gioca nei vicoli di Napoli! E’ un progetto sacro che determina i comportamenti nella società civile. Indubbiamente la Corte Costituzionale nel cancellare un provvedimento incostituzionale è attenta a non danneggiare la società civile o lo Stato, ma confondere questa ATTENZIONE, questa GENTILEZZA FORMALE, come l’assoluto giuridico del dio padrone, non offende solo la Corte Costituzionale, ma tutta l’Italia! La decisione ella Corte Costituzionale, in merito al Lodo Schifani, era fatta premettendo che nessuno avrebbe reiterato un simile provvedimento incostituzionale. La reiterazione è di una gravità estrema; un atto di arroganza violento contro la Costituzione della Repubblica.
QUESTO ERA TENUTO A SAPERE GIORGIO NAPOLITANO!

Dichiarava Angelino Alfano prima della sentenza:

Alfano: "Siamo in fiduciosa e serena attesa"
Il ministro della Giustizia Angelino Alfano, al termine di un incontro a Parigi con l'omologa francese Michelle Alliot-Marie, ha risposto alle domande dei giornalisti: "Siamo in fiduciosa e serenaattesa. I giudici sono in camera di consiglio. E mentre i giudici sono in camera di consiglio il ministro della giustizia non parla". Interrogato su quale sensazione provasse a sentire il suo cognome pronunciato così frequentemente negli ultimi giorni, il ministro ha risposto: "E' l'abitudine di abbinare un cognome a una legge ma la legge è tale perchè è votata dal parlamento.E non è di una persona".
Alfano: "Nella legge applicati tutti i precedenti"
Il Lodo Alfano "è una legge nella quale noi abbiamo confidato, ritenendo di avere applicato tutti i precetti della precedente sentenza della Consulta". Il ministro della giustizia Angelino Alfano, ha risposto così riguardo al giudizio della Consulta. "Ma non entro nel merito del lavoro che la Consulta sta svolgendo", ha aggiunto.
Affermava La Russa, uno che con le sue azioni ha sempre manifestato disprezzo per la Costituzione e ora, anziché conoscerla, preferisce immaginarla:

La Russa: "Sono ottimista"
Il ministro della Difesa Ignazio La Russa ha dichiarato: "Sul verdetto sono ottimista, è impossibile che la Corte smentisca se stessa, si tratterebbe di una decisione politica più che giuridica"

Scrive il Times:

L'editoriale del Times
Dopo le dichiarazioni di ieri dei legali del premier - "la legge è uguale per tutti, ma non la sua applicazione" - un editoriale del quotidiano britannico Times parla di "esempio di "doppio pensiero", riferendosi a George Orwell. Il quotidiano fa notare anche che "le accuse di corruzione che Berlusconi dovrà affrontare se l'immunità venisse revocata sono conseguenza delle sue azioni"
Il livello di conoscenza della Costituzione di questi politici è tratto da:
http://www.repubblica.it/2009/10/dirette/sezioni/politica/alfano-lodo/lodo-alfano-7ott/index.html


Cosa hanno detto i legali di Silvio Berlusconi:

L’avvocato Nicolò Ghedini:

Poi è stato il turno dei legali di Berlusconi (oltre a Pecorella anche Niccolò Ghedini e Piero Longo). «La legge è uguale per tutti ma non sempre lo è la sua applicazione» ha detto Niccolò Ghedini in un passaggio del suo intervento, durato 15 minuti. L'avvocato del presidente del Consiglio, che è anche parlamentare, ha sottolineato che con il Lodo «è stato realizzato con una legge ordinaria, un edificio costituzionalmente resistente». «Con le modifiche apportate alla legge elettorale - ha aggiunto Pecorella -, il presidente del Consiglio non può più essere considerato uguale agli altri parlamentari, ossia non è più 'primus inter pares', ma deve essere considerato 'primus super pares'». Pecorella ha aggiunto che bisogna prendere atto del fatto che «con la legislazione di oggi sulle elezioni delle cariche politiche, la posizione del presidente del Consiglio si è venuta staccando da quella che era stata disegnata dalle tradizioni liberali».

