venerdì 1 maggio 2009

Il linguaggio "offensivo" e la Corte di Cassazione. La rivoluzione del 1968, dalla deferenza al dio padrone alla manifestazione emotiva in Democrazia.

Il problema del linguaggio nella comunicazione è un problema sempre aperto.
Dal linguaggio “deferente al re” o “all’autorità” la società è in transizione verso il linguaggio emotivo: quello che fu la vera rivoluzione del 1968.
Non il linguaggio che spiega, ma il linguaggio che manifesta le emozioni come risposta a fenomeni provenienti dal mondo e dalla società. Il linguaggio che esprime a sintesi percettive di analisi soggettive elaborate dal profondo.
Un linguaggio che si scontra con il “soggetto” che ha messo in atto i suoi fenomeni e che non ritiene sé stesso separato dalle sue azioni, ma che, come un dio onnipotente, ritiene le sue azioni, non tanto sottratte da critica, ma che “non devono suscitare l’ira del loro interlocutore in quanto, tali azioni, devono essere sottratte dal giudizio dell’interlocutore”.
E’ lo scontro che sta avvenendo nella società civile fra chi si pensa e si immedesima nel dio onnipotente e chi invece vive la società come un corpo vivo e pulsante di cui egli ne è parte. Queste due collocazioni manifestano due linguaggi diversi.
Fino a non molto tempo fa il pubblico ministero, all’interno di un procedimento penale, insultava l’imputato attraverso un linguaggio che non definiva semplicemente le sue azioni, ma aveva lo scopo di dipingere l’imputato come una persona abbietta. Per contro, quando l’imputato accusava, con lo stesso linguaggio il Pubblico Ministero per aver manipolato prove o forzato il giudizio, veniva immediatamente minacciato dal magistrato di turno. Era il dio padrone che si ergeva onnipotente in disprezzo del dettato Costituzionale e che pretendeva di determinare il linguaggio e i comportamenti dell’imputato che dovevano essere ossequiosi e rispettosi a sé in quanto vicario del dio padrone.
La rivoluzione del 1968 porta ad una modificazione dell’uso del linguaggio dove, il linguaggio, comunque educazionalmente imposto, manifesta l’individuo in sé. L’individuo come manifestazione emotiva in un mondo che agisce sulle sue emozioni sollecitando la sua reazione emotiva.
Così il Pubblico Ministero non ha bisogno di sparare ad una persona per essere classificato come terrorista. E’ sufficiente che, per i propri interessi, alteri il capo d’imputazione: in quel momento è un terrorista. E’ sufficiente che interpreti in modo distorto o personale una norma di legge: in quel momento è un terrorista anche quando afferma di aver agito in “scienza e coscienza”. Come “scienza e coscienza” condannò Galilei.
In più occasioni la Corte di Cassazione ha censurato il linguaggio ponendo molta attenzione alla relazione gerarchica fra i soggetti che esprimevano il linguaggio. Così il “capo” non poteva usare un linguaggio “offensivo” nei confronti del sottoposto, qualunque fosse l’azione del sottoposto. Proprio perché era “capo” tale linguaggio risultava offensivo e lesivo. Aveva altri mezzi con cui agire che non aggredire il sottoposto. Infatti, proprio perché “capo”, non censurava delle azioni, ma la persona. Per contro la Corte di Cassazione ha riconosciuto che un linguaggio “colorito” esprimeva emozioni del sottoposto o del “pari grado” all’interno di una relazione in cui “le azioni” erano l’oggetto del contendere e non l’aggressione diretta alla persona. Il sottoposto non ha potere nei confronti del “capo”, se non l’espressione verbale con cui esprimere la propria rabbia per offese, reali o presunte, ricevute.
E’ proprio la deferenza al dio padrone che la Corte di cassazione sta tentando, con una serie di sentenze, di censurare all’interno di un processo di trasformazione del costume che, volenti o nolenti, si sta continuamente modificando.
La notizia che riporto riguarda l’ultima sentenza della Corte di Cassazione. Come spesso avviene in una situazione di “rivoluzione”, la Corte di Cassazione annulla condanne precedentemente inflitte da orti periferiche in cui PM e Giudici, troppo spesso si ritengono tanti piccoli dio padrone (e troppo spesso parteggiano per una parte contro l’altra).



