lunedì 28 settembre 2009

Sentenza n. 37442/2009 Corte di Cassazione e diritto all'indignazione da parte dei cittadini.


Nella foto: la Dea Dike. Figlia della Giustizia Universale, Madre Temi, che Padre Zeus ha calato nelle emozioni e nei sentimenti degli Esseri della Natura e degli Esseri Umani nel nostro caso, affinché nessuno li trasformasse in schiavi!
Con la sentenza N. 37442/2009 la Corte di Cassazione precisa l’uso del linguaggio dei giornalisti in relazione ad avvenimenti pubblici riferiti ai magistrati. Per estensione, tale sentenza, indica il comportamento morale legittimo davanti a provvedimenti dell’autorità, sia essa politica o amministrativa, che ledono i diritti delle persone o ledono i principi fondamentali della Costituzione della Repubblica.
Durante l’epoca fascista il linguaggio doveva essere rispettoso nei confronti l’autorità. L’autorità che derivava da dio non poteva essere censurata per i suoi atti illegittimi: chi censura il dio padrone?
Con la Democrazia e con l’avvento della Costituzione, le persone hanno il diritto all’indignazione e hanno il diritto di usare, davanti all’ingiustizia o all’aggressione dei principi Costituzionali da parte di un soggetto nelle Istituzioni, il linguaggio che si sprigiona dentro di loro. In altra sentenza, sempre la Corte di Cassazione, per precisare questo concetto, ebbe a scrivere che il linguaggio da caserma va usato fra “PARI GRADO” non nei confronti di un subordinato. Al contrario, il subordinato che subisce degli abusi o ritiene si subire delle prevaricazioni, ha il diritto ad esprimere tutta la sua indignazione.
Il caso in esame, riguarda le invettive, o espressioni forti, usate contro un Pubblico Ministero: “astrattamente idonee a ledere l’altrui onore, ma utilizzate per descrivere le drammatiche condizioni che portarono il detenuto al suicidio in carcere”. Non esiste un limite della critica, esiste un limite, dettato dalla Costituzione, entro le quali le Istituzioni, e nella fattispecie i Pubblici Ministeri, possono operare.
Le tecniche usate dai Pubblici Ministeri, in cui costringono le persone in situazioni atroci per poi torturarle e inquisirle se non fanno quello che loro vogliono, è una pratica che è sempre stata applicata sia dalla magistratura che dalla Polizia di Stato e oggi, anche dai Vigili Urbani.
Lo fanno anche chi pratica la violenza sui bambini: prima favoriscono la violenza sui bambini e poi denunciano chi si indigna. Un Pubblico Ministero corrotto o partecipe dei loro affari, lo trovano sempre. C’è sempre un poliziotto pronto a torturare; c’è sempre un Pubblico Ministero disposto a firmare falsi in atti d’ufficio per sequestrare persone e garantire impunità al poliziotto torturatore (non so quanti precedenti abbia il mio caso, ma sta di fatto che questo è ciò che si verifica. Poi, il presidente della Corte d’Appello di Venezia, ti deride e ti sfotte per favorire il sequestro ad opera del Pubblico Ministero).
Con questa sentenza la Corte di Cassazione ha ulteriormente ribadito il diritto di critica in cui le “parole violente” non sono rivolte alla “persona pubblico ministero”, ma sono rivolte “alle azioni e alle decisioni che la persona pubblico ministero ha preso”.
Riporto due articoli in Web sullo stesso argomento:



Corte di Cassazione:

Via libera alle critiche dei giornali sull'operato dei magistrati



E' giusto che i mass media "richiamino l'attenzione sulla gravita' delle conseguenze dell'operato della magistratura" quando una decisione errata "incide sulla liberta' dei cittadini". Lo afferma la quinta sezione penale della Corte di Cassazione (sentenza 37442/2009) con una decisione che da il via libera alle critiche anche aspre indirizzate a giudici che sbagliano. Il caso esaminato dal Palazzaccio riguarda un pubblico ministero che si era sentito diffamato da un articolo di stampa che lo aveva criticato per aver fatto ingiustamente un uomo con l'accusa di omicidio e rapina basandosi su un unico grave indizio. L'uomo, che si era sempre proclamato innocente, era stato tenuto in isolamento fino al suicidio. Sulla vicenda un quotidiano aveva pubblicato un articolo di denuncia utilizzando, nei confronti dei magistrati che si erano occupati del caso, espressioni "certamente forti e astrattamente idonee a ledere l'altrui onore ma utilizzate per descrivere le drammatiche sorti che portarono il detenuto al suicidio in carcere". L'autore dell'articolo veniva assolto dai giudici di merito e il pm ricorreva in Cassazione sostenendo che nel caso di specie si fosse travalicato il limite del diritto di critica sconfinando dunque nella diffamazione. La Corte ha respinto il ricorso evidenziando che "e' stato correttamente osservato che l'esercizio del diritto di critica, nella sua funzione di scriminante, puo' esplicarsi con l'uso di toni oggettivamente aspri e polemici, specie quando abbia ad oggetto un tema di grave interesse pubblico". Inoltre, "le espressioni usate dal giornalista sono pienamente adeguate alla gravita' del fatto narrato e sono dirette non certo ad aggredire la sfera di umanita' e moralita' del magistrato, ma a richiamare l'attenzione sulla gravita' delle conseguenze dell'operato della magistratura, laddove incide sulla liberta' dei cittadini". Proprio per questo il caso deve considerarsi rientrante nel "legittimo esercizio del diritto di critica".

