sabato 30 ottobre 2010

I talk show di Silvio Berlusconi e la stupidità politica di Bersani, Di Pietro, Vendola e di tutta la sinistra.


Siamo davanti alla farsa e al ridicolo. Bersani, Di Pietro, Franceschini, Vendola, e tutta la sinistra del paese, hanno pero di vista il senso della politica e il senso stesso di fare politica.
Proviamo a leggere le farneticazioni di Silvio Berlusconi rispetto ad alcune trasmissioni televisive:
Scrive La Stampa:

"Minzolini favorisce il governo". Richiamati Tg4 e Studio Aperto.Il premier denuncia la Gabanelliche replica: "Noi ci difenderemo"
ROMA - Si alza il livello dello scontro sull’ultima puntata di Report e il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi cita il programma per diffamazione, proprio nel giorno in cui l’Autorità nelle garanzie nelle comunicazioni diffida il Tg1 per il «forte squilibrio» a favore della maggioranza e del governo, richiama il Tg4 e Studio Aperto e avverte: «Qualora tale squilibrio perdurasse verranno adottati ulteriori provvedimenti».
[...]

«Sono dispiaciuto - ha detto Ghedini -. Avevo dato informazioni e messo a disposizione documenti sul caso già 6 mesi fa quando erano usciti degli articoli sul caso». Il malumore del premier verso la Tv pubblica era emerso, come già tante altre volte in passato, anche durante l’Ufficio di presidenza del Pdl di mercoledì sera, quando aveva detto: «non guardo più questa tv di sinistra». Davanti a dirigenti e ministri, il premier aveva denunciato l’inaccettabile situazione della tv pubblica italiana in cui «tutti i talk show sono di sinistra» e attaccano il governo. Nel mirino, secondo i presenti, anche la tesi del servizio di Report: «Figurarsi, pago miliardi di tasse...». Anche se ai dirigenti del partito, il premier non aveva anticipato l’intenzione di procedere per vie legali.

Tratto da:
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/201010articoli/59678girata.asp


La sinistra è fatta da imbecilli e, quando dico imbecilli, parlo di persone che hanno perso il senso della società civile e dei suoi meccanismi in cui si formano gli ideali sociali.
Silvio Berlusconi li sta prendendo per i fondelli con tutte le ore di propaganda che fa in televisione facendo finta che non sia propaganda politica. Decine di trasmissioni televisive in cui si spacciano un modello sociale di cui il PDL è il referente politico.
Sono spariti i problemi sociali, sono spariti i problemi culturali, sono spariti gli interessi locali e quando dico che sono spariti, non dico che l’informazione non li rappresenti, ma dico che l’informazione li rappresenta come estranei alla vita collettiva e personale delle persone.
Asetticamente si parla dei problemi della scuola; emotivamente e suscitando speranze si parla della “riforma” Gelmini. Asetticamente si parla dei problemi dei ricercatori universitari; enfaticamente si parla dei propositi della riforma Gelmini. La si esalta nel ruolo riformatrice prospettando un futuro roseo quando la realtà fattiva ti dice che distruggerà la ricerca universitaria danneggiando grandemente i ricercatori.
Quali sono i talk show di propaganda di Berlusconi?
“Domenica in”, “I soliti ignoti”, “Quelli che...aspettano”, “Quelli che il calcio”, “La domenica sportiva”, “Racconti di vita”, “Frontiere dello spirito”, “Verissimo”, “Domenica cinque”, “Chi vuol essere milionario”, “Guida al campionato”, “Mattina in famiglia”, “Mezzogiorno in famiglia”, “A sua immagine”, “La santa messa (su molti canali televisivi)”, “La vita in diretta”, “Beautiful”, “La prova del cuoco”, “Se a casa... di Paola”, “Pomeriggio cinque”, ecc. per continuare con “X Factor”, “Il grande fratello”, “L’isola dei famosi” e potremmo continuare dallo spettacolo di San Remo all’elezione di Miss Italia “Io canto”, “Chiambretti Night”, “I migliori anni” ecc. ecc.
Ore e ore di talk show che vendono un modello di vita perdente. Forniscono un modello sociale che fa riferimento al Popolo delle Libertà e che ingenui come Di Pietro, Bersani, Grillo, Vendola o l’intera sinistra fingono di non vedere. Un modello che ha finito per cacciare la cultura, quella che potrebbe aprire la società al futuro e portare le persone a decidere con consapevolezza, a notte fonda.
In tutti i programmi che ho citato sopra, tutti i partecipanti riconoscono che bisogna mettersi in ginocchio davanti al dio padrone (nessuno deve bestemmiare e imprecare), come un Berlusconi o come un Gesù, ma l’articolo 3 della nostra Costituzione e le implicazioni sociali che ha quell’articolo comporta, finché Nicolò Ghedini non insultava gli italiani davanti alla Corte Costituzionale, poche persone ne conoscevano il significato. Anche oggi i partecipanti ai talk show di Silvio Berlusconi sono convinti che tutti siamo uguali, ma il dio dei cristiani (e Silvio Berlusconi) è un’altra cosa. Al punto tale che lo stesso Giorgio Napolitano non sapeva il significato di incostituzionalità di ciò che firmava.

Il partito di Berlusconi, alla faccia di Di Pietro, Bersani, Franceschini, Vendola, è supportato da migliaia di ore di propaganda televisiva che spacciando il modello dell’arricchito, dell’arrivista, e allontanando la ricerca delle cause che producono i disastri sociali, di fatto sono il più grosso supporto socio-politico che ha il partito di Silvio Berlusconi.
Qual è il modello sociale della sinistra? Cosa implica un modello culturale? Cosa significa un’avventura sociale? Cosa significa un modello industriale diverso dallo schiavismo che viene esaltato nelle parole di Marchionne e di Mercegaglia? Quando i programmi di intrattenimento esaltano la persona di Marchionne o dell’imprenditore che “taglia le spese” facendo passare gli operai come “un costo”, anziché come costruttori di profitto sia per il singolo che per la società tutta, si sta facendo propaganda ad una forma asociale proposta dal Popolo delle Libertà. Si sta facendo propaganda alla mafia!
Ore e ore di trasmissioni televisiva in cui si coinvolgono le emozioni delle persone su quanto è bravo quel calciatore, o quanto fa figo la vincita del pacco milionario, o la “bella vita” della cantante o la ricchezza della ballerina.
Viene spacciato un modello sociale in cui la società è una preda del singolo. Dove le ragazze cercano il successo televisivo e finiscono per fare le prostitute. Dalla Noemi a Ruby col bunga-bunga.

Trasmissioni televisive come quelle fatte su Sarha Scazzi sono trasmissioni di propaganda al modello sociale di Silvio Berlusconi e il suo modo di gestire gli elettori del Popolo delle Libertà. Ha poco da parlare di spettacolarizzazione l’Agcom, si tratta di propaganda politica di Silvio Berlusconi:

Caso Sarah Scazzi - Agcom: basta spettacolarizzazione in tv
pubblicato: sabato 30 ottobre 2010 da Malaparte

Interviene l’Agcom sul caso Sarah Scazzi e sulle modalità con cui lo stesso è stato trattato dalla televisione. E’ il presidente Corrado Calabrò a scrivere in una nota che invia al Comitato per l’applicazione del codice di autoregolamentazione in materia di rappresentazione di vicende giudiziarie nelle trasmissioni televisive:
Lo spazio che gli organi di informazione hanno dedicato al delitto di Avetrana ha suscitato polemiche che impongono una seria riflessione sulla trasposizione mediatica dei fatti tragici e delittuosi, sulla diffusione di indiscrezioni e illazioni che pongono sotto novi aspetti il problema della tutela della dignità umana e della protezione dei minori.