Annullata una condanna per diffamazione inflitta ad un amministratore locale
Cassazione, via libera ai manifesti che screditano l'avversario politico
Secondo la quinta sezione, negli anni si è verificata "una sorta di desensibilizzazione del significato offensivo di talune parole" per cui "la critica può esprimersi pure in termini che sarebbero definiti lesivi della reputazione di un comune cittadino.”


Roma, 30 apr. (Adnkronos/Ign) - Via libera ai manifesti volti a "screditare" anche in maniera "graffiante" e "aspra" l'avversario politico. Parola di Cassazione che ha annullato una condanna per diffamazione inflitta in appello ad un esponente di un'amministrazione locale, condannato dalla Corte di Firenze per avere tappezzato la città di manifesti in cui affermava che il modo di fare politica del gruppo avversario e dei partiti che lo sostengono "è basato sulla calunnia e sulla ricerca affannosa e maniacale di gettare fango sugli amministratori".
Secondo la Suprema Corte, che ha accolto il ricorso dell'amministratore annullando senza rinvio la sentenza impugnata poiché "il fatto non costituisce reato", in politica "è lecito adoperare toni aspri e pungenti di disapprovazione, giungendo a screditare la condotta degli avversari".Di diverso avviso era stata la Corte d'Appello di Firenze che, nel maggio 2008, aveva condannato l'uomo per il reato punito dall'art. 595 C.P. ritenendo che il contenuto dei manifesti politici non rientrasse nel diritto di critica. La quinta sezione penale è stata di diverso avviso e, con la sentenza 17686, ha annullato la condanna all'amministratore locale. E questo perché "sussiste l'interesse pubblico a garantire il dibattito tra tutti i gruppi politici, al fine di assicurare la trasparenza dei processi decisionali attinenti la gestione della cosa pubblica". Inoltre, annotano ancora i supremi giudici, fermo restando che deve essere "esclusa la liceità delle contumelie, del dileggio, della mera derisione", nell'ambito della lotta politica va registrato che negli anni si è verificata "una sorta di desensibilizzazione del significato offensivo di talune parole", per cui "la critica può esprimersi pure in termini che sarebbero definiti lesivi della reputazione di un comune cittadino".

Fonte:
http://www.adnkronos.com/IGN/Cronaca/?id=3.0.3264368226


Che cosa determina la differenza fra offesa e critica?
"sussiste l'interesse pubblico a garantire il dibattito tra tutti i gruppi politici, al fine di assicurare la trasparenza dei processi decisionali attinenti la gestione della cosa pubblica"
E questo vale anche fra le persone quando l’interesse del contendere non è un mero vantaggio personale, ma elementi della Democrazia che in questo paese troppo spesso vengono violati con una superficialità che appare più un atto di terrorismo sociale che un gesto di imbecillità o di cretinismo delle singole persone.
Forse che dire ad una persona, per il gesto che fa, “sei un terrorista” è inferiore a dire “sei un cretino” o “sei un deficiente”?
Dipende dai rapporti di forza.
Se qualcuno fa un sorpasso azzardato e gli fai i corni. Tutto può finir là. Ma se colui a cui fai i corni è un “avvocato” va a depositare una querela. Intanto parte l’inchiesta del PM nonostante che la Corte di Cassazione abbia già legiferato. Ma può il PM non fare un favore all’avvocato con cui intrattiene relazioni?
Molte cose sono da sistemare in questo paese perché si passi dall’etica del dio padrone all’etica della Costituzione.
01 maggio 2009
Claudio Simeoni

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