(Data: 27/09/2009 9.34.00 - Autore: Roberto Cataldi)
http://www.studiocataldi.it/news_giuridiche_asp/news_giuridica_7417.asp



Cassazione su diritto di critica giornalisti.
Anche dei giudici


SULMONA- I giornalisti possono criticare, anche con toni aspri, l’operato di un magistrato, senza andare incontro a una condanna per diffamazione. Lo si evince da una sentenza con cui la Cassazione ha confermato il verdetto della Corte d’appello di Palermo con cui un cronistaera stato assolto dall’accusa di diffamazione aggravata perche’ il fatto non sussiste. Il giornalista era stato querelato da un pm per un articolo nel quale si ripercorreva una certa la vicenda.
La Suprema Corte (quinta sezione penale, sentenza n. 37442) ha rigettato il ricorso presentato dalla difesa del magistrato, parte civile nel procedimento,sottolineando che “va tutelata nel modo piu’ ampio la liberta’ di espressione, a condizione che l’autore non trascenda in attacchi personali diretti a colpire, sul piano individuale, senza alcuna finalita’ di interesse pubblico, la figura morale del soggetto criticato”. Infatti, continuano i giudici di piazza Cavour, “la continenza formale non puo’ equivalere a obbligo di utilizzare un linguaggio grigio ed anodino, in quanto in essa rientra il libero ricorso a parole sferzanti e pungenti. E’ stato correttamente osservato che l’esercizio del diritto di critica, nella sua funzione di scriminante, puo’ esplicarsi con l’uso di toni oggettivamente aspri e polemici, specie quando abbia ad oggetto un tema di grave interesse pubblico”. Per la Cassazione, “le espressioni usate dal giornalista sono pienamente adeguate alla gravita’ del fatto narrato e sono dirette non certo ad aggredire la sfera di umanita’ e moralita’ del magistrato, ma a richiamare l’attenzione sulla gravita’ delle conseguenze dell’operato della magistratura, laddove incide sulla liberta’ dei cittadini

http://gruscitti.wordpress.com/2009/09/26/cassazione-critica/


Anche le condizioni poste dalla Corte di Cassazione sull’ampia tutela dell’indignazione dalla quale scaturisce una critica anche “violenta” sono condizioni che devono essere sottolineate là dove si dice: “va tutelata nel modo piu’ ampio la liberta’ di espressione, a condizione che l’autore non trascenda in attacchi personali diretti a colpire, sul piano individuale, senza alcuna finalita’ di interesse pubblico, la figura morale del soggetto criticato”.
E la Corte di Cassazione precisa che: “le espressioni usate dal giornalista sono pienamente adeguate alla gravita’ del fatto narrato e sono dirette non certo ad aggredire la sfera di umanita’ e moralita’ del magistrato, ma a richiamare l’attenzione sulla gravita’ delle conseguenze dell’operato della magistratura, laddove incide sulla liberta’ dei cittadini.”.
Sarà necessario ricordare questo principio perché nel prossimo futuro distinguerà molto la legittimità dell’indignazione davanti a poliziotti o vigili urbani che sempre più (vedi l’ultima legge sulla “resistenza a pubblico ufficiale”) vengono invitati a comportamenti violenti e provocatori nei confronti dei cittadini da politici che intendono usare le reazioni dei cittadini a scopi elettorali (vedi i vigili urbani usati per far propaganda politica nei comuni a guida Leghista).
28 settembre 2009
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo
P.le Parmesan, 8
30175 – Marghera Venezia
Tel. 3277862784
e-mail claudiosimeoni@libero.it

lunedì 21 settembre 2009

L'addestramento morale dei militari italiani: da "rambo" al "Gesù di Nazareth".