Tratto da:
http://www.tvblog.it/post/22288/caso-sarah-scazzi-agcom-basta-spettacolarizzazione-in-tv


Si eccitano gli animi facendoli partecipare all’evento drammatico come uno spettacolo emozionante, ma non si cercano le cause che hanno prodotto il fatto e ancor meno si eccitano gli animi nella ricerca delle cause e nella rimozione delle cause. Le continue interviste dei preti cattolici ad ogni evento drammatico ha la sola funzione di allontanare la ricerca delle cause che hanno prodotto l’evento drammatico attribuendolo a cause divine, accidentali o criminalizzando il singolo allontanando la ricerca dalle cause sociali.
Bersani, Franceschini, Vendola, Di Pietro, e tutta l’opposizione è fatta da incapaci e incompetenti che pensa che basti dire “la cosa giusta” perché la “gente” capisca. Razionalmente lo capisce, ma viene eccitata emotivamente solo in un senso: un arrivismo quale prodotto della provvidenza divina, sia quando si tratta di Gesù che dovrebbe venire sulle nuvole, sia quando si tratta del “ghe pensi mi” di Silvio Berlusconi o di un Bertolaso che finiscono per derubare i cittadini del loro futuro: come a Napoli o all’Aquila. Razionalmente il pensionato capisce che gli stanno rubando la pensione, ma gli piace così tanto la Simona Ventura che è pronto a votare Berlusconi per la Simona Ventura e poi lo troviamo a protestare perché non ce la fa con i soldi. Oppure, l’operaio che vota Berlusconi perché vorrebbe avere tante prostitute, si diverte a mangiarsi i soldi al gratta e vinci, ma che poi scende in piazza perché non ce le fa ad arrivare a fine mese.
Grazie ai talk show di Berlusconi e alla violenza della chiesa cattolica che violenta la psiche dei ragazzi si impone un modello sociale legato all’apparire e privo di ogni carattere progettuale che non sia la furbata del momento.
Grazie alla chiesa cattolica che violenta la psiche dei ragazzi rendendoli impermeabili alla cultura e tesi alla ricerca di comportamenti che soddisfino il loro delirio di onnipotenza, Silvio Berlusconi, su questa manipolazione mentale, innesta i suoi talk show con cui ha riempito sette televisioni convogliando la manipolazione mentale infantile della chiesa cattolica in un modello sociale che gli garantisce il serbatoio di voti.

Noi assistiamo ai comportamenti Berlusconiani che vanno dall’attività mafiosa al disagio sociale infantile, alla ricerca ossessiva della vincita all’enalotto, ai giochi d’azzardo, al bullismo, al razzismo (per tutti ma non per Ruby: lei è nelle grazie del padrone), alla multa di 100 euro che Gentilini di Treviso ha dato ad una “barbona” che chiedeva l’elemosina.

I talk show di Silvio Berlusconi sono quelli che producono comportamenti diffusi come questo:

BULLISMO: DENUNCIATI A REGGIO EMILIA DUE STUDENTI


(AGI) - Modena, 28 ott. 2010 - La Squadra Mobile di Reggio Emilia ha denunciato presso il Tribunale dei Minori di Bologna due studenti minorenni con l'accusa di minacce e lesioni gravi per un caso di bullismo verificatosi in citta' lo scorso 19 ottobre. Quella mattina, alle 7 e 30, uno studente reggiano in attesa alla fermata dell'autobus che lo avrebbe portato a scuola, in Piazzale Europa, veniva avvicinato da un gruppetto di altri 4 studenti, due dei quali appena diciottenni, che lo aggredivano violentemente senza motivo. In particolare lo colpivano in due, con una testata in faccia ed un pugno in bocca, facendolo accasciare a terra: i quattro, poi, scappavano ed il giovane veniva soccorso dall'ambulanza. La successiva prognosi del Pronto Soccorso sara' di 7 giorni. I due bulli, pero', intorno alle 10.30, orario di ricreazione, raggiungevano l'Istituto della vittima, il Tecnico Zanelli, per cercarlo: non trovandolo, venivano a sapere che questi era stato accompagnato in Ospedale. Intimidivano quindi i compagni di classe presenti, picchiando uno di loro, con la minaccia che, se qualcuno avesse parlato, lo avrebbero ammazzato. Gli investigatori in breve tempo, grazie alle descrizioni fornite da alcuni testimoni, identificavano i responsabili, due studenti minori, stranieri, entrambi di 17anni e residenti a Reggio. La Questura continua i servizi di prevenzione dedicati sia presso gli Istituti scolastici a rischio sia presso i punti di maggiore aggregazione dei giovani, sia con la presenza della Polizia di Stato all'interno delle scuole, dove, negli ultimi tre anni, la Questura ha incontrato migliaia di studenti in giornate dedicate alla trattazione dell'argomento confrontandosi direttamente con il corpo insegnanti, gli stessi studenti ed i genitori. (AGI)

Tratto da:
http://www.agi.it/bologna/notizie/201010281704-...-rt10344-bullismo_denunciati_a_reggio_emilia_due_studenti

Oppure questo:

Bullismo: ragazzo e ragazza arrestati a Brunico
Sono accusati di avere picchiato e rapinato un 17enne

(ANSA) - BOLZANO, 29 OTT 2010 - I carabinieri hanno arrestato a Brunico un ragazzo e una ragazza, accusati di avere picchiato e rapinato un 17enne. I due, 20 anni lui e 21 lei, sono accusati di avere fatto parte di un gruppetto di sei giovani - tre di loro sarebbero minorenni - che avrebbero avvicinato il ragazzo di 17 anni, picchiandolo e derubandolo del suo telefonino. Il gruppetto e' accusato inoltre di avere rapinato il ragazzo del suo portafogli che conteneva 30 euro. (ANSA).
Tratto da:
http://www.ansa.it/web/notizie/regioni/trentino/2010/10/29/visualizza_new.html_1727022162.html

Non è semplice “bullismo”, ma aggressione, rapine, violenze privata. E tutto questo è il prodotto di quella miscela esplosiva che è la violenza della chiesa cattolica nella manipolazione mentale e l’uso della manipolazione mentale cattolica che ne fa Silvio Berlusconi col suo modello di società arrivista che propone in tutte le TV, ad ogni ora del giorno, e nelle quali gli spettatori coinvolgono le loro emozioni sperando nel miracolo, nell’intervento miracoloso, nel mago o nel Silvio Berlusconi che “risolve problemi”, quando, invece li crea a manetta: vedi Alitalia, i rifiuti di Napoli o il terremoto dell’Aquila, che non solo hanno aggravato le situazioni sociali, ma sono servite a Giulio Tremonti per nascondere le centinaia di migliaia di disoccupati che ha fatto nel paese e l’aggressione agli stipendi e ai diritti civili che ha messo in atto. E’ arrivato ad auspicare una diminuzione dei diritti civili in cambio di posti di lavoro: e nemmeno si è vergognato!
Ma che sono i diritti civili? Nelle trasmissioni di Silvio Berlusconi, nei suoi talk show si parla dei principi morali imposti dal dio padrone, di cui Berlusconi si considera il modello, non dei principi morali Costituzionali. Così i cittadini, Presidente della Repubblica compreso, ritiene normale essere andato in Iraq a macellare gli iracheni e non una violazione della Costituzione. Mentre in Inghilterra si apre un processo contro Blair per genocidio o guerra illegale (chiamatela come volete), in Italia il macellaio Silvio Berlusconi che con Bush ha fatto una guerra illegale, viene assolutamente approvato. Non viene messo in discussione. E questo grazie ai talk show di Silvio Berlusconi che sovrappongono la propaganda della morale cristiana alla morale Costituzionale finendo per pensare che sia normale o giusto massacrare chi è di religione musulmana. Lo si fa mettendo molta enfasi su delitti legati ad un’immagine tradizionalista musulmana ignorando del tutto l’immensa lotta che le donne e gli uomini della società civile hanno fatto per eliminare il delitto d’onore o lo Jus Corrigendi dalla legislazione italiana.
Tutti i talk Show di Silvio Berlusconi, “Domenica in”, “I soliti ignoti”, “Quelli che...aspettano”, “Quelli che il calcio”, “La domenica sportiva”, “Racconti di vita”, “Frontiere dello spirito”, “Verissimo”, “Domenica cinque”, “Chi vuol essere milionario”, “Guida al campionato”, “Mattina in famiglia”, “Mezzogiorno in famiglia”, “A sua immagine”, “La santa messa (su molti canali televisivi)”, “La vita in diretta”, “Beautiful”, “La prova del cuoco”, “Se a casa... di Paola”, “Pomeriggio cinque”, ecc. per continuare con “X Factor”, “Il grande fratello”, “L’isola dei famosi” e potremmo continuare dallo spettacolo di San Remo all’elezione di Miss Italia “Io canto”, “Chiambretti Night”, “I migliori anni” ecc. ecc., sono tutti all’odio cattolico.

