sabato 8 maggio 2010

La legittimità nel definire pazzo, scemo o cretino, le azioni del capufficio, del poliziotto, del magistrato, e ogni autorità: 17672/10 Cassazione


In realtà, se non ci discuti, se non ti arrabbi, se non giustifichi le tue ragioni, ti costringono, di fatto a farti di cocaina per reggere le loro pretese. Troppo spesso succede.

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Mentre negli uffici si impone, con sempre maggior violenza, la sottomissione al capo che va di pari passo alla sottomissione da droghe, la Corte di Cassazione tenta di riportare il modo di pensare e di agire delle persone all’interno dell’ambito della società civile.
La Corte di Cassazione, ancora una volta, sdogana la critica del subalterno al capo quando la critica, pur avvenendo con termini che astrattamente possono risultare offensivi quando rivolti alla persona, assumono la sintesi di critica alla quale il capo non si può sottrarre.
C’è indubbiamente molta confusione nella magistratura periferica che oscilla fra ideologia monarchica (deferenza al capo, al re o al dio padrone) e idea democratica in cui le azioni del capo, o del dio padrone stesso, suscitano sdegno, irritazione e furore in chi le dovrebbe subire passivamente.


La vicenda è così riassunta dal quotidiano Corriere della Sera:

LA VICENDA - Quella «raccontata» dalla sentenza è una storia di ordinario lavoro, nella quale non farebbero fatica a riconoscersi generazioni di dipendenti: un ufficio (in questo caso uno studio legale) gestito in modo troppo burocratico, una sostanziale allergia alle critiche da parte di chi comanda, un manipolo di colleghi pronti a vestire i panni degli yesmen pur di compiacere il capo. Tutto nasce dall'ennesima discussione avvenuta in uno studio di avvocati della capitale dove Nicola P., 45enne collaboratore dello studio, stufo dell'immobilismo dei colleghi disponibili a qualsiasi decisione presa dall'alto, sfogandosi con due colleghe aveva detto: «Basta, ho deciso, io con l'avvocato ci parlo, ci discuto non sono come la collega che dice sempre "sì avvocato...certo avvocato". Il capo è un pazzo, vuole restare circondato da leccac.... Bene ci resti pure...». Uno sfogo cui faceva seguito il mimo dello yesman. Il titolare dello studio ha denunciato il ribelle Nicola P. e la Corte d'appello di Roma, nel dicembre 2008, pur prendendo atto dell'intervenuta prescrizione del reato di diffamazione ha condannato Nicola a risarcire il capo per danni. I giudici della V sezione penale della Corte di Cassazione hanno accolto il ricorso presentato da Nicola P. e annullato senza rinvio la condanna al risarcimento dei danni emessa dalla Corte d'appello della capitale.
TURPILOQUIO - Le espressioni incriminate, rilevano gli ermellini, sono di sicuro «ineleganti e riassumono in modo rozzo il pensiero di chi le pronuncia, ma di sicuro non hanno valenza diffamatoria, essendo entrate nel linguaggio parlato di uso comune come i termini scemo e cretino». In sintesi: «quando tali termini vangano usati nelle discussioni, spesso accese, che si svolgono tra colleghi in ambito lavorativo e/o sindacale aventi ad oggetto temi concernenti la organizzazione del lavoro e/o l'adozione di particolari iniziative che possano aumentare la produttività dell'ufficio e rendere più agevole e meno burocratizzata l'attività degli addetti, finiscono con l'avere un significato rafforzativo del concetto espresso ed evocativo delle gravi conseguenze che si potrebbero verificare in caso di non accettazione delle critiche e dei consigli». Ecco che un insulto come "pazzo" «ha finito per perdere la sua valenza offensiva per divenire espressione, sintetica ed efficace, rappresentativa di una conduzione scorretta dell'ufficio, che non potrà che portare alla rovina dello stesso». In chiusura, la Cassazione non può che richiamare i dipendenti alla civiltà chiarendo che «è certamente disdicevole e poco corretto che in una discussione di lavoro si usino termini irritanti e poco rispettosi» ma è da escludere «la valenza diffamatoria delle espressioni usate tenuto conto delle modalità con cui essa è stata pronunciata e delle finalità propostesi da Nicola P. di manifestare in modo chiaro e polemico il proprio dissenso rispetto a scelte organizzative dello studio professionale del quale faceva parte».


Tratto da:

http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/10_maggio_8/insulti-ufficio-cassazione-1602982032921.shtml



E così è come lo comunica il quotidiano La Repubblica:


IL CASO
Non è reato dare del pazzo al capufficio la Cassazione assolve un avvocato