Con la morte dei militari in Afganistan mi sembra doveroso aprire una riflessione sulle Forze Armate Italiane: il loro addestramento, la loro mentalità e il loro modo di porsi davanti ai cittadini e al mondo.
Da quando nel 1948 entrò in vigore la Costituzione della Repubblica, i militari italiani vivono quest’evento come un’offesa e un’onta. I principi Costituzionali non sono mai entrati in caserma. Non sono mai stati imposti come le linee guida dei comportamenti militari e sociali. Al contrario. Sono stati osteggiati. Al punto tale che da De Lorenzo, Borghese, e altri hanno trattato le Forze Armate Italiane come l’ultimo baluardo di difesa dell’ideologia nazi-fascista contro la Costituzione della Repubblica.
Lo stesso addestramento di militari, carabinieri e poliziotti, consiste nel convincerli che la società è il loro nemico. La società cospira contro di loro e loro non sono al servizio della società, ma sono coloro che devono annientare chi mette in discussione il loro delirio di onnipotenza.
I militari sanno solo ammazzare!
Sembra un’ovvietà.
Invece, dal punto di vista Costituzionale è un’aberrazione. E’ un’ovvietà soltanto per chi considera il nazzifascismo la struttura naturale della società, non per chi mette a fondamento del proprio agire e della propria ideologia la Democrazia.
I democratici sono dei deboli; loro sono i “maci”. Per loro il nemico va rinchiuso nei campi di sterminio.
I militari italiani vengono educati a sentirsi tanti “rambo” o, se preferite, tanti Gesù di Nazareth che scendono dalle nubi con grande potenza (i paracadutisti?) mentre le stelle cadono sulla terra (le bombe contro i villaggi?). Sono nelle stesse condizioni psicologiche di quando andavano a sterminare il popolo Jugoslavo, il popolo Eritreo, il popolo Abissino, il popolo Libico: nulla è cambiato!
E nulla è cambiato nell’atteggiamento di disprezzo nei confronti di altri popoli; il disprezzo per la loro cultura, per i loro adattamenti.

I militari italiani sanno solo tirare il grilletto alle “merde” selvagge che hanno di fronte e le ammazzano perché non si mettono in ginocchio davanti a loro che si sentono tanto dei super eroi (come ha insegnato loro Gesù), con un atteggiamento morale in assoluto contrasto al dettato Costituzionale.
Questo addestramento è stato voluto (semplicemente perché il terrore dei comandi militari non sono in grado di concepirne altri) da Scelba fino all’attuale Comandante di Stato Maggiore. Per loro la guerra si fa soltanto come quantità di persone ammazzate e torturate.

Con questa mentalità, va da sé che non esiste nessun altro modo per risolvere la questione Afgana se non ammazzando tutti gli afgani. Questi militari non sanno dare nessun’altra possibilità alla popolazione che non quella di reagire in armi.
Questi militari usano aerei e macellano la popolazione e poi affermano che il loro nemico, vile, si era nascosto fra la popolazione anziché far loro da docile bersaglio.
Non ha importanza quale sia l’ideologia del “loro” nemico. Non ha importanza la giustificazione ideologica con cui il nemico si descrive: questi militari sanno solo ammazzare e, dunque, possono solo essere ammazzati in quanto mandati per ammazzare e farsi ammazzare. Come andarono in Iraq solo per macellarne la popolazione (con la scusa di eliminare le armi di distruzione di massa che non esistevano), ora sono in Afganistan solo per macellare la popolazione: perché non sanno fare altro!

Eppure, sarebbe bastato ricordarci che “ L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” per imporre un diverso addestramento ai militari italiani. Imporre le regole Costituzionali anche dentro alle caserme. Non solo nelle relazioni fra militari (come ha sentenziato più volte la Corte di Cassazione), ma soprattutto fra militari in armi e le popolazioni in cui quelle armi potevano essere usate. E forse allora gli interventi dei militari non sarebbero più stati solo quelli dei macellai super armati (si vantavano di essere invulnerabili dentro i Lince o sugli aerei mentre bombardano), ma sarebbero stati nel segno di: “...consente in parità con altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni.”. Cosa che oggi, per quanto accaduto in Iraq e in Afganistan, non si può dire!

Quando hai ridotto qualcuno nelle condizioni psicologiche per cui accetta di farsi saltare in aria pur di portarsi dei nemici con sé, significa che quei nemici hanno chiuso ogni futuro sia per quella persona che per quel popolo.
Il resto, è solo propaganda.

21 settembre 2009
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo
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giovedì 17 settembre 2009

Sentenza n. 8560/09 del TAR del Lazio e le attività criminali di Sacconi e dei Parlamentari Italiani. Le implicazioni nella legalità democratica.

L’ordinanza del TAR del Lazio, comunque la si voglia interpretare, dice chiaramente che il Sig. Sacconi è un terrorista che ha usato le proprie funzioni Istituzionali in aperta offesa e violazione del dettato Costituzionale.
Mentre in un regime nazista o fascista il ministro detta le regole Istituzionali, in un regime Democratico la violazione delle norme Costituzionali qualifica il ministro come un terrorista. E’ vero che non usa gli aerei per abbattere le torri gemelle, ma usa le sue prerogative, imposte con la violenza delle armi di Polizia di Stato, Carabinieri e quant’altro, per sparare nella volontà dei cittadini che pretendono il rispetto della Costituzione. L’ordinanza del ministro attiva le armi della Polizia di Stato che quando sono rivolte contro i diritti Costituzionali diventano armi di terrorismo colpendo, indiscriminatamente i cittadini nella società civile. Sparare sui cittadini per impedire loro di fruire dell’articolo 13 della Costituzione, è un atto di terrorismo eversivo che chiama i cittadini a ripristinare il diritto Costituzionale violato; in questo caso da Sacconi!
L’atto di terrorismo è tanto più grave quando quell’atto viene avallato dal Parlamento della Repubblica che, in quel momento, diventa un’associazione per delinquere.
Le persone non sono educate alla DEMOCRAZIA. Si preferisce metterle in ginocchio davanti ad un crocifisso; costrette a far dipendere le loro scelte dalla volontà di un padrone.

