giovedì 30 aprile 2009

Cassazione, la violazione del segreto d'ufficio e la sussistenza del reato. Società civile e possesso delle persone.

Nella sentenza che riporto la Corte di Cassazione determina (o ribadisce) un concetto importante per la società civile:

Un segreto, in questo caso aziendale, non deve essere preservato in sé e per sé, ma deve essere preservato per evitare che la sua rivelazione porti un danno, in questo caso, all’azienda.
Un’azienda può porre dei segreti sulle proprie attività al fine di impedire di subire un danno. Ma l’idea della possibilità del danno non sempre è un’eventualità reale, spesso è un’eventualità immaginata. Dove l’immaginazione del possibile danno dell’azienda non collima con la descrizione della realtà di un dipendente. Pertanto, la valutazione della necessità del segreto o della riservatezza può, in molti casi, divergere. Da qui l’idea della Corte di Cassazione secondo cui l’azienda non è la padrona dei comportamenti dei dipendenti, ma solo della sua attività.
Il danno determina se il segreto aziendale è stato violato. La mancanza del danno indica la non violazione del segreto aziendale. E’ colpevole il dipendente che rivela un segreto ad una ditta concorrente. Nel farlo procura un danno, ma se la rivelazione del segreto non procura un danno, nessuna rivelazione è stata fatta. La mancanza del nocumento (effetto del nuocere) “esclude la sussistenza del reato anche solo tentato”.
La Corte di Cassazione, ancora una volta, ha stabilito il principio che l’azienda non è la padrona delle persone che vi lavorano, ma solo della mansione lavorativa. Le persone hanno un rapporto contrattuale con l’azienda. Un rapporto di lavoro e non un rapporto di schiavismo come la pretesa di questa azienda di perseguire un preteso “reato” lascia intravedere.
Riporto l’articolo:



CASSAZIONE
Rivelazione di segreti aziendali: la mancanza di danno esclude la sussistenza del reato

"Ai sensi dell'art 621 c.p.la rivelazione del contenuto di documenti segreti costituisce reato solo se dal fatto deriva un nocumento, inteso questo come pregiudizio giuridicamente rilevante di qualsiasi natura possa derivare a colui che abbia il diritto alla segretezza dei documenti".E' quanto ribadito dalla quinta sezione penale della Corte di Cassazione nella sentenza del 27 aprile scorso, la n. 17744.
Il fatto: Il tribunale condannava alcuni dipendenti di una azienda per il reato previsto dall'art. 621 c.p. di rivelazione del contenuto di documenti segreti e due di loro anche del reato previsto dall'art. 171 bis. L. 633/1941.La Corte d'Appello di Firenze, assolveva gli imputati dall'imputazione di cui all'art. 171 bis L. 633/1941 perchè il fatto non costituisce reato riteneva sussistente il solo tentativo del reato previsto dall'art. 621 c.p..Proponeva, quindi ricorso per cassazione il difensore dei due imputati condannati per il reato previsto dall'art. 171 bis. L. 633/1941.
Ha ritenuto la Corte di Cassazione: "che il ricorso debba essere accolto con annullamento senza rinvio della sentenza impugnata. La richiesta del Procuratore Generale di dichiarazione di estinzione dei reato per prescrizione non può essere considerata ai sensi dell'art, 129 c.p.p. dovendosi procedere ad una assoluzione nel merito. Ai sensi dell'art 621 c.p.la riivelazione del contenuto di documenti segreti costituisce reato solo se dal fatto deriva un nocumento, inteso questo come pregiudizio giuridicamente rilevante di qualsiasi natura possa derivare a colui che abbia il diritto alla segretezza dei documenti. La sentenza impugnata ha accertato che non vi fu nocumento, dal momento che dei documenti segreti non fu fatto uso e che non è stata accertata o individuata la presenza di un qualsiasi pregiudizio di natura, anche non patrimoniale. La mancanza del nocumento, condizione di punibilità del fatto, esclude la sussistenza del reato anche solo tentato.".

Fonte:
http://www.professionisti24.ilsole24ore.com/


La Corte di Cassazione continua a emettere giudizi che vanno a definire l’etica sociale e civile della nazione. Un’etica che porta le persone ad uscire dalla morale cristiana. Nel cristianesimo le persone sono di proprietà del dio o del padrone (qualunque forma o con qualunque nome assuma quella gerarchia che si identifica col padrone o proprietario di persone) il quale non limita il proprio dominio all’azione contrattuale, ma lo estende sulla persona con cui ha un contratto e, spesso, con l’intera sua vita familiare.
Capire i limiti dell’intervento della gerarchia di lavoro sul sottoposto, sul dipendente, ci permette di comprendere il grado di libertà di una società civile. Ci permette di distinguere quelli che sono i rapporti legali da quelli che sono i comportamenti illegali. Comportamenti illegali che non sempre vengono inquisiti dalla magistratura, ma che noi dobbiamo imparare a leggere e a censurare nella società civile, anche quando non assumono la forma di reato, proprio per prevenire l’illegalità delle pretese di una gerarchia sulle persone.
Lungo è il cammino per costruire l’etica democratica in una società che tenta di riprodurre, nelle relazioni fra gli individui, l’assolutismo cristiano.

30 aprile 2009
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo
P.le Parmesan, 8
30175 – Marghera Venezia
Tel. 3277862784
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