In questa condizioni, gente come Bersani, Draghi, Vendola, Di Pietro, possono dire finché vogliono che gli immigrati sono una risorsa economica, l’odio cattolico in cui si veicolano le emozioni delle crociate prevale su qualsiasi discorso razionale e il musulmano idiota che ha ammazzato la figlia perché voleva vivere a modo suo, presentato come il “demonio” in mille talk show di Berlusconi in cui si invita a piangere sulla povera bambina, incita all’odio annullando ogni possibile idea che gli immigrati siano una risorsa. Chi incita al razzismo e al massacro, avrà un pacchetto voti assicurato!
Per questo Bersani, Di Pietro, Vendola, Franceschini e tutta la sinistra sono degli imbecilli: si fanno aggredire per due talk show che fanno discutere, mentre sei televisioni, 24 ore su 24 sono organizzate per veicolare le emozioni di massa nei modelli sociali presentati dal Popolo delle Libertà. Silvio Berlusconi con quest’apparato non riesce a far fessi TUTTI gli italiani, ma una percentuale sufficiente che gli consente di aggredire e di offendere tutta l’Italia.

Entra nel circuito del pensiero religioso, sociale, economico ed etico della Religione Pagana!

30 ottobre 2010
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo
P.le Parmesan, 8
30175 – Marghera Venezia
Tel. 3277862784
e-mail claudiosimeoni@libero.it

martedì 26 ottobre 2010

Corte Costituzionale sentenza contro delirio di onnipotenza dei Senatori per la diffamazione di Raffaele Iannuzzi su Il Giornale


Con la sentenza N. 301 del 2010 la Corte Costituzionale dichiara che i diffamatori non possono nascondersi dietro all’immunità parlamentare.
Affermare, come ha fatto il senatore Iannuzzi “... il quale – con due articoli di stampa pubblicati sul quotidiano “Il Giornale”, l’uno, del 2 novembre 2003, dal titolo “Genesi di una persecuzione – Buscetta rinnegò il verbale che aprì il caso Pecorelli”, l’altro, del 19 settembre 2004, dal titolo “Gli intoccabili in toga” – avrebbe offeso la reputazione dei querelanti, affermando: che il processo al senatore Giulio Andreotti sarebbe stato instaurato per finalità politiche; e che i predetti magistrati avrebbero strumentalizzato le dichiarazioni del pentito Buscetta, avrebbero posto in essere una serie di atti tali da determinare il suicidio del maresciallo Lombardo ed avrebbero, in sostanza, abusato delle rispettive posizioni per impedire che fossero scoperte le tracce del loro operato, anche attraverso un’indebita interferenza nel dibattito parlamentare conseguente all’esito del processo Andreotti.”

E poi ricorrere all’immunità parlamentare per non essere querelati, è un uso criminale delle Istituzioni della Repubblica.
La sentenza N. 301 della Corte Costituzionale è interessante, anche dal punto di vista della magistratura ordinaria. Infatti, le dichiarazioni di Iannuzzi vengono sottratte all’immunità parlamentare in quanto il tribunale di Milano, nel ricorrere alla Corte di Cassazione afferma:

“Il Tribunale esclude che, nella specie, vi sia alcun elemento concreto da cui si possa desumere la sussistenza di una corrispondenza sostanziale tra i contenuti degli articoli oggetto delle querele e le opinioni già espresse dal senatore in specifici atti parlamentari, non essendo sufficiente una mera comunanza di tematiche e un generico riferimento alla rilevanza dei fatti pubblici.”

Qual è il conflitto che individua la Corte Costituzionale?
E’ il conflitto fra:

“Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, per l’esistenza di un nesso funzionale tra le dichiarazioni rese extra moenia da un parlamentare e l’espletamento delle sue funzioni di membro del Parlamento – al quale è subordinata la prerogativa dell’insindacabilità di cui all’art. 68, primo comma, Cost. – è necessario che tali dichiarazioni possano essere identificate come espressione dell’esercizio di attività parlamentare (tra le molte, sentenze n. 420, n. 410, n. 134 e n. 171 del 2008, n. 11 e n. 10 del 2000).”

E l’ipotesi dell’impunibilità espressa in:

La difesa del Senato della Repubblica sottolinea come il parlamentare abbia sempre incentrato la propria attività parlamentare principalmente sull’analisi delle questioni giudiziarie, dell’attività della criminalità organizzata, delle forme di contrasto alla stessa e delle relative vicende processuali, offrendo il proprio contributo sia alla ricostruzione storica di tali vicende, sia all’adozione di iniziative parlamentari di contrasto al fenomeno mafioso tout court; rileva che dalla pubblicazione degli articoli di stampa in oggetto trasparirebbe il chiaro intento divulgativo di opinioni connesse al mandato parlamentare; e sottolinea l’opportunità di una rielaborazione della nozione di “nesso funzionale” anche in ragione dei confini o dei limiti che la Corte di Strasburgo ha tracciato in ordine alla libertà di manifestazione del pensiero.”

Alla fine dell’analisi la Corte Costituzionale, cassando le affermazioni del Senato, sentenzia:

“dichiara che non spettava al Senato della Repubblica affermare che le dichiarazioni rese da Raffaele Jannuzzi, senatore all’epoca dei fatti, per le quali pende un processo penale dinanzi al Tribunale di Milano, di cui al ricorso in epigrafe, costituiscono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell’esercizio delle sue funzioni, ai sensi dell’art. 68, primo comma, della Costituzione;
annulla, per l’effetto, la delibera di insindacabilità adottata dal Senato della Repubblica nella seduta del 19 febbraio 2009 (doc. IV-ter, n. 6).
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 18 ottobre 2010.”

Purtroppo, come troppo spesso assistiamo nella magistratura ordinaria, troviamo atteggiamenti vessatori rispetto alle rabbie e al desiderio di giustizia del singolo mentre, sempre troppo spesso, assistiamo all’impunità di chi si tiene al di fuori e al di là della legge.
E’ necessario, chiaramente, una modifica del sistema giurisdizionale italiano.
Riporto la sentenza della Corte Costituzionale:







SENTENZA N. 301

ANNO 2010

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Presidente: Francesco AMIRANTE; Giudici : Ugo DE SIERVO, Paolo MADDALENA, Alfio FINOCCHIARO, Alfonso QUARANTA, Franco GALLO, Luigi MAZZELLA, Gaetano SILVESTRI, Giuseppe TESAURO, Paolo Maria NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO, Alessandro CRISCUOLO, Paolo GROSSI,

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sorto a seguito della deliberazione del Senato della Repubblica del 19 febbraio 2009 relativa all’insindacabilità, ai sensi dell’art. 68, primo comma, della Costituzione, delle opinioni espresse da Raffaele Iannuzzi, senatore all’epoca dei fatti, nei confronti del dott. Giancarlo Caselli ed altri, promosso dal Tribunale ordinario di Milano – sezione VIII penale, con ricorso notificato il 18 novembre 2009, depositato in cancelleria il 7 dicembre 2009 ed iscritto al n. 5 del registro conflitti tra poteri dello Stato 2009, fase di merito.

