venerdì 19 febbraio 2010

La Corte di Cassazione, i principi sacri della Costituzione e l'odio razzista dei cristiani nella sentenza per l'omicidio di Hina.


Ancora una volta la Corte di Cassazione impone giustizia morale ed etica là dove i cristiani, nel tentativo di disarticolare le Istituzioni Italiane, vogliono imporre odio e razzismo.
La sentenza di condanna per l’uccisione di Hina, ammazzata dal padre padrone, viene confermata dalla Corte di Cassazione che tuttavia mette ordine nella dimensione etica e morale in cui quell’omicidio è maturato. La Corte di Cassazione, come del resto sempre sostenuto dai blog pagani, afferma che tale omicidio è maturato all’interno di un delirio patologico di “possesso-dominio” al quale la ragazza non voleva sottomettersi. Secondo la Corte di Cassazione, ad armare la mano dell’omicida è stato il suo desiderio di possesso e non i principi religiosi.
La Corte di Cassazione non poteva far diversamente: la Corte di Cassazione non può accettare nessun caso in cui un soggetto, per qualunque motivo, sia privato della sua libertà e della sua capacità di scelta. Anche se le religioni, prima fra tutte il cattolicesimo, tende a privare le persone dell’autodeterminazione di sé stesse e del proprio corpo per sottometterlo al suo dio padrone, tale “principio” è negato e condannato dalla struttura giuridica italiana che lo tollera soltanto se tale “principio” è praticato soggettivamente dal singolo nell’ambito ristretto della sua fede personale. Quando tale “principio” viene calato nella società e rivendicato, diventa un crimine. Un crimine sempre, anche se la legge determina il reato in base alle azioni con cui tale pretesa viene attuata.

Se chi studia sociologia, teologia, filosofia, può individuare l’azione di omicidio nell’ambito di una dottrina, non si può permettere di isolare tale dottrina dal contesto delle dottrine in cui si è sviluppata. Quanto rivendicato dall’assassino di Hina, Saleem Mohammed, è quanto può essere rivendicato in caso di ogni violenza in famiglia da ogni cristiano e da ogni cattolico in particolare.
Quel principio criminale del cristianesimo e della chiesa cattolica in particolare, “onora il padre e la madre”, viene sempre rivendicato come diritto-dovere dai cattolici ed è la fonte dottrinale religiosa di ogni violenza familiare che avviene in Italia. Se la Corte di Cassazione avesse accettato il principio delle motivazioni religiose per l’assassinio della ragazza, avrebbe dovuto accettare le motivazioni religiose per ogni violenza che viene perpetrata nelle famiglie italiane. Un paradosso giuridico che il delirio di onnipotenza dei cattolici impedisce ai cittadini di cogliere.
Riporto la sentenza da un articolo del Sole 24 ore:



Per l'uccisione di Hina negati al padre i motivi religiosi
di Patrizia Maciocchi

18 FEBBRAIO 2010



La Corte di Cassazione nega l'attenuante dei motivi religiosi nell'uccisione di Hina la ragazza pachistana sgozzata dal padre, con la complicità di due generi nell'agosto del 2006. I giudici di piazza Cavour, con la sentenza 6587, depositata oggi, ribadiscono che alla base dell'omicidio ci sono stati motivi futili e abietti. Ad armare la mano del padre – sottolinea il Collegio – è stato il "possesso-dominio", una violenza motivata dalla scarsa disponibilità della figlia a sottomettersi al suo volere. Nel confermare la pena a 30 inflitta a Saleem Mohammed dopo il giudizio abbreviato, la Corte ha respinto anche la richiesta della difesa dell'imputato di non ammettere la costituzione come parte civile del fidanzato che viveva con Hina. Gli ermellini hanno, infatti, specificato che il convivente ha diritto al risarcimento danni per l'uccisione del compagno, quando come nel caso della giovane pachistana e del suo fidanzato italiano, la convivenza sia protratta nel tempo e abbia "visibilità esterna" e comunanza di vita.Un giudizio sul quale ha pesato anche il sostegno economico-morale che il ragazzo non aveva mai fatto mancare a Hina, per un legame contrastato dalla famiglia fino alle estreme conseguenze. Diciassette anni di reclusione sono stati infine attribuiti ai cognati di Hina. Due uomini di cui la ragazza si fidava al punto da entrare nella casa del padre solo in virtù della loro presenza rassicurante. Sono stati invece proprio loro a sbarrarle la via di fuga.
Tratto da:
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Norme%20e%20Tributi/2010/02/sentenza-hina-negati-motivi-religiosi.shtml?uuid=585b75d4-1caf-11df-b3cb-2ae1f2a090b3&DocRulesView=Libero