Però la sentenza del TAR del Lazio N. 8560/09 chiarisce gli aspetti di incostituzionalità dell’azione criminale di Sacconi.
Riporto l’intero articolo del giornale La Repubblica come trovato in internet perché chiarisce molto bene la violenza con cui Sacconi ha aggredito le persone che, incapaci di difendersi, hanno manifestato il diritto di curarsi a modo loro.
Una volontà che Sacconi ha violentato e un ramo del Parlamento ha avallato giustificandone la violenza.


La sentenza del Tribunale Amministrativo afferma che "a nessuno può essere imposta l'alimentazione forzata se esprime la volontà di interrompere terapie giudicate inutili
E il TAR del Lazio sconfessala legge sul testamento biologico
(17 settembre 2009)

ROMA - A nessuno possono essere imposte alimentazione e idratazione forzata, nè cosciente nè incosciente, e anche in caso di stato vegetativo un cittadino può esprimere ex post la propria volontà di interrompere terapie giudicate inutili, comprese proprio alimentazione e idratazione. Il Tar del Lazio - accogliendo un ricorso del Movimento difesa dei Cittadini all'ordinanza Sacconi emanata lo scorso anno, nei giorni del caso Eluana - boccia di fatto la legge sul testamento biologico già approvata alla Camera e al vaglio del Senato, dove si precisa invece che alimentazione e idratazione artificiali sono atti imprescindibili che il malato in stato vegetativo non può rifiutare tramite una dichiarazione anticipata di trattamento. La sentenza. "I pazienti in stato vegetativo permanente - si legge nella sentenza - che non sono in grado di esprimere la propria volontà sulle cure loro praticate o da praticare e non devono in ogni caso essere discriminati rispetto agli altri pazienti in grado di esprimere il proprio consenso, possono, nel caso in cui loro volontà sia stata ricostruita, evitare la pratica di determinate cure mediche nei loro confronti". E ancora: il paziente "vanta una pretesa costituzionalmente qualificata di essere curato nei termini in cui egli stesso desideri, spettando solo a lui decidere a quale terapia sottoporsi". Il TAR, nella sentenza n. 8560/09, ha evidenziato che si tratta di questioni che coinvogono il "diritto di rango costituzionale quale è quello della libertà personale che l'art. 13 (della Costituzione, ndr) qualifica come inviolabile". Ha poi ricordato che è entrata in vigore la convenzione internazionale sui diritti delle persone con disabilità che impone che venga loro garantito il consenso informato. Infine, il Tribunale Amministrativo ha sottolineato come il rilievo costituzionale dei diritti coinvolti esclude che gli stessi possano essere compressi dall'esercizio del potere dell'autorità pubblica. La conseguenza è l'esclusione della giurisdizione del giudice amministrativo spettando, in caso di violazione dei principi richiamati dal TAR, al giudice ordinario garantire il pieno rispetto dei diritti della dignità e della libertà della persona. Le reazioni. "Si tratta di una decisione estremamente importante - commenta l'avvocato Gianluigi Pellegrino che ha curato il ricorso per il Movimento Difesa del Cittadino - Il TAR infatti è giunto a individuare la giurisdizione del giudice ordinario proprio dopo aver sottolineato il carattere costituzionale e incomprimibile del diritto di scelta che ogni individuo ha con riferimento a qualsivoglia pratica e intervento che debba avvenire sul suo corpo". "Con riferimento alle persone che non sono in grado di esprimere la propria volontà, come i pazienti in Stato Vegetativo Permanente, - ha detto ancora l'avvocato Pellegrino - gli stessi non devono essere discriminati". "Questo vuol dire che quando la volontà dei pazienti in SPE, espressa con strumenti come il testamento biologico o, in assenza, ricostruita con gli strumenti che il diritto civile appresta (come avvenuto nel caso Englaro), tale volontà deve essere rispettata così avviene per la volontà espressa da tutte le altre persone". "Si tratta, in altri termini - aggiunge il legale - di applicare un vero principio di uguaglianza in favore dei disabili che altrimenti verrebbero privati di una facoltà che viene pacificamente riconosciuta a tutte le altre persone. Risulta, quindi, evidente come il testamento biologico debba essere semplicemente uno strumento per rendere più facilmente conoscibile la volontà del paziente che in quel momento non può esprimersi, giammai uno strumento per limitare l'espressione di quella volontà". "In tal caso - ha detto ancora il legale del Movimento difesa del cittadino - i principi che abbiamo illustrato in ricorso ne evidenziano la sicura incostituzionalità". Secondo l'avvocato Pellegrino, insomma, il Tar sentenzia che "la volontà del paziente prevale su tutto, sia che la esprima a voce sia che sia espressa per iscritto o in altre forme. Una sentenza molto autorevole che credo mini alla base la legge attuale sul testamento biologico, che è incostituzionale e che verrebbe certamente portata davanti alla Suprema Corte se fosse varata così com'è ora".
(17 settembre 2009)