L’avvocato Pietro Longo:


E' stato poi Piero Longo a spiegare perché a parere del collegio difensivo il Lodo Alfano non è un'immunità. L'attuale legge, infatti, secondo il legale ha «come caratteristiche la temporaneità, la non reiterabilità, la rinunciabilità, la sospensione della prescrizione, la garanzia per le prove non rinviabili, la tutela delle parti civili». In particolare, la sospensione della prescrizione «esorcizza l'ipotesi falsificante secondo cui con la sospensione del processo si avrebbe lo stesso risultato di un immunità». Così non è, a detta dell'avvocato Longo. Anche perchè - ha evidenziato - la sospensione del processo è prevista nel codice penale nel caso di legittimo impedimento dell'imputato. Il Lodo, dunque, «non è legato alla mera carica o alla funzione ma all'espletamento di una complessa attività da parte di un'alta carica». Difatti - ha aggiunto Longo - «nel difficile sistema geopolitico in cui viviamo», con i numerosi appuntamenti internazionali nell'agenda del premier, sarebbe per lui «impossibile» svolgere contemporaneamente il suo incarico e tutelare il diritto di difesa come imputato. Il rischio sarebbe quello di «dover trascurare gli impegni connessi alla carica costituzionale», tanto più se i processi sono «aggravati da centinaia o migliaia di atti e documenti».

L’avvocato Gaetano Pecorella:

L'avvocato del premier, Gaetano Pecorella, dice di aspettarsi «che la Corte decida con grande serenità tenendo conto solo degli aspetti giuridici e dimenticando le questioni politiche». A chi gli fa notare che la discussione avviene proprio all'indomani delle polemiche scoppiate sulla sentenza sul Lodo Mondadori, Pecorella risponde: «Il Lodo Mondadori non c'entra nulla, abbiamo fiducia in questi giudici, perché pensiamo che non si lasceranno influenzare da altre questioni». Sul verdetto della Consulta, e sui tempi di attesa di questo, il legale del premier non si sbilancia: «Meglio non fare mai previsioni - afferma - io sono fiducioso. Certo, se c'è un giudice che chiede più tempo per approfondire la questione, di solito il presidente lo concede, e potrebbe esserci un rinvio, ma io credo che la Corte deciderà nei prossimi giorni». Pecorella, poi, ricorda come il Lodo Alfano sia «una legge anche frutto delle indicazioni che diede la Corte nel 2004», quando bocciò il Lodo Schifani. «Ci auguriamo che i giudici apprezzino e condividano ciò». La legge che prevede l'immunità per le quattro più alte cariche dello Stato dai procedimenti penali, conclude, «non è una anomalia europea, in quasi tutti i Paesi d'Europa esiste uno strumento simile».
Interventi degli avvocati tratti da:
http://www.corriere.it/politica/09_ottobre_06/consulta-lodo-alfano-prima-seduta_7b07b1fa-b257-11de-9355-00144f02aabc.shtml

Gli interventi degli avvocati sono tutti degli insulti alla Costituzione della Repubblica. Sono tutti, sia che lo siano per intima convinzione o per mestiere, attentati alla Costituzione finalizzati ad imporre la Monarchia Assoluta.
SONO DEI CRIMINI!
Crimini che non verranno perseguiti in quest’ambito, ma quei crimini, commessi in presenza della Corte Costituzionale che ha dovuto decidere la costituzionalità del Lodo Alfano, premettono un altro genere di crimini. Sia quello commesso approvando il Lodo Alfano che quello commesso approvando leggi in assoluta contraddizione con quello che è il dettato Costituzionale. Sia il favorire di atti amministrativi incostituzionali (per esempio i fondi che le regioni sottraggono alla scuola pubblica per finanziare la scuola privata).
Rileva il Times:

LONDRA - "Gli avvocati di Berlusconi usano una difesa da 'Fattoria degli animali' per chiedere che il premier sia messo al di sopra della legge". E' questo il titolo del Times di Londra sulla seduta della Corte Costituzionale che esamina la legalità della legge sull'immunità giudiziaria per il presidente del Consiglio italiano. Il quotidiano londinese allude ai commenti di leader dell'opposizione che hanno paragonato al messaggio del romanzo di George Orwell, La fattoria degli animali, il ragionamento dell'avvocato Niccolò Ghedini, uno dei difensori di Berlusconi, il quale ha notato che il primo ministro va considerato "primus super partes", ovvero al di sopra degli altri. Il paragone con Orwell era già stato fatto ieri dal capogruppo dell'Idv alla Camera, Massimo Donadi. Il romanzo, uno dei capolavori dello scrittore britannico, è una spietata metafora del totalitarismo, in una società che predica che gli animali sono tutti uguali, ma qualcuno di loro è in realtà al di sopra di tutti gli altri. "Un interessante esempio di duplicità del pensiero", lo definisce un commento di Richard Owen, sempre sul Times, notando che per il "cadaverico" avvocato Ghedini, un conto è la legge e un altro conto è "l'applicazione della legge". L'editoriale rammenta che si tratta dello stesso avvocato che definì Berlusconi come "l'utilizzatore finale", dunque non passibile di conseguenze legali, a proposito della sua notte a letto con la escort Patrizia D'Addario; e l'articolo ricorda anche che, subito dopo questo commento, un progetto di legge per punire i clienti delle prostitute fu quietamente rinviato. Il giornale osserva anche che nessuno ha trovato da ridire sul fatto che l'avvocato Ghedini, oltre a difendere Berlusconi davanti alla Corte Costituzionale, è un deputato del partito di Berlusconi e ha un ruolo nel preparare le leggi passate dal suo governo: "Un ovvio conflitto di interessi". Il Times ricorda poi che due dei giudici della Corte cenarono con Berlusconi e con il ministro della Giustizia Alfano, autore della legge sull'immunità, nel maggio scorso, suscitando le critiche dell'opposizione per un apparente tentativo di influenzare la Corte. L'articolo nota quindi che solo uno dei giudici è una donna, Maria Rita Saulle, 73 anni, e si chiede se essa "condivide il disgusto suscitato dagli scandali di sesso di Berlusconi".

http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/politica/berlusconi-divorzio-30/times-giustizia-premier/times-giustizia-premier.html?ref=rephpnews


L’attività di Berlusconi appare come un’attività criminale. Ogni provvedimento legislativo è preso all’interno di una logica nazional-socialista, più vicina all’assolutismo di Ratzinger che non a quello della Costituzione della Repubblica. Altre leggi andranno alla Corte Costituzionale: quella sui respingimenti, sul reato di clandestinità, sui siti per il nucleare, ecc. leggi illegali che hanno a fondamento l’ideologia fascista e clericale che conduce direttamente alla struttura monarchica dello stato “primus super partes", non è forse il re, il padrone, colui che si sottrae alle leggi?
La Corte Costituzionale ha detto chiaramente uscendo dall’atto di gentilezza che aveva compiuto per il lodo Schifani: per il Lodo Alfano deve essere fatta una legge Costituzionale in quanto introdurre l’ineguaglianza nel sistema sociale implica una modificazione della Costituzione.

07 ottobre 2009
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo
P.le Parmesan, 8
30175 – Marghera Venezia
Tel. 3277862784
e-mail claudiosimeoni@libero.it

venerdì 2 ottobre 2009

Cassazione, sentenza N. 20949: i diritti dei cittadini non possono mai essere sospesi: nemmeno dal dio padrone.