Se i cittadini sono abituati a pensare il percorso ideologico dalla religione all’uomo, la Corte di Cassazione deve pensare, ogni azione nella quale deve intervenire, l’azione all’interno della dimensione etica e morale imposta dalla Costituzione della Repubblica. Non è ammessa, nella società civile, l’ideologia religiosa cattolica. La Costituzione la relega nel privato. Nonostante ciò troppi individui pensano alla società non sul modello delineato dalla Costituzione, ma su quello delineato dal cristianesimo: una monarchia assoluta. Una monarchia in cui i cittadini sono privati dei loro diritti e trasformati in sudditi.
Non sono ammesse nella società civile le farneticazioni del dio dei cristiani. Sono illegali anche se bande di criminali che occupano i comuni italiani, come i criminali di Galzignano in provincia di Padova, impongono il crocifisso e, fra gli altri deliri da monarchia assoluta rappresentati dal crocifisso, anche la proprietà dei figli ad opera dei genitori avallando un loro diritto di ammazzarli, stuprarli, torturarli. L’attentato al dettato Costituzionale passa attraverso la privazione del cittadino dei suoi diritti a favore di un soggetto, il criminale Gesù, che si può permettere, abrogando le leggi italiane, di dire ai cittadini cosa devono o non devono fare.
Ed è questa ignominia che la Corte di Cassazione ha voluto fermare. La tua religione è una cosa; il delirio con cui rivendichi il possesso delle persone, anche se esiste ed è fondamentale in tutte le religioni rivelate, dall’ebraismo al cristianesimo e all’islam, non lo puoi veicolare nella società.
Proprio attraverso la riaffermazione del diritto Costituzionale sui deliri di possesso delle religioni rivelate (ebraismo, cristianesimo, islam e, da aggiungere, buddismo) la Corte di Cassazione ferma ogni “fermento” di odio razzista nei confronti degli immigrati e delle loro idee.
Nella sentenza, inoltre, la Corte di Cassazione va oltre la dinamica dell’azione omicida riaffermando un altro principio SACRO della Carta Costituzionale: il diritto alla tutela delle coppie di fatto!
Principio SACRO che ha sempre avuto la feroce opposizione della chiesa cattolica e delle organizzazioni mafiose che agiscono nella società e che tentano di imporre alla società l’ideologia cattolica. La Corte di Cassazione tutela il diritto del compagno della ragazza uccisa a rivendicare la propria relazione e ad essere risarcito per il danno subito. In questo caso la Corte di Cassazione non ha esaminato un “certificato”, ma le azioni che sono state messe in atto nella loro relazione.
Questa sentenza da fastidio soltanto a chi tenta di spingere la società civile ad una guerra di religione. Una guerra il cui obbiettivo è, formalmente è l’odio dei cattolici contro i musulmani, mentre, di fatto, è l’odio dei cattolici contro la Carta Costituzionale e i principi che regolano la società nella quale viviamo.
La Corte di Cassazione ribadisce un altro principio: le religioni le fanno gli uomini. Le religioni, come quella ebrea, cristiana e musulmana, possono imporre, mediante l’educazione, il delirio di onnipotenza e di possesso alle persone per costringerle a diventare loro seguaci. Pur tuttavia esiste la possibilità, offerta dalla società civile agli individui, di ribellarsi a tale delirio e a mettere al centro delle loro azioni e delle loro scelte il dettato Costituzionale. Quando un individuo riafferma il delirio di possesso, o esponendo il crocifisso, o ammazzando la figlia, come in questa sentenza, è colpevole di riproporre quel delirio e la responsabilità è sua, della sua azione, che ha riproposto quella religione in antitesi ai principi Costituzionali. La religione monoteista è il criminale che ha manipolato le emozioni e i desideri del soggetto, lo ha plagiato, ma lui è responsabile di non essersi ribellato a tale plagio. E’ responsabile di averlo riproposto nella società mediante un’azione.
Le religioni le fanno gli uomini. Non un ipotetico dio padrone che non è altro che il prodotto di una patologia malata da delirio di onnipotenza che cerca di riprodurre la patologia delirante nel tessuto sociale.