Visto l’atto di costituzione del Senato della Repubblica;

udito nell’udienza pubblica del 21 settembre 2010 il Giudice relatore Paolo Maddalena;

udito l’avvocato Giovanni Pitruzzella per il Senato della Repubblica.



Ritenuto in fatto

1. - Il Tribunale ordinario di Milano, nel corso di un procedimento penale per il reato di diffamazione aggravata a mezzo stampa a carico di Raffaele Iannuzzi, senatore all’epoca dei fatti, con ricorso del 7 aprile 2009, pervenuto nella cancelleria di questa Corte il 16 aprile 2009, ha sollevato conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti del Senato della Repubblica, in relazione alla deliberazione adottata il 19 febbraio 2009 (doc. IV-ter, n. 6), con la quale è stato dichiarato, su conforme proposta della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, che i fatti per i quali è in corso l’indicato procedimento debbono ritenersi insindacabili ai sensi dell’articolo 68 della Costituzione, costituendo opinioni espresse nell’esercizio delle funzioni di parlamentare.

Il ricorrente, nel riportare in premessa i capi di imputazione, rileva che il procedimento penale è sorto a seguito delle querele proposte dai magistrati Giancarlo Caselli, Guido Lo Forte, Gioacchino Natoli e Roberto Scarpinato nei confronti dello Iannuzzi, il quale – con due articoli di stampa pubblicati sul quotidiano “Il Giornale”, l’uno, del 2 novembre 2003, dal titolo “Genesi di una persecuzione – Buscetta rinnegò il verbale che aprì il caso Pecorelli”, l’altro, del 19 settembre 2004, dal titolo “Gli intoccabili in toga” – avrebbe offeso la reputazione dei querelanti, affermando: che il processo al senatore Giulio Andreotti sarebbe stato instaurato per finalità politiche; e che i predetti magistrati avrebbero strumentalizzato le dichiarazioni del pentito Buscetta, avrebbero posto in essere una serie di atti tali da determinare il suicidio del maresciallo Lombardo ed avrebbero, in sostanza, abusato delle rispettive posizioni per impedire che fossero scoperte le tracce del loro operato, anche attraverso un’indebita interferenza nel dibattito parlamentare conseguente all’esito del processo Andreotti.

Il Tribunale esclude che, nella specie, vi sia alcun elemento concreto da cui si possa desumere la sussistenza di una corrispondenza sostanziale tra i contenuti degli articoli oggetto delle querele e le opinioni già espresse dal senatore in specifici atti parlamentari, non essendo sufficiente una mera comunanza di tematiche e un generico riferimento alla rilevanza dei fatti pubblici.

Il giudice ricorrente osserva che tale correlazione funzionale non può derivare dall’interesse costantemente manifestato dal senatore Iannuzzi, nello svolgimento della sua attività politica, per le tematiche della politica giudiziaria in ambito di contrasto all’attività mafiosa.

A suo avviso, l’interpretazione prospettata dalla deliberazione da cui è sorto il conflitto comporterebbe, di fatto, che l’istituto della insindacabilità, previsto dall’art. 68 Cost., si trasformerebbe da esenzione di responsabilità legata alla funzione in privilegio personale, con la conseguenza che le opinioni e le dichiarazioni manifestate da un parlamentare sarebbero, sempre e comunque, sottratte alla verifica giurisdizionale.

La condotta addebitabile all’allora senatore Iannuzzi, astrattamente idonea, nella sua specificità e gravità, ad integrare un illecito, esulerebbe dall’esercizio delle funzioni parlamentari e non presenterebbe oggettivamente alcun legame con atti parlamentari neppure nell’accezione più ampia e, come tale, dovrebbe rientrare nella cognizione riservata al sindacato giurisdizionale.

Stante la dedotta carenza del nesso funzionale, il Tribunale chiede che questa Corte, previa declaratoria di ammissibilità del conflitto, dichiari che non spettava al Senato della Repubblica la valutazione della condotta addebitabile allo Iannuzzi, in quanto estranea alla previsione di cui all’art. 68, primo comma, Cost., e, per l’effetto, annulli la deliberazione del Senato della Repubblica in data 19 febbraio 2009, in quanto lesiva della sfera delle attribuzioni giurisdizionali.

2. - Il conflitto è stato dichiarato ammissibile da questa Corte con ordinanza n. 288 del 6 novembre 2009.

A seguito di essa, il Tribunale di Milano ha notificato il ricorso e l’ordinanza al Senato della Repubblica in data 18 novembre 2009 ed il successivo 7 dicembre 2009 ha depositato tali atti, con la prova dell’avvenuta notificazione.

3. - Si è costituito in giudizio il Senato della Repubblica, chiedendo la reiezione del ricorso, con conseguente dichiarazione di spettanza allo stesso Senato di dichiarare insindacabili le opinioni espresse dal senatore Iannuzzi, ai sensi dell’art. 68, primo comma, Cost.

Si sostiene che legittimamente il Senato ha ritenuto che la vicenda e le opinioni espresse dall’allora senatore Iannuzzi sono riconducibili alla situazione di non sindacabilità di cui all’art. 68, primo comma, Cost., in quanto l’intervento che lo stesso fece con gli articoli di denunzia politica pubblicati da “Il Giornale” presentava quel nesso funzionale con le attività svolte nella qualità di senatore, presupposto dell’insindacabilità.

Ad avviso del Senato della Repubblica, il conflitto dì attribuzione fra i poteri dello Stato che si articoli intorno alla previsione di cui all’art. 68, primo comma, Cost. postula che il confine tra i due distinti valori confliggenti – l’autonomia delle Camere e la legalità della giurisdizione – sia posto sotto il controllo della Corte costituzionale, la quale può essere adita dal potere che si ritenga leso o menomato dall’attività dell’altro, in quanto garante di un equilibrio razionale e misurato tra le istanze dello Stato di diritto, che tendono ad esaltare i valori connessi all’esercizio della giurisdizione, e la salvaguardia di ambiti di autonomia parlamentari sottratti al diritto comune che valgono a conservare alla rappresentanza politica un suo indefettibile spazio di libertà (sono citate le sentenze n. 379 del 1996 e n. 329 del 1999).

4. - Nella memoria depositata in prossimità dell’udienza, il Senato della Repubblica osserva che il mandato elettorale si esplica in tutte le occasioni in cui il parlamentare raggiunga il cittadino illustrando la propria posizione – quand’anche ciò avvenga al di fuori dei luoghi deputati all’attività legislativa in senso stretto – attraverso i mezzi di informazione di massa, gli organi di stampa e la televisione.

La vicenda in esame, costituita dalla redazione e pubblicazione di articoli “tematici”, rispecchierebbe le predette modalità di esercizio delle funzioni di parlamentare. Da tali articoli trasparirebbe il chiaro intento divulgativo di opinioni indissolubilmente connesse al mandato parlamentare e, quindi, di queste ultime espressione, in relazione sia all’oggetto degli stessi articoli, sia alla testata giornalistica all’interno della quale è avvenuta la suddetta pubblicazione, notoriamente indirizzata all’approfondimento di problematiche politico-sociali e giudiziarie.

La difesa del Senato della Repubblica sollecita questa Corte ad accedere ad una nozione di “nesso funzionale” più conferente al mutato quadro socio-politico di riferimento e a ritenere coperta dalla garanzia di insindacabilità qualunque attività – sia soggettivamente, sia oggettivamente – riconducibile alla obiettiva esplicazione del mandato parlamentare, anche in relazione agli specifici interessi del parlamentare stesso.