http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/politica/testamento-biologico-2/biotestamento-tar/biotestamento-tar.html?rss


Ultimamente qualcuno farnetica affermando che “il parlamento è sovrano”. La farneticazione non è sulla sovranità del Parlamento della Repubblica, ma sulla pretesa di insindacabilità delle decisioni del Parlamento. Come se fosse un diritto del Parlamento fare delle leggi contro le norme Costituzionali. Ci si dimentica che il Parlamento è sovrano nell’ambito della Costituzione e l’articolo 54 impegna i Parlamentari al rispetto delle regole imposte dalla Costituzione della Repubblica. Quando quel rispetto viene meno i Parlamentari si trasformano in delinquenti.

17 settembre 2009
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
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Berlusconi, l’attentato in Afganistan e la libertà di stampa.

Ecco la Federazione Nazionale della Stampa rinviare la manifestazione di sabato 19 settembre.
Alla Federazione Nazionale della Stampa, della manifestazione di sabato 19 settembre, non importava assolutamente nulla. I giornalisti che vengono aggrediti dalle Istituzioni dominate dal terrore intimidatorio di Silvio Berlusconi, in realtà, non frega assolutamente nulla. Per la Federazione Nazionale della Stampa quei giornalisti sono solo degli imbecilli che non hanno saputo adeguarsi alla volontà del loro padrone. Così, se per salvare la forma si indice una manifestazione, basta un fatto qualsiasi per disdire la manifestazione. I soldati italiani in Afganistan hanno fatto il tiro a segno con i civili afgani. Una bambina è stata ammazzata colpita alle spalle senza che la Federazione Nazionale della Stampa accusasse il ministro La Russa di assassinio. Sembra che violentare la Costituzione della Repubblica e i principi fondamentali a cui il governo Berlusconi si dedica, sia una questione NORMALE; quasi un diritto del Parlamento della Repubblica.

Così, per avere il controllo dello spaccio dell’eroina e toglierlo ai Russi, si addestrano i Talebani; quando i Talebani risultano incontrollabili, si invade l’Afganistan per controllare la produzione del papavero da oppio. Questo non si dice: si parla di democrazia e delle sofferenze delle donne. Donne costrette a portare il velo tale. Poi, il governo Afgano, controllato dagli invasori, fa leggi che giustificano la violenza sulle donne con l’appoggio degli eserciti invasori. La questione è che della democrazia né ad italiani, canadesi o statunitensi, frega nulla. A loro interessa il controllo del commercio dell’oppio. E’ come se una banda mafiosa composta dalle forze Nato volesse togliere il mercato dell’oppio a un’altra banda mafiosa composta dai talebani. Non è in gioco la democrazia, ma il controllo della produzione dell’eroina.

Per questo motivo la Federazione Nazionale della Stampa ha disdetto la manifestazione sulla libertà di stampa.
Cosa volete che sia un governo che viola l’articolo 21 della Costituzione quando ha già violentato l’articolo 11 della Costituzione della Repubblica forte del fatto che i tribunali non hanno mai condannato i Parlamentari e i componenti del Governo a risarcire gli italiani dei danni che hanno fatto in base all’articolo 28 della Costituzione.
I morti italiani in Afganistan ricadono sotto la responsabilità dei morti stessi che hanno anteposto gli ordini ricevuti al dettato Costituzionale dimenticando che l’Italia non è uno stato fascista, ma è uno stato democratico e che la violazione dell’articolo 11 della Costituzione ricade, innanzi tutto, sulle loro scelte personali di vita. In secondo luogo la responsabilità di quei morti ricade sul governo che assieme ai cristiani integralisti Bush e Blair ha pensato di anteporre il genocidio alle regole democratiche inviando uomini armati a macellare la popolazione e chiamando il loro macellare, eufemisticamente, azione di pace.
In terzo luogo, la responsabilità di quei morti ricade sulla Federazione Nazionale della stampa che ha nascosto o non ha reso sufficientemente consapevoli i cittadini dell’azione terroristica in atto come violazione dell’articolo 11 della Costituzione della Repubblica zittendo tutte (o in parte) quelle persone che non condividevano l’invio di militari in violazione dell’articolo 11 o la guerra di religione che i cristiani hanno dichiarato ai musulmani. In quarto luogo la responsabilità ricade sui magistrati che hanno agito in concerto con disposizioni illegali di un governo illegale perseguitandone gli oppositori e favorendo i comportamenti razzisti: i PM di Treviso, ad esempio, non hanno mai perseguitato l’incitamento all’odio di Gentilini proprio perché condividevano le sue idee di travestire le persone da leprotti per far allenare i cacciatori favorendo, in questo modo, i comportamenti illegali nei confronti di cittadini indifesi, un clima di terrore che permetteva di ricattare le persone!
Per questo motivo la Federazione Nazionale della Stampa ha disdetto la manifestazione di sabato 19. Che volete che siano gli atti di intimidazione di Berlusconi contro La Repubblica, o Boffo, o Fini? Stupidaggini come, per loro, la Costituzione è una stupidaggine; un accidente sull’oggettività sociale nazi-fascista.