19 febbraio 2010
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo
P.le Parmesan, 8
30175 – Marghera Venezia
Tel. 3277862784
e-mail claudiosimeoni@libero.it

giovedì 18 febbraio 2010

La Corte di Cassazione, il termine "vigliacco" e il termine "vaffan..". Il loro significato nell'uso fra cittadini.Quando è legale e quando è illegale


L’informazione e i media non stanno agendo in maniera corretta. Quando esce una sentenza della Corte di Cassazione che è relativa ad un caso specifico, non sono in grado di collocare quella sentenza nel quadro generale della giurisprudenza e finiscono per uscirsene con affermazioni demenziali del tipo “La Corte di Cassazione si è contraddetta”.
Prendo ad esempio due sentenze emesse dalla Corte di Cassazione in merito alle relazioni fra vicini di casa o fra condomini aventi gli stessi diritti e gli stessi doveri nella gestione del condominio e degli spazi comuni.
In una viene condannato dalla Corte di Cassazione un condomino che manda a “vaffa” un altro condomino e nell’altra la Corte di Cassazione condanna un condomino che ha dato del “vigliacco” ad un altro condomino e che ha messo in atto delle azioni di disprezzo e di villeggio rispetto alla sua roba.
In nessuna delle due sentenze la Corte di Cassazione prende in esame o sentenzia per la parola usata.
Né il “vaffa”, né il “vigliacco” sono termini che la Corte di Cassazione condanna in maniera aprioristica e in quanto termini.
La Corte di Cassazione condanna la relazione che si instaura fra condomini in cui viene usato quella parola. Non condanna la parola stessa anche se la denuncia è stata fatta per l’uso di quelle parole.
Se io, come condomino, ho un problema relativo alla civile convivenza nel condominio e mi rivolgo con quel problema ad un condomino e questi mi manda a “vaffa” non ha semplicemente usato il termine “vaffa”, ma ha ignorato, disprezzandolo, il problema che ho sollevato. Col suo “vaffa” ha tentato, nei miei confronti, di sancire una sorta di “potere” attraverso il quale fermare il problema che sollevavo. Lui si è fatto dio padrone, il dio padrone dei cristiani, che non si abbassa a rispondere, ma uccide le persone perché lui è il padrone. Uccide le persone o le manda a “vaffa”; che poi, dal punto di vista etico, è la stessa cosa.
Cosa diversa è se, invece, il “vaffa” lo fa un cittadino, come Beppe Grillo, nei confronti di un’autorità che gestisce soggettivamente il proprio ruolo Istituzionale e che, a ragione o a torto, mette in atto o non mette in atto delle azioni che, secondo il cittadino Beppe Grillo, dovrebbe fare in maniera diversa. Il cittadino può mandare a fan cu.lo le autorità istituzionali qualora percepisca nelle loro azioni uno stridere con i loro doveri; le autorità Istituzionali non possono mandare a far in cu.lo i cittadini come ha fatto, di fatto, Silvio Berlusconi quando il quotidiano La Repubblica gli ha chiesto di rispondere alle domande alle quali non poteva (perché ne ha fatte di molto sporche) rispondere.
Proprio per questo la Corte di Cassazione ha condannato quel condomino. Col suo “vaffa” ha tentato di farsi autorità nei confronti dell’altro condomino che sollevava delle questioni o dei problemi.
Il termine “vaffa”, come afferma la Corte di Cassazione, è un termine di uso comune. Diventa illegale quando il termine va ad incidere sulle relazioni fra cittadini. Se un soldato riceve un ordine, che ritiene ingiusto o lesivo, da un suo superiore e lo manda a “vaffa” non commette nessun reato; se il superiore, alle rimostranze del soldato, manda a “vaffa” il soldato, commette un reato!
Il superiore ha ben altri mezzi con cui agire, il soldato no!
Questo è il senso della sentenza della Corte di Cassazione.
Riporto l’articolo trovato in rete:



Cassazione: il "vaffa" è reato se rivolto ai vicini di casa
28 gennaio 2010


La Cassazione ammonisce il ‘vaffa’ tra vicini di casa. I giudici della Corte di Cassazione hanno emanato una sentenza giudicando reato l'uso del ‘vaffa’ tra vicini di casa. A rivolgersi alla Suprema Corte la procura di Ancona che aveva contestato l’assoluzione, decisa da un giudice di pace, a un cittadino che aveva utilizzato il termine ormai di uso comune rivolgendosi al vicino di casa.
I giudici di Cassazione hanno stabilito che anche se il termine è entrato nell'uso comune resta comunque una mancanza di rispetto rivolgersi in tal modo al vicinato poiché il rapporto di convivenza tra i vicini deve essere improntato sul reciproco rispetto e il ‘vaffa’ resta comunque un termine con valenza spregiativa che indispettisce e rovina le relazioni quotidiane.La Corte di Cassazione aveva già proferito in merito al ‘vaffa’ lasciando passare il termine perché ormai considerato di uso comune. Ma ora la quinta sezione penale ha preferito discostarsi da quella prima decisione e precisare che il ‘vaffa’ è reato se utilizzato nei confronti dei vicini. Perciò, se pur si sa che la Cassazione non fa le leggi e, proprio come in questo caso, con le sue sentenze spesso si contraddice, attenti a come vi rivolgete ai vostri vicini, una parola fuori luogo e potreste trovarvi di fronte a inaspettate conseguenze legali.

Rosaria Albanese

Tratto da:
http://www.barimia.info/modules/article/view.article.php?24150


Lo stesso vale per l’uso, in questo caso, della parola vigliacco.
Non è il termine in sé, ma è il tentativo di colpire l’altro per costringerlo ad uno stato psicologico di inferiorità.
Lo stesso atto di imbrattamento non ha lo scopo di danneggiare il bene del coinquilino, ma quello di costringere il coinquilino in uno stato psicologico di soggezione per possibili azioni di ritorsione.
E’ una prevaricazione psichica. Ed è questa che viene condannata dalla Corte di Cassazione non il termine “vigliacco” che di per sé è effettivamente di uso comune anche se facilmente viene considerato reato quando è usato per colpire la persona e diventa, invece, un termine innocuo quando definisce dei comportamenti o descrive delle azioni.
Riporto l’articolo:

È reato dare del vigliacco al vicino di casa
15 febbraio 2010

È reato dare del vigliacco al vicino di casa. La Corte di cassazione è fermamente decisa a portare un po' di bon ton all'interno dei condomini, dopo la sentenza dello scorso 9 febbraio con cui aveva censurato l'uso del termine "bandito" rivolto a un coinquilino nel corso di un'assemblea, oggi con la decisione n. 5413 ha annullato l'assoluzione di un trentaduenne catanese che in una lite aveva dato del vigliacco al vicino di abitazione. Secondo la Suprema corte il largo uso che si fa del termine non esclude il suo carattere offensivo. Ma non basta. Gli ermellini hanno cancellato anche un'altra parte della sentenza del giudice di pace che aveva assolto l'imputato anche dal reato di imbrattamento. Il fumantino signore aveva, infatti, lanciato della terra sulle auto dei condomini. Peccato considerato veniale dal giudice di prima istanza, che aveva perdonato anche in questo caso basandosi sulla facilità con cui potevano essere cancellate le conseguenze del gesto. Di parere diverso il collegio di piazza Cavour che ha trovato non scusabile l'aver "alterato" l'aspetto dei veicoli.

(di Patrizia Maciocchi)
Tratto da:
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Norme%20e%20Tributi/2010/02/cassazione-condomini-vigliacco-vicino-casa.shtml?uuid=9d4b797a-1a5f-11df-b39c-ca87d4d3472d&DocRulesView=Libero


Purtroppo i giornalisti non sanno leggere le sentenze della Corte di Cassazione e si fermano all’aspetto superficiale spacciando dei significati come se fossero delle dosi di eroina: le loro affermazioni appagano il desiderio dell’eroinomane, ma ne distruggono le possibilità di scelte davanti alla vita.
Effettivamente i media, che hanno commentato soltanto le parole che formalmente la Corte di Cassazione ha censurato, vanno considerati dei VIGLIACCHI. Effettivamente il cittadino deve mandare questi media a fan cu.lo.

18 febbraio 2010
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo
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