Con la sentenza N. 20949 del 2009, la Corte di Cassazione ribadisce un principio fondamentale della nostra Costituzione. Un principio fondamentale ribadito su una questione che, pur presentando un morto, appare secondaria.
Qual è il principio ribadito dalla Corte di Cassazione? Nessun cittadino può essere indotto, per nessun motivo, a recedere dai propri diritti Costituzionali sanciti e regolati dalle leggi.
Nel caso in specie si trattava di valutare se la donna che attraversava sulle strisce pedonali era obbligata ad accertarsi che l’auto gli desse la precedenza dovuta o se l’auto aveva il dovere di darle la precedenza a prescindere.
La legge del più forte, propria dell’ideologia cattolica, non può anteporsi al diritto. L’auto è più forte e non può negare il diritto al pedone. In una diversa sentenza la Corte di Cassazione ha sanzionato il pedone che non attraversava sulle strisce pedonali.
Il principio Costituzionale che viene violato in questa vicenda è un principio che troppo spesso viene violato all’interno della società. Quante volte un magistrato ha intimato all’imputato di usare un linguaggio consono? E’ un atto di violenza! Quante volte si sono minacciati i cittadini con l’uso della divisa? Sono atti di violenza! Sono atti di violenza che impongono a un soggetto, il cittadino, di venir meno alle regole Costituzionali per assumere un atteggiamento deferente verso un’autorità a prescindere dagli atti e dai gesti dell’autorità stessa. Spesso i cittadini non ricorrono per magistrati davanti a questi che sono dei veri e propri atti di terrorismo che compromettono le relazioni sociali; li subiscono percependo l’ingiustizia di individui che si nascondono dietro la dignità che conferirebbe loro l’istituzione che rappresentano.

In questo caso, la signora di 80 anni che attraversava sulle strisce pedonali, secondo l’investitore che l’ha uccisa, aveva un passo frettoloso e camminava a testa bassa. Questo, secondo lui e secondo l’interpretazione della Corte d’Appello di Firenze, costituiva un’attenuante sanzionata col 30% di responsabilità per l’incidente alla signora, invocava un concorso di colpa perché la signora non aveva prestato attenzione se lui si fosse fermato a darle la precedenza. Se lui era buono e magnanimo. Se così dovesse essere, nessuno attraverserebbe più la strada sulle strisce pedonali. La Corte di Cassazione ribadisce che le strisce pedonali non “concedono una facoltà”, non è il dio buono che ti concede di attraversare la strada, ma “costituiscono l’obbligo di dare la precedenza ai pedoni sulle strisce pedonali”.
Un diritto che deve essere riconosciuto a prescindere. Attraversare la strada non può essere, secondo la Corte di Cassazione un “temerario atto di coraggio”, ma una normale azione del vivere quotidiano.
Come la polizia di Stato, i sindaci, i magistrati, dovrebbero riconoscere i diritti dei cittadini a prescindere e trasformarli in propri doveri.
Riporto l’articolo dell’AGI che riassume la sentenza della Corte di Cassazione:

CASSAZIONE: INCIVILE NON DARE
PRECEDENZA A PEDONI SU STRISCE


(AGI) - Roma, 1 ott. - Non e’ “in linea con la elementari regole di comportamento proprie di un paese civile” il comportamento di chi, alla guida di un mezzo di un’automobile o di una moto, considera “una mera facolta’ il suo inderogabile obbligo di dare la precedenza ai pedoni sulle strisce pedonali”. Lo sottolinea la Cassazione, accogliendo il ricorso dei figli di una signora ottantenne deceduta dopo essere stata investita da un motorino mentre attraversava la strada sulle strisce. I giudici del merito - il tribunale e la Corte d’appello di Firenze - avevano dichiarato ascrivibile il fatto per il 30% alla condotta della signora e liquidato il danno morale a ciascuno dei figli in 80 milioni delle vecchie lire. Questi, quindi, si erano rivolti alla Cassazione, che ha dato loro ragione, annullando con rinvio la sentenza di secondo grado, nella quale si rilevava che la donna, al momento dell’incidente, camminava “frettolosamente e a testa bassa senza controllare la sussistenza di veicoli che circolavano”, mentre il pedone, per i giudici d’appello, deve “controllare con attenzione, nel primario suo interesse, se stiano sopraggiungendo veicoli da destra o da sinistra”.
La Suprema Corte (terza sezione civile, sentenza n.20949) ha invece osservato che “il dovere di rallentare fino a fermarsi per consentire l’attraversamento del pedone sulle strisce pedonali fa carico al conducente del veicolo, che la velocita’ va dallo stesso adeguata al contesto dei luoghi ed all’area visibile nelle immediate vicinanze delle strisce, che sul conducente incombe l’obbligo di presumere che nello spazio a tanto destinato un pedone possa in ogni momento attraversare, che, soprattutto, nessun dovere ha il pedone (che ben puo’ essere anche un vecchio o un bambino) di valutare l’intenzione del conducente di lasciarlo effettivamente passare (come deve)”. Gli ‘ermellini’, infatti, ricordano come occorra che “ogni conducente, nell’approssimarsi alle strisce pedonali, ancor piu’ se queste si trovano, come nella specie, in una zona centrale di una citta’, abbia la chiara consapevolezza che deve non solo dare la precedenza, ma anche tenere un comportamento idoneo ad ingenerare nel pedone la sicurezza che possa attraversare senza rischi”. L’attraversamento non puo’ essere un “temerario atto di coraggio”: il pedone deve effettuarlo “con l’aspettativa che i conducenti si fermino per lasciarglielo fare”. E’ dunque un “errore in diritto ritenere che l’omissione da parte del pedone del controllo e dell’apprezzamento della velocita’ dei veicoli sopraggiungenti”, osservano gli alti giudici: un possibile concorso di colpa puo’ essere ravvisabile solo se “il pedone abbia tenuto una condotta assolutamente imprevedibile e del tutto straordinaria, non ipotizzabile nel caso di semplice attraversamento frettoloso e a testa bassa”. (AGI)
Tratto da:
http://www.diritto-oggi.it/archives/00044112.html

Non dare la precedenza ai pedoni sulle strisce e come in questo caso pretendere delle attenuanti per non averlo fatto, (a prescindere dagli incidenti che possono sempre avvenire per cause varie....) non è solo incivile, ma è la pretesa della riaffermazione di un principio dottrinale cattolico sulle norme Costituzionali. Mentre il dio padrone concede, bontà sua, alla persona di attraversare la strada perché il dio padrone è buono, per i cattolici, anche quando la investe; la Costituzione prevede che nessun cittadino venga sottratto ai diritti che la legge determina e, pertanto, il dio padrone in macchina, come DEVE fermarsi allo stop, così deve avere una condotta tale da fermarsi davanti alle strisce e far passare il pedone. Sia che l’autista si chiami “pinco pallino”, sia che si chiami “Silvio Berlusconi”.
O l’Italia diventa un paese che fa propria la morale della Costituzione, o l’Italia continua a manifestare la morale della monarchia assoluta che tanti danni ha fatto!

02 ottobre 2009
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo
P.le Parmesan, 8
30175 – Marghera Venezia
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lunedì 28 settembre 2009

Sentenza n. 37442/2009 Corte di Cassazione e diritto all'indignazione da parte dei cittadini.