17 settembre 2009
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
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domenica 6 settembre 2009

Decreto sicurezza, reato di clandestinità, la Costituzione della Repubblica e i crimini commessi dai parlamentari


Che la legge che introduce il reato di clandestinità del 15 luglio scorso (legge n. 94) sia incostituzionale, era l’impressione di molti. Ora c’è anche la convinzione del giudice del Tribunale di Pesaro, Vincenzo Andreucci, che ha sollevato la questione di legittimità alla Corte Costituzionale.
Il 31 agosto, il giudice Andreucci, ha fatto richiesta di illegittimità presso la Corte Costituzionale per la violazione di quattro articoli della Costituzione.
In altre parole, secondo il giudice Andreucci, il Parlamento della Repubblica italiana se ne è altamente “sbattuto” della Costituzione della Repubblica. Al Parlamento della Repubblica Italiana la Costituzione della Repubblica ha fatto un tale schifo da approvare una legge che contrastava con gli articoli 2, 3, 10 e 27 della Costituzione della Repubblica.
Per dirla in altre parole: il Parlamento della Repubblica ha fatto un vero e proprio colpo di stato legittimandolo con una legge incostituzionale!

Il giudice Vincenzo Andreucci si trova a dover dibattere il caso di Diouf Ibrahima, un venticinquenne del Senegal. Il 18 giugno, il Prefetto di Pesaro ne ordinava l’espulsione proprio in base alla legge che introduce il reato di clandestinità. Diouf non se ne va e viene riarrestato. Al giudice viene chiesto di confermare la legittimità dell’arresto, ma il Tribunale di Pesaro sospende il dibattimento e soleva la questione di illegittimità Costituzionale.

Afferma il giudice (prendo da un articolo su Il Messaggero) di Corrado Giustiniani del 05 settembre 2009:

Secondo il giudice il reato di trattenersi in Italia in violazione della legge 94, non sussiste. Se le forze dell’ordine non hanno potuto accompagnarlo alla frontiera perché non aveva i documenti per l’espatrio, come poteva ottenere lui l’imbarco, cinque giorni dopo? Dunque Diouf aveva un “giustificato motivo” per non ottemperare all’ordine del questore.Nella sua ordinanza il giudice Andreucci definisce poi “priva di effetti concreti per la maggior parte degli immigrati non regolari” la prevista ammenda da 5 mila a 10 mila euro, che quasi nessuno sarebbe in grado di pagare, e che contrasta dunque con il principio di ragionevolezza. La vera sanzione è l’espulsione, peraltro già prevista dall’ordinamento. Ma in queste norme vi è una “perversa razionalità”, quella di rendere la vita impossibile all’immigrato irregolare, “di fare terra bruciata attorno a lui” e di “minare radicalmente la possibilità stessa della solidarietà nei suoi confronti”.In conclusione, l’articolo 10 bis della legge 94, nella parte in cui prevede il soggiorno illegale nel territorio nazionale contrasterebbe con i seguenti principi della Costituzione: quello già citato di ragionevolezza che deve presiedere in ogni suo aspetto la legislazione in materia penale. Il principio di eguaglianza (articolo 3 della Costituzione) e di personalità della responsabilità penale (art.27) perché, con le sue sanzioni indiscriminate per gli stranieri che soggiornano illegalmente, “il reato presuppone arbitrariamente riguardo a tutti una condizione di pericolosità sociale” mentre la responsabilità penale “deve essere accertata in concreto e con riferimento alle singole persone”.Violato il principio di solidarietà (articoli 2 e 3, primo e secondo comma della Costituzione) perché il nuovo reato provocherebbe “un radicale mutamento nello spirito e negli atteggiamenti dei cittadini, degli stranieri regolari e della società nel suo complesso, nei confronti di persone in condizione di povertà, obiettive difficoltà di vita, bisognose di solidarietà e di accoglienza”. Tutto il contrario di quella società “aperta e solidale” voluta dai costituenti.Infine, il reato di soggiorno clandestino contrasterebbe con l’articolo 10 della Costituzione, perché non rispetta “i principi affermati in materia di immigrazione nel diritto internazionale” e violerebbe gli articoli 3 e 27 “per l’omessa previsione della mancanza di giustificato motivo come elemento costitutivo del reato o quantomeno come esimente codificata”.

