lunedì 28 settembre 2009

Sentenza n. 37442/2009 Corte di Cassazione e diritto all'indignazione da parte dei cittadini.


Nella foto: la Dea Dike. Figlia della Giustizia Universale, Madre Temi, che Padre Zeus ha calato nelle emozioni e nei sentimenti degli Esseri della Natura e degli Esseri Umani nel nostro caso, affinché nessuno li trasformasse in schiavi!
Con la sentenza N. 37442/2009 la Corte di Cassazione precisa l’uso del linguaggio dei giornalisti in relazione ad avvenimenti pubblici riferiti ai magistrati. Per estensione, tale sentenza, indica il comportamento morale legittimo davanti a provvedimenti dell’autorità, sia essa politica o amministrativa, che ledono i diritti delle persone o ledono i principi fondamentali della Costituzione della Repubblica.
Durante l’epoca fascista il linguaggio doveva essere rispettoso nei confronti l’autorità. L’autorità che derivava da dio non poteva essere censurata per i suoi atti illegittimi: chi censura il dio padrone?
Con la Democrazia e con l’avvento della Costituzione, le persone hanno il diritto all’indignazione e hanno il diritto di usare, davanti all’ingiustizia o all’aggressione dei principi Costituzionali da parte di un soggetto nelle Istituzioni, il linguaggio che si sprigiona dentro di loro. In altra sentenza, sempre la Corte di Cassazione, per precisare questo concetto, ebbe a scrivere che il linguaggio da caserma va usato fra “PARI GRADO” non nei confronti di un subordinato. Al contrario, il subordinato che subisce degli abusi o ritiene si subire delle prevaricazioni, ha il diritto ad esprimere tutta la sua indignazione.
Il caso in esame, riguarda le invettive, o espressioni forti, usate contro un Pubblico Ministero: “astrattamente idonee a ledere l’altrui onore, ma utilizzate per descrivere le drammatiche condizioni che portarono il detenuto al suicidio in carcere”. Non esiste un limite della critica, esiste un limite, dettato dalla Costituzione, entro le quali le Istituzioni, e nella fattispecie i Pubblici Ministeri, possono operare.
Le tecniche usate dai Pubblici Ministeri, in cui costringono le persone in situazioni atroci per poi torturarle e inquisirle se non fanno quello che loro vogliono, è una pratica che è sempre stata applicata sia dalla magistratura che dalla Polizia di Stato e oggi, anche dai Vigili Urbani.
Lo fanno anche chi pratica la violenza sui bambini: prima favoriscono la violenza sui bambini e poi denunciano chi si indigna. Un Pubblico Ministero corrotto o partecipe dei loro affari, lo trovano sempre. C’è sempre un poliziotto pronto a torturare; c’è sempre un Pubblico Ministero disposto a firmare falsi in atti d’ufficio per sequestrare persone e garantire impunità al poliziotto torturatore (non so quanti precedenti abbia il mio caso, ma sta di fatto che questo è ciò che si verifica. Poi, il presidente della Corte d’Appello di Venezia, ti deride e ti sfotte per favorire il sequestro ad opera del Pubblico Ministero).
Con questa sentenza la Corte di Cassazione ha ulteriormente ribadito il diritto di critica in cui le “parole violente” non sono rivolte alla “persona pubblico ministero”, ma sono rivolte “alle azioni e alle decisioni che la persona pubblico ministero ha preso”.
Riporto due articoli in Web sullo stesso argomento:



Corte di Cassazione:

Via libera alle critiche dei giornali sull'operato dei magistrati



E' giusto che i mass media "richiamino l'attenzione sulla gravita' delle conseguenze dell'operato della magistratura" quando una decisione errata "incide sulla liberta' dei cittadini". Lo afferma la quinta sezione penale della Corte di Cassazione (sentenza 37442/2009) con una decisione che da il via libera alle critiche anche aspre indirizzate a giudici che sbagliano. Il caso esaminato dal Palazzaccio riguarda un pubblico ministero che si era sentito diffamato da un articolo di stampa che lo aveva criticato per aver fatto ingiustamente un uomo con l'accusa di omicidio e rapina basandosi su un unico grave indizio. L'uomo, che si era sempre proclamato innocente, era stato tenuto in isolamento fino al suicidio. Sulla vicenda un quotidiano aveva pubblicato un articolo di denuncia utilizzando, nei confronti dei magistrati che si erano occupati del caso, espressioni "certamente forti e astrattamente idonee a ledere l'altrui onore ma utilizzate per descrivere le drammatiche sorti che portarono il detenuto al suicidio in carcere". L'autore dell'articolo veniva assolto dai giudici di merito e il pm ricorreva in Cassazione sostenendo che nel caso di specie si fosse travalicato il limite del diritto di critica sconfinando dunque nella diffamazione. La Corte ha respinto il ricorso evidenziando che "e' stato correttamente osservato che l'esercizio del diritto di critica, nella sua funzione di scriminante, puo' esplicarsi con l'uso di toni oggettivamente aspri e polemici, specie quando abbia ad oggetto un tema di grave interesse pubblico". Inoltre, "le espressioni usate dal giornalista sono pienamente adeguate alla gravita' del fatto narrato e sono dirette non certo ad aggredire la sfera di umanita' e moralita' del magistrato, ma a richiamare l'attenzione sulla gravita' delle conseguenze dell'operato della magistratura, laddove incide sulla liberta' dei cittadini". Proprio per questo il caso deve considerarsi rientrante nel "legittimo esercizio del diritto di critica".