Nella memoria si ricorda che, secondo la giurisprudenza della Corte europea per i diritti dell’uomo, la libertà di espressione, sancita dall’art. 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 4 novembre 1950, resa esecutiva con la legge 4 agosto 1955, n. 848, rappresenta uno dei valori essenziali di ogni società democratica e una delle condizioni primarie del progresso sociale e del pieno sviluppo delle persone.

Anche in considerazione dello speciale rilievo attribuito dalla Corte europea ai limiti della “critica lecita”, la difesa del Senato rileva l’opportunità di elaborare una nozione di “nesso funzionale” frutto di una lettura coordinata del primo comma dell’art. 68 Cost. con l’art. 10 della Cedu. L’esercizio delle funzioni di parlamentare – cui è connessa la prerogativa dell’insindacabilità – dovrebbe essere interpretato alla luce tanto della tutela del valore supremo della autonomia ed indipendenza del Parlamento, quanto della salvaguardia della libera manifestazione del pensiero, nei modi e nelle forme che si possono ricavare anche dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo.



Considerato in diritto

1. - Il Tribunale di Milano contesta che spettasse al Senato della Repubblica deliberare, nella seduta del 19 febbraio 2009 (doc. IV-ter, n. 6), che i fatti per i quali è in corso il processo penale nei confronti di Raffaele Iannuzzi, senatore all’epoca dei fatti, imputato del reato di diffamazione aggravata a mezzo stampa in danno dei magistrati Giancarlo Caselli, Guido Lo Forte, Gioacchino Natoli e Roberto Scarpinato, riguardavano opinioni espresse da un membro del Parlamento nell’esercizio delle funzioni parlamentari ed erano pertanto insindacabili ai sensi del primo comma dell’art. 68 della Costituzione.

2. - Deve, preliminarmente, essere ribadita l’ammissibilità del conflitto, sussistendone i presupposti soggettivi ed oggettivi, come già ritenuto da questa Corte con l’ordinanza n. 288 del 2009.

3. - Nel merito, il ricorso è fondato.

Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, per l’esistenza di un nesso funzionale tra le dichiarazioni rese extra moenia da un parlamentare e l’espletamento delle sue funzioni di membro del Parlamento – al quale è subordinata la prerogativa dell’insindacabilità di cui all’art. 68, primo comma, Cost. – è necessario che tali dichiarazioni possano essere identificate come espressione dell’esercizio di attività parlamentare (tra le molte, sentenze n. 420, n. 410, n. 134 e n. 171 del 2008, n. 11 e n. 10 del 2000).

Nella specie, la relazione della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari non indica atti parlamentari tipici anteriori o contestuali alle dichiarazioni in esame, compiuti dallo stesso senatore, ai quali, per il loro contenuto, possano essere riferite le opinioni oggetto di conflitto.

La difesa del Senato della Repubblica sottolinea come il parlamentare abbia sempre incentrato la propria attività parlamentare principalmente sull’analisi delle questioni giudiziarie, dell’attività della criminalità organizzata, delle forme di contrasto alla stessa e delle relative vicende processuali, offrendo il proprio contributo sia alla ricostruzione storica di tali vicende, sia all’adozione di iniziative parlamentari di contrasto al fenomeno mafioso tout court; rileva che dalla pubblicazione degli articoli di stampa in oggetto trasparirebbe il chiaro intento divulgativo di opinioni connesse al mandato parlamentare; e sottolinea l’opportunità di una rielaborazione della nozione di “nesso funzionale” anche in ragione dei confini o dei limiti che la Corte di Strasburgo ha tracciato in ordine alla libertà di manifestazione del pensiero.

Sul punto è sufficiente richiamare la giurisprudenza di questa Corte, secondo la quale il mero riferimento all’attività parlamentare o comunque all’inerenza a temi di rilievo generale (pur anche dibattuti in Parlamento), entro cui le dichiarazioni si possano collocare, non vale in sé a connotarle quali espressive della funzione, in quanto esse, non costituendo la sostanziale riproduzione di specifiche opinioni manifestate dal parlamentare nell’esercizio delle proprie attribuzioni, sono non già il riflesso del peculiare contributo che ciascun deputato e ciascun senatore apporta alla vita parlamentare mediante le proprie opinioni e i propri voti (come tale coperto dall’insindacabilità, a garanzia delle prerogative delle Camere e non di un «privilegio personale [...] conseguente alla mera “qualità” di parlamentare»: sentenza n. 120 del 2004), bensì un’ulteriore e diversa articolazione di siffatto contributo, elaborata ed offerta alla pubblica opinione nell’esercizio della libera manifestazione del pensiero assicurata a tutti dall’art. 21 Cost. (sentenze n. 330 del 2008 e n. 135 del 2008, n. 302, n. 166 e n. 152 del 2007).

Conclusivamente, la delibera del Senato della Repubblica ha violato l’art. 68, primo comma, Cost., ledendo le attribuzioni dell’autorità giudiziaria ricorrente, e deve essere annullata.

per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara che non spettava al Senato della Repubblica affermare che le dichiarazioni rese da Raffaele Jannuzzi, senatore all’epoca dei fatti, per le quali pende un processo penale dinanzi al Tribunale di Milano, di cui al ricorso in epigrafe, costituiscono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell’esercizio delle sue funzioni, ai sensi dell’art. 68, primo comma, della Costituzione;

annulla, per l’effetto, la delibera di insindacabilità adottata dal Senato della Repubblica nella seduta del 19 febbraio 2009 (doc. IV-ter, n. 6).

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 18 ottobre 2010.

F.to:

Francesco AMIRANTE, Presidente

Paolo MADDALENA, Redattore

Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere

Depositata in Cancelleria il 22 ottobre 2010.

Il Direttore della Cancelleria

F.to: DI PAOLA

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Riflettere sulla relazione fra cittadino e “autorità”. Non siamo in un regime monarchico, siamo in un regime democratico, ma troppe forze e troppi delinquenti cercano di convincere i cittadini a mettersi in ginocchio davanti ad un re o ad un padrone di turno ad imitazione del criminale in croce.



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26 ottobre 2010
Claudio Simeoni
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venerdì 22 ottobre 2010

La differenza fra peccato e reato e l'uso che ne fa Gesù per aggredire la società civile: l'importanza della Costituzione della Repubblica


In foto l'esempio di un peccatore. Quelli della sua carica definivano sé stessi "Servi dei servi" che significava letteralmente "capo e padrone di tutti gli uomini servi del dio padrone". Anche se si ritiene un capo nel vangelo gli uomini vengono definiti "servi inutili" per questo, questo personaggio e i suoi predecessori si divertivano a bruciare gli uomini. Non saremo mai in grado di capire abbastanza l'importanza della Costituzione della Repubblica!
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I cristiani hanno sempre teso a coniugare il loro concetto di peccato con il concetto di reato.
Per loro il peccato è reato, ma il peccato non è il reato.
Il reato si riferisce all’azione che viola un dettame di legge; il peccato si riferisce all’idea che costruisce la predisposizione d’animo di chi intende perseguire il peccatore. Costui attribuisce al peccatore una violazione in relazione al grado di punizione che vuole infliggere.
Il peccato censura la persona (cosa illegale in questo paese), mentre il reato censura l’azione che le persone fanno e non loro in quanto persone.