Nella foto: la Dea Dike. Figlia della Giustizia Universale, Madre Temi, che Padre Zeus ha calato nelle emozioni e nei sentimenti degli Esseri della Natura e degli Esseri Umani nel nostro caso, affinché nessuno li trasformasse in schiavi!
Con la sentenza N. 37442/2009 la Corte di Cassazione precisa l’uso del linguaggio dei giornalisti in relazione ad avvenimenti pubblici riferiti ai magistrati. Per estensione, tale sentenza, indica il comportamento morale legittimo davanti a provvedimenti dell’autorità, sia essa politica o amministrativa, che ledono i diritti delle persone o ledono i principi fondamentali della Costituzione della Repubblica.
Durante l’epoca fascista il linguaggio doveva essere rispettoso nei confronti l’autorità. L’autorità che derivava da dio non poteva essere censurata per i suoi atti illegittimi: chi censura il dio padrone?
Con la Democrazia e con l’avvento della Costituzione, le persone hanno il diritto all’indignazione e hanno il diritto di usare, davanti all’ingiustizia o all’aggressione dei principi Costituzionali da parte di un soggetto nelle Istituzioni, il linguaggio che si sprigiona dentro di loro. In altra sentenza, sempre la Corte di Cassazione, per precisare questo concetto, ebbe a scrivere che il linguaggio da caserma va usato fra “PARI GRADO” non nei confronti di un subordinato. Al contrario, il subordinato che subisce degli abusi o ritiene si subire delle prevaricazioni, ha il diritto ad esprimere tutta la sua indignazione.
Il caso in esame, riguarda le invettive, o espressioni forti, usate contro un Pubblico Ministero: “astrattamente idonee a ledere l’altrui onore, ma utilizzate per descrivere le drammatiche condizioni che portarono il detenuto al suicidio in carcere”. Non esiste un limite della critica, esiste un limite, dettato dalla Costituzione, entro le quali le Istituzioni, e nella fattispecie i Pubblici Ministeri, possono operare.
Le tecniche usate dai Pubblici Ministeri, in cui costringono le persone in situazioni atroci per poi torturarle e inquisirle se non fanno quello che loro vogliono, è una pratica che è sempre stata applicata sia dalla magistratura che dalla Polizia di Stato e oggi, anche dai Vigili Urbani.
Lo fanno anche chi pratica la violenza sui bambini: prima favoriscono la violenza sui bambini e poi denunciano chi si indigna. Un Pubblico Ministero corrotto o partecipe dei loro affari, lo trovano sempre. C’è sempre un poliziotto pronto a torturare; c’è sempre un Pubblico Ministero disposto a firmare falsi in atti d’ufficio per sequestrare persone e garantire impunità al poliziotto torturatore (non so quanti precedenti abbia il mio caso, ma sta di fatto che questo è ciò che si verifica. Poi, il presidente della Corte d’Appello di Venezia, ti deride e ti sfotte per favorire il sequestro ad opera del Pubblico Ministero).
Con questa sentenza la Corte di Cassazione ha ulteriormente ribadito il diritto di critica in cui le “parole violente” non sono rivolte alla “persona pubblico ministero”, ma sono rivolte “alle azioni e alle decisioni che la persona pubblico ministero ha preso”.
Riporto due articoli in Web sullo stesso argomento:



Corte di Cassazione:

Via libera alle critiche dei giornali sull'operato dei magistrati



E' giusto che i mass media "richiamino l'attenzione sulla gravita' delle conseguenze dell'operato della magistratura" quando una decisione errata "incide sulla liberta' dei cittadini". Lo afferma la quinta sezione penale della Corte di Cassazione (sentenza 37442/2009) con una decisione che da il via libera alle critiche anche aspre indirizzate a giudici che sbagliano. Il caso esaminato dal Palazzaccio riguarda un pubblico ministero che si era sentito diffamato da un articolo di stampa che lo aveva criticato per aver fatto ingiustamente un uomo con l'accusa di omicidio e rapina basandosi su un unico grave indizio. L'uomo, che si era sempre proclamato innocente, era stato tenuto in isolamento fino al suicidio. Sulla vicenda un quotidiano aveva pubblicato un articolo di denuncia utilizzando, nei confronti dei magistrati che si erano occupati del caso, espressioni "certamente forti e astrattamente idonee a ledere l'altrui onore ma utilizzate per descrivere le drammatiche sorti che portarono il detenuto al suicidio in carcere". L'autore dell'articolo veniva assolto dai giudici di merito e il pm ricorreva in Cassazione sostenendo che nel caso di specie si fosse travalicato il limite del diritto di critica sconfinando dunque nella diffamazione. La Corte ha respinto il ricorso evidenziando che "e' stato correttamente osservato che l'esercizio del diritto di critica, nella sua funzione di scriminante, puo' esplicarsi con l'uso di toni oggettivamente aspri e polemici, specie quando abbia ad oggetto un tema di grave interesse pubblico". Inoltre, "le espressioni usate dal giornalista sono pienamente adeguate alla gravita' del fatto narrato e sono dirette non certo ad aggredire la sfera di umanita' e moralita' del magistrato, ma a richiamare l'attenzione sulla gravita' delle conseguenze dell'operato della magistratura, laddove incide sulla liberta' dei cittadini". Proprio per questo il caso deve considerarsi rientrante nel "legittimo esercizio del diritto di critica".