(Data: 27/09/2009 9.34.00 - Autore: Roberto Cataldi)
http://www.studiocataldi.it/news_giuridiche_asp/news_giuridica_7417.asp



Cassazione su diritto di critica giornalisti.
Anche dei giudici


SULMONA- I giornalisti possono criticare, anche con toni aspri, l’operato di un magistrato, senza andare incontro a una condanna per diffamazione. Lo si evince da una sentenza con cui la Cassazione ha confermato il verdetto della Corte d’appello di Palermo con cui un cronistaera stato assolto dall’accusa di diffamazione aggravata perche’ il fatto non sussiste. Il giornalista era stato querelato da un pm per un articolo nel quale si ripercorreva una certa la vicenda.
La Suprema Corte (quinta sezione penale, sentenza n. 37442) ha rigettato il ricorso presentato dalla difesa del magistrato, parte civile nel procedimento,sottolineando che “va tutelata nel modo piu’ ampio la liberta’ di espressione, a condizione che l’autore non trascenda in attacchi personali diretti a colpire, sul piano individuale, senza alcuna finalita’ di interesse pubblico, la figura morale del soggetto criticato”. Infatti, continuano i giudici di piazza Cavour, “la continenza formale non puo’ equivalere a obbligo di utilizzare un linguaggio grigio ed anodino, in quanto in essa rientra il libero ricorso a parole sferzanti e pungenti. E’ stato correttamente osservato che l’esercizio del diritto di critica, nella sua funzione di scriminante, puo’ esplicarsi con l’uso di toni oggettivamente aspri e polemici, specie quando abbia ad oggetto un tema di grave interesse pubblico”. Per la Cassazione, “le espressioni usate dal giornalista sono pienamente adeguate alla gravita’ del fatto narrato e sono dirette non certo ad aggredire la sfera di umanita’ e moralita’ del magistrato, ma a richiamare l’attenzione sulla gravita’ delle conseguenze dell’operato della magistratura, laddove incide sulla liberta’ dei cittadini

http://gruscitti.wordpress.com/2009/09/26/cassazione-critica/


Anche le condizioni poste dalla Corte di Cassazione sull’ampia tutela dell’indignazione dalla quale scaturisce una critica anche “violenta” sono condizioni che devono essere sottolineate là dove si dice: “va tutelata nel modo piu’ ampio la liberta’ di espressione, a condizione che l’autore non trascenda in attacchi personali diretti a colpire, sul piano individuale, senza alcuna finalita’ di interesse pubblico, la figura morale del soggetto criticato”.
E la Corte di Cassazione precisa che: “le espressioni usate dal giornalista sono pienamente adeguate alla gravita’ del fatto narrato e sono dirette non certo ad aggredire la sfera di umanita’ e moralita’ del magistrato, ma a richiamare l’attenzione sulla gravita’ delle conseguenze dell’operato della magistratura, laddove incide sulla liberta’ dei cittadini.”.
Sarà necessario ricordare questo principio perché nel prossimo futuro distinguerà molto la legittimità dell’indignazione davanti a poliziotti o vigili urbani che sempre più (vedi l’ultima legge sulla “resistenza a pubblico ufficiale”) vengono invitati a comportamenti violenti e provocatori nei confronti dei cittadini da politici che intendono usare le reazioni dei cittadini a scopi elettorali (vedi i vigili urbani usati per far propaganda politica nei comuni a guida Leghista).
28 settembre 2009
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo
P.le Parmesan, 8
30175 – Marghera Venezia
Tel. 3277862784
e-mail claudiosimeoni@libero.it

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