Il dio cristiano, il Gesù dei cristiani, decidono arbitrariamente chi ha o non ha peccato non in base alle azioni, ma in base al loro desiderio di torturare.
E’ questo il concetto che ho individuato nella pratica cristiana che deriva dalle indicazioni dei loro vangeli. Questo anche se nell’antica Grecia il peccato era in relazione all’azione e non esisteva negli Dèi la volontà di torturare i mortali a prescindere.
Ho preso ad esempio due parabole che identificano il pensiero sull’uso del concetto di peccato nel cristianesimo.
Si tratta della parabola di Luca: Il Fariseo e la Peccatrice:

http://www.stregoneriapagana.it/lucafariseopeccatrice.html

in cui Gesù aggredisce il Fariseo che lo ha ospitato e la parabola di Luca: Il Fariseo e il Pubblicano:

http://www.stregoneriapagana.it/lucafariseopubblicano.html

Gesù usa il termine “peccato” per accusare e impedire all’altro di discutere o di rivendicare i propri diritti.
In particolare nel vangelo del Fariseo e il Pubblicano Gesù fa apparire il suo dio come un vampiro che va a cibarsi dell’energia di morte che il pubblicano, supplice e in ginocchio, ha costruito mediante delitti che aggrediscono la società in cui vive.
In entrambi i vangeli Gesù appare come un istigatore all’odio sociale, all’assassinio, alla violazione delle regole, perché solo chi viola le regole può aspirare alla gloria del suo padrone.
E’ uno dei motivi dottrinali che ci permettono di comprendere i delitti messi in atto dai preti cattolici e che tanta benevolenza hanno avuto dalle gerarchie ecclesiastiche: in fondo non facevano altro che obbedire agli ordini di Gesù.


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21 ottobre 2010
Claudio Simeoni
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mercoledì 20 ottobre 2010

Munitevi di cinepresa, registratore, telefonini e registrate per difendervi dalle prevaricazioni: sentenza n. 37197 Corte di Cassazione.


Munitevi di registratore, telefonino, telecamera o macchina fotografica.
Sembra sia questo l’unico modo per essere creduti quando si ricevono abusi e violenze da parte di chi occupa ruoli Istituzionali o qualche forma di potere sociale.
L’ignoranza delle più elementari situazioni nelle quali le persone nella vita civile si trovano a vivere da parte dei magistrati è pari solo ad un menefreghismo criminale che vede molti magistrati accodarsi agli aguzzini in pieno disprezzo delle norme sociali.
E’ il caso di questo Gip che davanti a testimonianze visive ha dichiarato il non luogo a procedere che, al di là delle motivazioni che ha adottato per giustificare il suo provvedimento, ha il solo scopo di legittimare le molestie.
Ancora una volta la Corte di Cassazione è intervenuta per correggere una stortura. Intanto questa molestata ha dovuto pagarsi un avvocato e impegnare il suo tempo rincorrendo una giustizia negata.
Riporto l’informazione dal Sole 24 ore:


In caso di molestie sul lavoro sono prove anche i video non autorizzati
di Patrizia Maciocchi


Utilizzabili nel corso del processo i video girati da una dipendente sul luogo di lavoro per provare le molestie subite dal capo. La Corte di cassazione con la sentenza 37197 ribalta la decisione del Gip di Trani che aveva dichiarato il non luogo a procedere nei confronti di un professionista denunciato da un'impiegata costretta a subire le sue avances sotto la minaccia del licenziamento. Vessazioni e atti sessuali che la donna, in accordo con la polizia, aveva filmato.
Gli ermellini precisano che le sole comunicazioni verbali non possono essere utilizzate perché, al pari delle intercettazioni, hanno bisogno di un' autorizzazione, mentre le immagini "non comunicative" sono utili se girate in posti che non soggetti a protezioni particolari, dunque pubblici o aperti al pubblico. Proprio in base alla considerazione che il via libera non riguarda i luoghi riconducibili al concetto di domicilio - coperti da una tutela costituzionale - il Gip aveva escluso la possibilità di produrre i filmati in udienza perché ripresi in uno studio privato.
Un argomento che gli ermellini superano, affermando che l'abituale ambiente di lavoro costituisce il domicilio del dipendente per il periodo di tempo limitato alla sua giornata lavorativa. Con la ripresa visiva sottolinea la Suprema corte «sia pure eseguita furtivamente, la parte lesa non ha violato con interferenze indebite la intangibilità del domicilio né la necessaria riservatezza su attività che si devono mantenere nell'ambito privato essendo, si ripete, nel suo domicilio e riprendendo illeciti che la riguardavano». Sì dunque alla video ripresa, purché ovviamente finisca nelle aule giudiziarie e non su Youtube o su Facebook.
Tratto da:
http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2010-10-19/possibile-provare-video-molestie-170612.shtml?uuid=AYY4bqbC

Anche quando andate in manifestazione o avete rapporti con pubblici ufficiali, fotografate, riprendete, registrate. E’ uno dei modi per difendersi dalle angherie, dalle vessazioni, dalle intimidazioni e dai ricatti che si subiscono ogni giorno. Se ne avete i mezzi: DENUNCIATE!


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20 ottobre 2010
Claudio Simeoni
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martedì 5 ottobre 2010

Corte di Cassazione sentenza N. 20528; la prostituzione non è illegale. Illegali sono i provvediemnti degli amministratori contro le donne.


La sentenza N. 20528 con cui la Corte di Cassazione ha dichiarato che le entrate da attività di prostituzione sono tassabili, ha dichiarato che l’attività di prostituzione è lecita.
Pertanto, con questa affermazione, la Corte di Cassazione ha dichiarato che tutte le delibere comunali, ispirate dal criminale in croce, pere aggredire le donne lungo le strade: SONO ILLECITE!
Perché la Polizia di Stato e i Carabinieri non hanno perseguito quegli amministratori comunali che hanno emesso quelle delibere?
E i Prefetti che ci stanno a fare? Solo per alimentare il terrorismo contro le persone più deboli?
E che, doveva dirlo la Corte di Cassazione che la prostituzione è lecita: e tutte le persone aggredite verbalmente da poliziotti vili e carabinieri arroganti o vigili urbani che si identificano con l’onnipotenza del dio padrone, chi paga per quelle offese? O si pensa che aggredire le prostitute sia meno grave di aggredire Aldo Moro o Walter Tobagi? Se così fosse significherebbe che le istituzioni hanno sputato sull’articolo tre della Costituzione al fine di assicurarsi un ingiusto profitto: hanno agito da criminali!
Per di più hanno creato un clima da caccia delle streghe, un clima persecutorio, contro donne che non erano in grado di difendersi: criminali cattolici che violentano i più deboli (vedi lo stupro dei bambini) per assicurarsi il profitto, sia materiale che morale.
Va da sé che a questo punto non sono nemmeno illeciti i servizi prestati alle donne che si prostituiscono e tutte quelle aggressioni agli appartamenti in cui le donne si prostituivano diventano illegali. Per la legge italiana sono oggettivamente illegali, ma sembra che non siano legali per chi preferisce mettersi in ginocchio davanti ad un criminale in croce che fu arrestato col bambino nudo.
Riporto l’articolo della sentenza:


Corte di Cassazione: tassabili i proventi della prostituzione


(Belfagor) Con la sentenza n° 20528 del 1° ottobre, invertendo una consolidata tendenza giurisprudenziale, la Suprema Corte di Cassazione ha stabilito che è legittimo il prelievo fiscale sui proventi dell’attività di prostituzione. Il ricorso era stato proposto dall’Agenzia delle Entrate: con detta sentenza la Corte ha ritenuto imponibili questi “redditi”, sia ai fini Irpef, che Irap e Iva.
Nel caso sottoposto all’attenzione dei Giudici di legittimità, si trattava dei guadagni di una ballerina che era solita aver anche rapporti amorosi a pagamento.
I Giudici hanno tenuto a precisare che “Pur essendo tale attività discutibile sul piano morale, non può essere certamente ritenuta illecita”.
Rifiutata la linea della difesa che pure aveva invocato una risposta ad interrogazione parlamentare datata 31 luglio 1990, del Ministero delle Finanze, secondo cui i proventi della prostituzione non sarebbero tassabili, osservando che “trattasi di una valutazione peraltro risalente nel tempo, che non vincola in nessun modo i giudici”.
La sentenza risulta coerente con la completa depenalizzazione dell’attività di prostituzione operata nel tempo dal legislatore.
Esempi di fiscalità relativa all’attività di prostituzione o persino di sfruttamento della stessa, sono presenti nella legislazione italiana del ventennio fascista, quando i casini ove si esercitava il meretricio, erano soggetti al pagamento di una tassa, prevista in tre scaglioni secondo la “Categoria” ovvero il decoro ed i servizi offerti dal postribolo
Tratto da:
http://www.italiainformazioni.com/giornale/cronaca/105114/corte-cassazione-tassabili-proventi-della-prostituzione.htm


Vi sono vari tipi di prostituzione, ma di solito si aggrediscono solo le donne più deboli e fragili. In Foto.