Secondo gli ermellini il termine è inelegante ma non diffamatorio. I giudici non censurano neanche l'espressione "leccaculo" rivolta ai colleghi troppo compiacenti con il titotale dello studio legale che gestiva l'attività in modo troppo burocratico
Dare del "pazzo" al capufficio non è reato: si tratta di un termine "sicuramente inelegante", che "riassume in modo rozzo il pensiero di chi lo pronuncia", ma che "di sicuro non ha valenza diffamatoria, essendo entrato nel linguaggio parlato d'uso comune come i termini 'scemo' e 'cretino'". E' uno dei passaggi chiave della sentenza (la numero 17672/10) con la quale i giudici della V sezione penale della Corte di Cassazione hanno accolto il ricorso presentato da Nicola P., un avvocato romano, e annullato senza rinvio la condanna al risarcimento dei danni emessa dalla Corte d'appello della capitale.Quella "raccontata" dalla sentenza è una storia di ordinario lavoro, nella quale non farebbero fatica a riconoscersi generazioni di dipendenti: un ufficio (in questo caso uno studio legale) gestito in modo troppo burocratico, una sostanziale allergia alle critiche da parte di chi comanda, un manipolo di colleghi pronti a vestire i panni degli yesmen pur di compiacere il capo.Nel dettaglio: Nicola P., 45 anni, collaboratore dello studio del collega Giuseppe B., nel commentare una nota interna con l'addetta all'ufficio contabilità, sbotta: "Basta, ho deciso, io con l'avvocato ci parlo, ci discuto, non sono come la P. (un'altra legale, ndr) che dice sempre 'sì avvocato.. certo avvocato". B. è un pazzo, vuole restare circondato da leccaculo.. bene ci resti pure". Lo sfogo ha soli due spettatori, ma l'addetta alla contabilità ne riferisce zelantemente il contenuto in una lettera al titolare dello studio e Nicola P. si ritrova querelato per diffamazione.Assolto in primo grado, ritenuto colpevole in appello - anche se il reato è nel frattempo dichiarato prescritto - Nicola P. non ci sta e si rivolge alla Suprema Corte.Ottenendone soddisfazione su tutta la linea. "La ricostruzione dei fatti è pacifica - scrive la Cassazione - l'avvocato P. da tempo discuteva con l'avvocato B. l'organizzazione dello studio, contestando in particolare, spesso con frasi vivaci, l'organizzazione di tipo burocratico dello studio professionale". L'espressione "leccaculo" - emendata dagli ermellini nel più politically correct 'signorsì - era rivolta chiaramente ai colleghi, "sempre proni a qualsivoglia direttiva del capo dello studio", ma nessuno di loro si è rivolto al giudice. Mentre dando del "pazzo" al titolare, il ricorrente esprime un "concetto del tutto chiaro: colui il quale non accetta le critiche, anche le più severe, dei suoi collaboratori e si circonda di persone che, per quieto vivere, non contestano alcuna decisione, avrà scarsi strumenti per dotarsi di una efficiente organizzazione; la critica e la discussione approfondita consentirebbero, invece, di affrontare e risolvere meglio i vari problemi che si pongono nella conduzione di un'azienda, di piccole o grandi dimensioni ch essa sia"."Si può o meno condividere l'assunto - osservano i giudici - ma non vi è dubbio che questo sia il significato dell'aspra critica. La diffamazione consisterebbe nell'avere rivolto al capo dello studio il termine 'pazzò proprio perché si era circondato di signorsì che lo avrebbero portato alla rovina.Orbene, tale termine è sicuramente inelegante e riassume in modo rozzo il pensiero di chi la pronuncia, ma di sicuro non ha valenza diffamatoria".In pratica, "quando tali termini vengono usati nelle discussioni, spesso accese, che si svolgono tra colleghi in ambito lavorativo e/o sindacale aventi ad oggetto temi concernenti l'organizzazione del lavoro e/o l'adozione di particolari iniziative che possano aumentare la produttività dell'ufficio e rendere più agevole e meno burocratizzata l'attività degli addetti, finiscono con l'avere un significato rafforzativo del concetto espresso ed evocativo delle gravi conseguenze che si potrebbero verificare in caso di non accettazione delle critiche e dei consigli. L'espressione 'pazzo', pertanto, ha finito per perdere, nel caso di specie, la sua valenza offensiva per divenire espressione, sintetica ed efficace, rappresentativa di una conduzione scorretta dell'ufficio, che non potrà che portare alla rovina dello stesso. E' certamente disdicevole o poco corretto che in una discussione di lavoro, che per affrontare con esiti positivi un problema dovrebbe essere pacata e serena, si usino termini che possono essere irritanti e poco rispettosi per l'interlocutore e, quindi, controproducenti, perché evidentemente la forte polemica non consente di trovare soluzioni condivise, ma si deve escludere che essi siano tali da superare la soglia del penalmente rilevante".

(08 maggio 2010)

Tratto da:
http://roma.repubblica.it/cronaca/2010/05/08/news/non_reato_dare_del_pazzo_al_capufficio_la_cassazione_assolve_un_avvocato-3909209/


Si tratta sempre di critica e non di insulti volti alla persona.
Ricordo come spesso le gerarchie, in specie quelle Istituzionali, abbiano sempre ricattato i cittadini ponendosi come tanti piccoli dio padrone, al di fuori della critica e minacciando i cittadini di ritorsioni. Ritorsioni, come in questo caso, dove il capufficio incapace di rispondere alle critiche sollevate, non trovava niente di meglio che denunciare il dipendente che non si voleva prostrare. La voglia di avere come dipendenti tanti schiavi obbedienti, prostrati, sottomessi, tanti chierichetti, è una delle fantasia del capufficio cattolico.
La Corte di Cassazione dice: “Devi discutere!”. “Devi rispettare le persone che muovono obiezioni!”. Se queste persone si incavolano perché non vengono ascoltate o si trovano delle difficoltà nel lavoro, non hanno torto nel darti del pazzo, del cretino o del deficiente. Forse è “inelegante”, ma non è rivolto ala tua persona, bensì alle tue scelte e alle tue pretese.
Si tratta sempre di quelle sentenze che hanno lo scopo di riportare la società civile nell’ambito della morale e dell’etica democratica e togliere dalla testa l’idea educazionalmente imposta fin dall’infanzia che pretende l’obbedienza all’autorità: al dio padrone o al re!
Ce ne di strada da fare per costruire l’uomo democratico e, nel frattempo, qualcuno può sfruttare i deliri delle persone per riportare le società in regimi assolutisti di cui lui, naturalmente, è il gestore.

08 maggio 2010
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo
P.le Parmesan, 8
30175 – Marghera Venezia
Tel. 3277862784
e-mail claudiosimeoni@libero.it

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