(Data: 27/09/2009 9.34.00 - Autore: Roberto Cataldi)
http://www.studiocataldi.it/news_giuridiche_asp/news_giuridica_7417.asp



Cassazione su diritto di critica giornalisti.
Anche dei giudici


SULMONA- I giornalisti possono criticare, anche con toni aspri, l’operato di un magistrato, senza andare incontro a una condanna per diffamazione. Lo si evince da una sentenza con cui la Cassazione ha confermato il verdetto della Corte d’appello di Palermo con cui un cronistaera stato assolto dall’accusa di diffamazione aggravata perche’ il fatto non sussiste. Il giornalista era stato querelato da un pm per un articolo nel quale si ripercorreva una certa la vicenda.
La Suprema Corte (quinta sezione penale, sentenza n. 37442) ha rigettato il ricorso presentato dalla difesa del magistrato, parte civile nel procedimento,sottolineando che “va tutelata nel modo piu’ ampio la liberta’ di espressione, a condizione che l’autore non trascenda in attacchi personali diretti a colpire, sul piano individuale, senza alcuna finalita’ di interesse pubblico, la figura morale del soggetto criticato”. Infatti, continuano i giudici di piazza Cavour, “la continenza formale non puo’ equivalere a obbligo di utilizzare un linguaggio grigio ed anodino, in quanto in essa rientra il libero ricorso a parole sferzanti e pungenti. E’ stato correttamente osservato che l’esercizio del diritto di critica, nella sua funzione di scriminante, puo’ esplicarsi con l’uso di toni oggettivamente aspri e polemici, specie quando abbia ad oggetto un tema di grave interesse pubblico”. Per la Cassazione, “le espressioni usate dal giornalista sono pienamente adeguate alla gravita’ del fatto narrato e sono dirette non certo ad aggredire la sfera di umanita’ e moralita’ del magistrato, ma a richiamare l’attenzione sulla gravita’ delle conseguenze dell’operato della magistratura, laddove incide sulla liberta’ dei cittadini

http://gruscitti.wordpress.com/2009/09/26/cassazione-critica/


Anche le condizioni poste dalla Corte di Cassazione sull’ampia tutela dell’indignazione dalla quale scaturisce una critica anche “violenta” sono condizioni che devono essere sottolineate là dove si dice: “va tutelata nel modo piu’ ampio la liberta’ di espressione, a condizione che l’autore non trascenda in attacchi personali diretti a colpire, sul piano individuale, senza alcuna finalita’ di interesse pubblico, la figura morale del soggetto criticato”.
E la Corte di Cassazione precisa che: “le espressioni usate dal giornalista sono pienamente adeguate alla gravita’ del fatto narrato e sono dirette non certo ad aggredire la sfera di umanita’ e moralita’ del magistrato, ma a richiamare l’attenzione sulla gravita’ delle conseguenze dell’operato della magistratura, laddove incide sulla liberta’ dei cittadini.”.
Sarà necessario ricordare questo principio perché nel prossimo futuro distinguerà molto la legittimità dell’indignazione davanti a poliziotti o vigili urbani che sempre più (vedi l’ultima legge sulla “resistenza a pubblico ufficiale”) vengono invitati a comportamenti violenti e provocatori nei confronti dei cittadini da politici che intendono usare le reazioni dei cittadini a scopi elettorali (vedi i vigili urbani usati per far propaganda politica nei comuni a guida Leghista).
28 settembre 2009
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo
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