Va da sé che la questione sarà trattata dalla Corte Costituzionale. La sentenza della Corte Costituzionale uscirà fra un anno e mezzo. Nel frattempo, la legge non è sospesa e molte vessazioni verranno inflitte a delle persone. Vessazioni che, se la Corte di Cassazione dovrà confermare l’illegittimità della legge, diventeranno atti di terrorismo che il Parlamento della Repubblica ha messo in atto. Delle azioni illegittime con finalità di eversione dell’ordine democratico.
Siamo all’interno di una concezione secondo cui “il parlamento è sovrano” al di là e al di fuori della Costituzione!
Come se al Parlamento fosse concesso, non si sa da quale norma, il diritto di mettere in atto atti di terrorismo che, tanto poi, eventualmente, la Corte Costituzionale, rimuoverà. Solo che nel frattempo, quei deputati non vengono chiamati a rispondere dei loro atti di terrorismo nei confronti di quei cittadini che, nel frattempo, hanno subito dei danni in violazione delle più elementari norme Costituzionali.
Anzi, magari qualche deputato denuncia pure i cittadini che si sono indignati e infuriati per i crimini che subiscono per la loro attività e, magari, c’è qualche magistrato che nel suo delirio di onnipotenza scambia, il diritto sacro all’indignazione del cittadino per delle “offese” al padrone o al deputato di turno.
Quando Maroni, mi sembra un paio di giorni fa a Treviso afferma in un’assemblea che il sindaco Gentilini è l’ispiratore del decreto sicurezza: è da aver paura per il terrore che viene seminato!

Il ministro degli interni, ha affermato, in sostanza che i principi ispiratori del Decreto sicurezza sono questi:

settembre 2008: «Voglio la rivoluzione contro i clandestini, voglio la rivoluzione contro i campi dei nomadi e degli zingari. Io ne ho distrutti due a Treviso. E adesso non ce n’è più neanche uno. Se Maroni ha detto tolleranza zero, io voglio la tolleranza doppio zero. Voglio la rivoluzione contro quelli che vogliono aprire le moschee e i centri islamici. Qui comprese le gerarchie ecclesiastiche, che dicono: lasciamoli pregare. No, vanno a pregare nei deserti! Aprirò una fabbrica di tappeti per darglieli, ma che vadano a pregare nel deserto. Islamici, che tornino nei loro paesi. Io voglio la rivoluzione contro chi vorrebbe dare il voto agli extracomunitari. Non voglio vedere neri, marroni o grigi che insegnano ai nostri bambini. Cosa insegneranno, la civiltà del deserto? Il voto spetta solo a noi».

Questo ha ispirato il Decreto Sicurezza!
E’ come nella Germania nazista: il prossimo passo sono i campi di sterminio!

Un parlamentare è tenuto a conoscere sia la Costituzione che le implicazione delle sue azioni: e dovrebbe pagare ogni volta che viola la Costituzione!
Il terrorismo di alcune leggi è vomitevole. Chi tollererebbe un automobilista che uccidendo qualcuno perché ha saltato lo stop si giustificasse dicendo: “Io non sapevo che mi dovevo fermare!”. Eppure, specie con questo governo, accettiamo che i Parlamentari attentino alle Istituzioni e fingano di non conoscere la Costituzione e le implicazioni delle loro azioni.
Ci penserà la Corte Costituzionale, ma intanto, gli atti di terrorismo proliferano nella società civile spesso mascherati da provvedimenti amministrativi che si sostituiscono alle leggi dello Stato.
06 settembre 2009
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo
P.le Parmesan, 8
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mercoledì 2 settembre 2009

Corte di Cassazione: l'educazione dei figli fra ideologia cristiana e ideologia pagana; fra educazione democratica ed educazione monarchica.


Anche nella sentenza 18804/2009 della Corte di Cassazione è in atto uno scontro sociale di dimensioni Titaniche fra due concezioni diverse della società.
Da un lato c’è la concezione cristiana, cattolica nel nostro caso, che considera i ragazzi degli oggetti di possesso ad opera dei genitori (onora il padre e la madre!), e dall’altra parte c’è la concezione religiosa Pagana Politeista che considera i genitori responsabili degli strumenti morali, etici, psico-fisici, che trasmettono ai ragazzi e con i quali i ragazzi fondano il loro futuro.

Questo scontro titanico fra principi Costituzionali e principi cristiani; fra principi democratici e principi monarchici; fra religione cristiana e religione Pagana; è in atto fin da quando la carta Costituzionale è entrata in vigore in Italia. Lo scontro titanico in atto ha lo scopo di trasportare il principio morale nel sentire comune per dirigere le scelte delle persone civili nella loro quotidianità.