Anche Italia Oggi riporta la notizia:

Tasse sulle luccioleLa Corte di Cassazione, con la sentenza n. 20528 del 1° ottobre e accogliendo il ricorso dell'Agenzia delle Entrate, ha stabilito che sono imponibili IRPEF, I.R.A.P. e I.V.A. i redditi derivanti dall’esercizio della prostituzione (nella fattispecie, i guadagni di una ballerina che intratteneva rapporti amorosi dietro compenso).
Alberici Debora, Tasse sulle lucciole, in Italia Oggi, pag. 25


Durante il fascismo si tassava il postribolo perché, come nell'ideologia fascista, si riteneva che le donne fossero il bestiame del postribolo. La Corte di Cassazione, a differenza del fascismo, indica di tassare i proventi come quelli di ogni attività professionale o commerciale.

Lo sfruttamento della prostituzione è sempre un reato, ma a questo punto non possono essere considerati reati i servizi offerti alle prostitute. Inoltre, la competenza della repressione del reato di sfruttamento della prostituzione è di competenza della Polizia di Stato e non degli amministratori comunali che con la scusa dello sfruttamento della prostituzione in realtà costruiscono un clima di terrore e di vessazione contro persone indifese.
In sostanza, la Corte di Cassazione parla di tasse da pagare da una professione che è stata aggredita dai vigili urbani per far contento il sindaco leghista (o moralista) di turno. Ora, chi paga per le aggressioni dei vigili urbani?
Il ministro delle finanze che ha dato la risposta parlamentare il 31 luglio 1990 era un ministro delle finanze cattolico. Rispondeva al crocifisso e non alla Costituzione della Repubblica Italiana.
Quanto terrorismo sono costretti a subire i cittadini da Istituzioni i cui funzionari, vigliaccamente, sostituiscono il crocifisso alle norme Costituzionali: quando finirà questo terrorismo?
Ve lo ricordate il sindaco di Mogliano Veneto che vigliaccamente fece fare dei cartelli stradali contro le donne che esercitavano la professione lungo le strade?
Perché i magistrati non lo hanno inquisito per terrorismo?
Quanto sarà difficile far passare la norma Costituzionale secondo cui le persone sono le padrone del proprio corpo e ne possono fare quello che vogliono. Finché tale norma non sarà imposta nella società dalle Istituzioni ci saranno sempre immigrati che intenderanno il divieto alle persone ad usare come vogliono del loro corpo, come un diritto di proprietà dell’altro da ridurre all’obbedienza: l’ideologia sulla proprietà del corpo della chiesa cattolica è la stessa ideologia dei musulmani. Padri che picchiano i figli per i più disparati motivi, ma soprattutto perché i figli non si sottomettono, ci sono anche in Italia.

Se le pesone non sono padrone del loro corpo: sono schiave! Sia quando vengono costrette che quando vengono impedite. In foto.



Pakistano uccide moglie a Novi di Modena
Per litigio nozze figlia, giovane presa a sprangate

(ANSA) - NOVI (MODENA), 3 OTT - Una pakistana e' morta e la figlia e' stata gravemente ferita al termine di un litigio dal marito e dal figlio a Novi di Modena. Pare che il motivo fosse la ribellione della giovane, 20 anni, a un matrimonio combinato. La madre avrebbe preso le sue difese e sarebbe stata uccisa con una pietra, mentre la figlia sarebbe stata colpita a sprangate. La donna e' morta mentre la ventenne e' grave ma non verserebbe in pericolo di vita all'ospedale di Modena. Indagano i carabinieri.

Tratto da:
http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2010/10/03/visualizza_new.html_1756573091.html

Il rispetto delle leggi e delle norme Costituzionali da parte delle Istituzioni è l’unica garanzia per costruire una convivenza civile. In caso contrario c’è terrorismo e incitamento al terrorismo.

05 ottobre 2010

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Claudio Simeoni
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venerdì 1 ottobre 2010

Facebook ed Osama Bin Laden, stessa prevaricazione! Uno cancella gli utenti e l'altro lancia le bombe; morale di dominio è uguale. Corte di Cassazione


Se c’erano dei dubbi sulla violenza lesiva delle norme Costituzionali e finalizzate ad aggredire la libertà di informazione messa in atto da Facebook, questi vengono fugati dalla sentenza di oggi della Corte di Cassazione. La sentenza N. 35511 in cui fra l’altro si afferma:

“Così come non sono "responsabili dei reati commessi in rete gli access provider, i service provider e gli hosting provider - hanno spiegato i supremi giudici - a meno che non fossero al corrente del contenuto criminoso del messaggio diramato (ma in tal caso rispondono di concorso) così qualsiasi tipo di coinvolgimento va escluso per i coordinatori dei blog e dei forum" e per questo anche per "la figura del direttore del giornale diffuso sul web".”

Solo la magistratura può dire quando c’è discriminazione, diffamazione o ingiurie, non il gestore di Facebook che antepone i propri interessi politici, religiosi, di sesso, di preferenze, a quelle di chi posta presupponendo che chi posta in maniera diversa da come lui pensa vada censurato.
Se da un lato Facebook attrae utenti sfruttando una presunta libertà di manifestare, dall’altro pratica nei confronti degli utenti azioni violente, come il ricatto di togliere l’account, quando quella libertà di manifestazione non è conforme ai dettami di Facebook.
E la sentenza della Corte di Cassazione ci dice che Facebook, nelle sue scelte vessatorie e terroristiche nei confronti degli utenti, non ha nessuna ragione né giuridica né sociale per metterle in atto. Solo uno squallido arbitrio soggettivo finalizzato ad imporre le proprie scelte politiche, religiose, etiche e morali, al fine di assicurarsi, mediante la violenza del ricatto, la sottomissione degli utenti.
Facebook si guarda bene dal dettare regole precise. Detta regole generiche e fumose che gli permettono, attraverso giochi interpretativi, di agire con violenza sugli utenti.
Nessuna ragione sociale o giuridica consente o obbliga Facebook a quel tipo di comportamento: solo la volontà di ricatto degli utenti.
Riporto l’articolo di La Repubblica che pubblica alcuni passi della sentenza della Suprema Corte di Cassazione:


CASSAZIONE
Il direttore di un giornale webnon risponde di omesso controllo
Sentenza stabilisce che l'art.57 non si applica, perché si riferisce esclusivamente alla carta stampata. Analoga decisione in passato per le testate televisive. Una norma ora non c'è, afferma la Suprema Corte, intervenga il legislatore


