domenica 29 marzo 2009

Il confine fra satira e denigrazione; fra critica ed offesa.

Si tratta di un concetto già espresso dalla Corte di Cassazione. Anche la satira va a censurare le azioni, le affermazioni, le decisioni, le idee, espresse dalle persone, ma non le persone in sé.
Questo vale per ogni soggetto. Non si può accostare Ratzinger a simboli ripugnanti erotici ance se la rabbia che suscita è grande. Solo che la rabbia non viene suscitata da Ratzinger in quanto persona, ma dalle azioni e dalle affermazioni di Ratzinger. Pertanto la satira e la critica vanno a colpire le affermazioni di Ratzinger, non la persona di Ratzinger. Affermare che le affermazioni di Bagnasco e Ratzinger, in merito al preservativo, sono affermazioni criminali, oppure farne oggetto di satira (Ratzinger e Bagnasco minorenni incinti e scomunicati...), è del tutto legittimo. Ciò che è illegittimo sono le aggressioni di Bagnasco alla Francia e a chi ha criticato le affermazioni di Ratzinger sul preservativo. Ciò che si aggredisce, come critica o con la satira, sono le idee, le affermazioni, il credo, le azioni, FATTE DALLA PERSONA, non la persona sottratta dal contesto delle sue azioni e delle sue decisioni.


Verona.
Cassazione: associare simboli fallici e autorità politiche è diffamazione

ROMA (28 marzo) - La Cassazione conferma la condanna per Vittorio F., titolare di un bar di Soave, in provincia di Verona: aveva attaccato alla vetrina del suo locale il disegno di un fallo con il nome del sindaco accostato alla parte superiore e quello del vicesindaco a quella inferiore. «Ma è solo satira», aveva sostenuto il barista, ma la Cassazione ha decretato: nessuna satira, affiancare il nome di personaggi politici a parti del simbolo fallico è diffamazione. La sentenza 12987 ha dunque stabilito questo - ossia che non rientra nel diritto di satira associare il nome di personaggi politici a parti del simbolo fallico, come la sommità del pene o i testicoli - confermando appunto la condanna nei confronti del barista di Soave.La linea difensiva del titolare del bar faceva leva sul diritto alla satira: il suo gesto era lecito perché rientrava «nell'ambito della satira politica e mirava alla derisione di soggetti investiti di pubblici poteri che si erano resi responsabili di malgoverno».Piazza Cavour, però, ha bocciato la tesi rilevando che la satira non si sottrae «al limite della continenza» e che non sono ammessi «accostamenti volgari o ripugnanti che travalicano il rispetto della persona ed espongono il soggetto passivo al dileggio della sua immagine pubblica e al discredito presso la collettività».Nel caso in questione «l'identificazione con parti dell'organo maschile del nome del sindaco e del vicesindaco rendeva evidente l'intento di propalare un giudizio denigratorio nei confronti degli esponenti più rappresentativi dell'amministrazione comunale».

Tratto da:
http://www.gazzettino.it/articolo.php?id=52504&sez=NORDEST


Il diritto alla satira non è il diritto allo scherno e alla derisione. Nella vicenda delle vignette danesi, ad esempio, si volle far passare scherno e derisione per satira.
In varie sentenze la Corte di Cassazione ha sottolineato il confine esistente fra satira e denigrazione; fra critica e diffamazione.
Una volta in più, penso che sia opportuno.
Claudio Simeoni

Nessun commento:

Posta un commento