Il caso trattato dalla Corte di Cassazione è una causa per il risarcimento di un ragazzo ucciso da un altro ragazzo, all’epoca dei fatti, non ancora maggiorenne, dopo una lite nel catanese. L’assassino aveva ricevuto delle avance di natura omosessuale e le aveva rafforzate con minacce di rivelare, qualora non fosse stato corrisposto, le relazioni omosessuali del padre. Da qui la reazione dell’omicida che uccise il ragazzo. La famiglia dell’omicida, coinvolta nel procedimento penale e chiamata a risarcire i danni, si oppose al risarcimento danni adducendo il fatto che: “la responsabilità dei genitori si affievolisce via via che il figlio si avvicina alla maggiore età.” In sostanza, la difesa ha asserito: “dal momento che il figlio è creato ad immagine e somiglianza di dio, io, come genitore, ho una responsabilità relativa. E’ dio che l’ha creato così. Più il ragazzo arriva alla maggiore età e più si allontana dalla mia autorità!”

La Corte di Cassazione ha, invece, ribadito la responsabilità dei genitori. Dice la Corte di Cassazione: “L'educazione è fatta non solo di parole, ma soprattutto di comportamenti e di presenza accanto ai figli”. Sottolineando non solo l’importanza del linguaggio non verbale, ma comportamentale dei genitori. La Corte sottolinea come le azioni dei genitori, come i genitori giustificano le loro azioni, come i genitori affrontano la quotidianità, appartiene al messaggio educativo che trasmettono ai figli. L’adeguatezza degli strumenti con cui i figli affrontano la quotidianità, non dipende dalle prediche o dai buoni consigli, ma dall’insieme complessivo, fatto di emozioni, azioni, decisioni, scelte, fatte in tutti i momenti quotidiani, che comprende l’insieme del linguaggio educativo la cui responsabilità ricade sempre e comunque sui genitori.

La Corte di Cassazione rilevando, nel caso in questione un “fallimento educativo” ad opera dei genitori che non hanno fornito al figlio strumenti adeguati con cui affrontare la sua esistenza, afferma: “per altro sembrano avere tratto origine proprio da comportamenti dei genitori, in particolare del padre, che unitamente all'atteggiarsi del contesto sociale in cui la famiglia si trovava a vivere hanno probabilmente ferito la sensibilità del minore nelle sue corde più profonde e meno controllabili.”. In sostanza, hanno manomesso la sua struttura emotiva. Il ragazzo, afferma la Corte “era stato lasciato solo” dai genitori “di fronte alle provocazioni della vittima e dell’ambiente”.

La responsabilità dei genitori per i figli deve indurli a stare sempre vicino ai figli “in circostanze che essi possono non essere in grado di capire o di affrontare con equilibrio.”.

Da qui la condanna dei genitori da parte della Corte di Cassazione al risarcimento della vittima per responsabilità educative.

Purtroppo troppe persone escono dal catechismo con la convinzione che le loro azioni siano inutili. Tutto dipende da dio. Tutto dipende dalla provvidenza. Così non pensano alle loro responsabilità nei confronti dei figli, pensano che sia un dono del dio padrone se i loro figli sono adeguati alla società o meno. Non scorgono le azioni di trasformazione e di crescita dei loro figli. Non li forniscono dei mezzi con cui affrontare la loro vita.
Non concepiscono che il bambino, appena nato, ha delle formidabili capacità di comprendere i meccanismi di causa effetto; una capacità di memoria eccezionale (rispetto all’adulto); la capacità di formulare pensieri astratti trasformando l’esperienza in idea; hanno capacità di apprendimento eccezionali; distinguono negli adulti che stanno loro attorno la realtà emotiva dalle bugie che escono dalla loro bocca; assorbono tutte le informazioni con una selezione minima.
Educati negli oratori e nelle parrocchie gli adulti pensano ai loro figli come delle bestie dono del loro dio e si dimenticano che hanno, nei loro confronti, tutta la responsabilità del futuro che viene loro incontro.

Con la sentenza N. 18804/2009, ancora una volta la Corte di Cassazione ribadisce il principio sociale Costituzionale in contrapposizione ai principi morali cristiani che, ritenendo i bambini delle bestie sottrae i genitori dalla responsabilità della loro educazione. Il genitore, per i cristiani, non è responsabile delle proprie azioni, qualunque cosa fa lo fa per volere del dio padrone. Il figlio deve obbedienza al genitore perché, per il figlio, il genitore è l’immagine del dio padrone. Si tratta dell’irresponsabilità del cristiano di fronte alla vita. Quell’irresponsabilità che ha seminato di violenza e crimini la storia dell’infanzia dall’avvento del cristianesimo e che la Corte di Cassazione sta, faticosamente, tentando di riportare nell’ambito della morale e dell’etica civile.

02 settembre 2009
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo
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