giovedì 24 dicembre 2009

Da "Berlusconi, non dire cazzate!" alle linguacce per le cazzate dette da Silvio Berlusconi: Corte di Cassazione e diritto sociale


Si tratta di una serie di sentenze con le quali la Corte di Cassazione separa il giudizio delle persone su azioni o affermazioni di un loro “pari grado” o nei confronti di “un superiore sociale”, da quei giudizi, che, invece, sono legati allo svilimento o all’offesa alle persone.
Nella società ci sono due ordini di resistenze ai valori Costituzionali ed entrambi hanno la loro origine nel cattolicesimo. La prima è la confusione dell’uso dei vocaboli. Non si è ancora compreso che alcuni vocaboli che, astrattamente, potrebbero suonare come delle offese sono in realtà sintesi contingente di critica o di reazione ad azioni o ad affermazioni avvertite come offensive. La seconda è l’incapacità di comprendere come l’individuo socialmente più forte, come il direttore di un ufficio, deve mantenere un atteggiamento rispettoso nei confronti del dipendente e che il dipendente, quando reagisce con impropri ad ordini del direttore, anche se scortese o maleducato, ha il diritto di reagire a ordini che o a direttive che ritiene offensive o lesive. Il direttore non può fare altrettanto, perché non subisce ordini dal sottoposto: è l’atteggiamento del cittadino in contrapposizione a quello di suddito. La Corte di Cassazione sta cercando di modificare i comportamenti degli italiani affinché siano più vicini alla morale Costituzionale e si allontanino dalla morale cattolica che, invece, al contrario, impone sottomissione e deferenza illegittima.
Riporto l’articolo dal Corriere del Veneto:



la sentenza
«Dici cazzate». E finiscono a processo

Ma per la Cassazione non c'è reato

L'espressione non fu usata «per indicarne la pochezza come persona»: assolto in terzo grado un 31enne di Dolo, denunciato da un avvocato dopo una lite per il posto auto

ROMA - È «volgare e irrispettoso» ma dire a qualcuno che quello che dice sono «cazzate» non costituisce reato. Lo sottolinea la Cassazione - con la sentenza 49423 - sdoganando dall’area del penalmente rilevante un’altra espressione entrata ormai a far parte del lessico corrente. In particolare, la Suprema Corte ha confermato l’assoluzione dal reato di ingiuria di Davide S., un giovane veneto di 31 anni che, durante un alterco con un vicino di casa - Giancarlo M. - contrario al divieto di parcheggiare l’auto nel cortile appena decisa dall’assemblea condominiale, aveva detto a suo padre, presente al bisticcio, «papà, andiamo via, abbiamo cose più importanti da fare che ascoltare le sue cazzate» con riferimento alle lamentele del condomino.
Giancarlo M., avvocato, si era risentito per l’uso del vocabolo e aveva denunciato Davide S. accusandolo anche di aver danneggiato la sua auto posteggiata abusivamente nel cortile. In primo grado, il Tribunale di Dolo aveva condannato Davide S. sia per danneggiamento di vettura che per ingiurie ritenendo che l’espressione in questione fosse offensiva dell’altrui reputazione. La Corte di Appello di Venezia, invece, il due novembre 2005, lo scagionò del tutto. Contro l’assoluzione il vicino offeso ha protestato in Cassazione chiedendo anche il risarcimento dei danni morali. Ma la Suprema Corte gli ha risposto che «è certamente volgare ma non direttamente finalizzata ad offendere una frase rivolta ad altra persona con la quale si indicano come "cazzate" le lamentele formulate da chi chiedeva spiegazioni per fatti illeciti che attribuiva all’autore della frase in oggetto».
Con quel termine Davide S. voleva solo «descrivere le rimostranze altrui come prive di consistenza e immeritevoli di essere ascoltate oltre; non era riferita a chi formulava le rimostranze per indicarne la pochezza come persona». Ora Giancarlo M. dovrà rassegnarsi e pagare le spese processuali del ricorso al Palazzaccio.
23 dicembre 2009
Tratto da:
http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2009/23-dicembre-2009/dici-cazzate-finiscono-processo-ma-la-cassazione-non-c-reato-1602200454440.shtml


Lo stesso discorso la Corte di Cassazione lo ha fatto anche con la sentenza relativa alle “linguacce”. La sentenza della Corte di Cassazione è la n. 48306/2009.
La Corte di Cassazione non censura le linguacce, afferma che anche con i gesti del corpo si possono offendere le persone. Se fai una linguaccia a delle affermazioni ambigue o improprie fatte da un’altra persona, non vieni censurato, perché non lo fai a lui, ma a lui che ha fatto quelle azioni. Che ha fatto quelle affermazioni.
Noi abbiamo una stampa che fa a gara per diffondere notizie ambigue e anziché aiutare i cittadini a comprendere la differenza fra il reagire ad affermazioni e ad azioni intese come offese e, invece, reagire nell’aggredire la persona, l’ambiguità della stampa è finalizzata a impedire ai cittadini di fruire dei loro diritti.
Mentre la Corte di Cassazione agisce per riaffermare i principi Costituzionali nella morale e nelle relazioni fra gli uomini, la stampa e molta magistratura periferica, agisce per riaffermare il diritto della chiesa cattolica di riaffermare la propria morale in antitesi alla morale Costituzionale.

24 dicembre 2009
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo
P.le Parmesan, 8
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e-mail claudiosimeoni@libero.it

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