ROMA - Molti anni fa il problema si pose per i direttori di testate televisive, oggi si pone per il web: il direttore di un giornale on-line risponde di "omesso controllo" in caso di pubblicazioni, sul sito da lui diretto, dai contenuti diffamatori, così come avviene per la carta stampata? La risposta della Corte di Cassazione è no: viene pertanto confermato l'orientamento secondo il quale il reato previsto dall'art. 57 del codice penale, che punisce i direttori per non aver vigilato sul contenuto delle pubblicazioni, non può essere applicato al web perché previsto solo per la carta stampata.L'articolo 57, spiegano infatti i supremi giudici nella sentenza 35511 "si riferisce specificamente all'informazione diffusa tramite la carta stampata. La lettera della legge è inequivoca e a tale conclusione porta anche l'interpretazione storica della norma".La Corte di Cassazione nella sentenza odierna ha ricordato i precedenti: in giurisprudenza, spiega la quinta sezione penale, si è discusso sulla possibilità di estendere il concetto di stampa anche ad altri mezzi di comunicazione, ma si è anche escluso "che fosse assimilabile al concetto di stampato la videocassetta preregistrata" ed è anche noto, ricorda la Cassazione, che la "giurisprudenza ha concordemente negato che al direttore della testata televisiva sia applicabile la normativa dell'articolo 57 c.p. stante la diversità strutturale tra i due differenti mezzi di comunicazione (la stampa da un lato, la radiotelevisione dall'altro) e la vigenza nel diritto penale del principio di tassatività". Mentre per la tv il problema della responsabilità del direttore è stato successivamente risolto da un intervento del legislatore, il web è una materia ancora da studiare. Il caso esaminato ha riguardato il direttore della testata 'Merate online', condannato dalla Corte d'appello di Milano per omesso controllo in relazione alla pubblicazione di una lettera ritenuta diffamatoria nei confronti dell'ex ministro della Giustizia Roberto Castelli e di un suo collaboratore. La sentenza è stata annullata dalla Corte di Cassazione proprio perchè "il fatto non costituisce reato". Così come non sono "responsabili dei reati commessi in rete gli access provider, i service provider e gli hosting provider - hanno spiegato i supremi giudici - a meno che non fossero al corrente del contenuto criminoso del messaggio diramato (ma in tal caso rispondono di concorso) così qualsiasi tipo di coinvolgimento va escluso per i coordinatori dei blog e dei forum" e per questo anche per "la figura del direttore del giornale diffuso sul web".

(01 ottobre 2010)

Tratto da:
http://www.repubblica.it/cronaca/2010/10/01/news/cassazione_per_le_testate_web_non_vale_la_responsabilit_del_direttore-7622080/?rss


Quella di Facebook è pura violenza gratuita (circoscritta nell’ambito della comunicazione, ma in quell’ambito assume lo stesso valore etico e morale dell’abbattimento delle torri gemelle da parte di Osama Bin Laden) finalizzata a costruire discriminazione e odio sociale mediante l’aggressione alle persone che manifestano posizioni diverse da quelle del network.
La Suprema Corte di Cassazione nella sua sentenza è stata chiara: senza una sentenza del magistrato, il provider non può emettere sentenze, se lo fa non obbedisce alle leggi, ma a sue personali interpretazioni che, di fatto, sanciscono l’odio sociale e civile che Facebook impone in Italia.
Dal momento che Facebook è una dittatura, non si capisce perché altri paesi, al di là del regime che hanno, dovrebbero accettare nei loro territori la dittatura di Facebook.

01 ottobre 2010
Claudio Simeoni
Meccanico
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Facebook incita all'odio sociale trasformando i cittadini in soggetti da insultare, diffamare e discriminare: Facebook pratica l'odio!

Nella foto un esempio delle aggressioni che le persone sono costrette a subire sotto le minacce di Facebook. Aggressioni che hanno conseguenze sul piano sociale e che sono favorite da Facebook.

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Facebook è il più grande strumento di censura nella circolazione delle idee.
E’ uno strumento di aggressione alle persone senza che le persone possano in un qualche modo difendersi dall’arbitrio assoluto di chi, gestendo lo strumento, di fatto usa un arbitrio privato sostituendolo all’arbitrio del magistrato.
Ogni parola è interpretabile in sé stessa. Nel contesto assume un valore diverso. Interpretazione, contesto, valore, vengono valutate a seconda degli intenti soggettivi e agli interessi ideologici del Network che diventa, di fatto, il maggior organo di censura delle idee e delle persone presente in rete.
Facebook dice: “Noi abbiamo una politica...” sottintendendo, di fatto, “O fai e dici quello che noi vogliamo oppure, vieni censurato....”.
L’apparente libertà di Facebook è, di fatto, una trappola fatta in modo di attirare l’emarginato dai mezzi d’informazione nazionali, illuderlo di essere libero di postare e di dire quello che pensa, ma quando quello che pensa e come lo pensa non è conforme a quello che vuole il Network, di fatto viene censurato.
Facebook ha sempre fatto credere di censurare le persone che usano nomi falsi, in realtà permette i nomi falsi degli utenti quando la diffamazione che i nomi falsi fanno ad altri utenti è in linea con la politica di Facebook. Allora Facebook permette di nascondere l’identità sotto una falsa identità. Permette alla falsa identità di ingiuriare e diffamare.
Facebook pratica l’assoluto arbitrio affermando: tu hai fatto questo! Ma lo afferma solo quando ha agito nei confronti dell’utente non in linea con Facebook cancellandogli l’account. L’utente non trova nessun organo indipendente e giuridicamente competente a cui appellarsi. Deve subire la violenza di Facebook dopo essere stato illuso da Facebook che nessuna violenza gli sarebbe stata fatta o permessa di fare. Nessun magistrato, nessun giudice, emette la sentenza di “condanna” per l’utente e, pertanto, le decisioni di Facebook appaiono decisioni dettate da odio sociale, odio religioso e discriminazione di genere.

Facebook mette in atto l’aggressione agli utenti affermando:

Una delle priorità di Facebook è assicurare la
> > sicurezza e la tranquillità degli
> utenti. Non
> > tolleriamo i discorsi contenenti messaggi di odio.


Di fatto non lo ha mai fatto: ha favorito le aggressioni. Dice Facebook: “Io ti bastono perché tu, dal mio insindacabile punto di vista, hai fatto affermazioni di odio!”. E’ la logica di chi sparge odio nella società. Di chi favorisce le aggressioni e quando l’aggredito reagisce Facebook afferma:

L'attacco
> > di una persona o un gruppo di persone in base a
> razza,
> > etnia, nazionalità di origine, sesso, orientamento/preferenze
> > sessuali o malattia
> rappresenta una
> > grave violazione dei nostri standard ed è risultato
> in una
> > perdita permanente del tuo account. Non saremo in
> grado di
> > riattivare il tuo account per nessun motivo. Questa decisione è
> > insindacabile.


Questa insindacabilità è il fondamento sociale dell’odio religioso e della discriminazione politica e sociale: in sostanza dice “Noi siamo i padroni del mezzo e facciamo quello che vogliamo!”

Diverso è quando interviene un magistrato o organi di polizia preposti. Anche in quei casi assistiamo spesso a forme di arbitrio, ma obbligo dell’organo di polizia o del magistrato è “sentire le parti e valutare le rispettive ragioni”. Un caso emblematico è la condanna in primo grado per il giornalista che urlò a Silvio Berlusconi “Buffone fatti processare”. Condannato in primo grado e assolto in Cassazione.
Se un utente in Facebook afferma che Ratzinger per le sue responsabilità nella violenza ai bambini è un criminale, Facebook può dire che si tratta di un discorso che inneggia all’odio contro Ratzinger. Della violenza ai bambini può non fregargli nulla in quanto mentre la violenza sui bambini avviene nella società, in Facebook c’è solo l’affermazione dell’utente secondo cui Ratzinger è un criminale e, dunque, l’utente sta inneggiando all’odio!
Logica demenziale, ma è la logica formale con cui ogni dittatura pretende la sua legittimazione.

Secondo la politica di Facebook, l’utente deve accettare di essere diffamato, insultato, perché, se non lo accetta e reagisce sta facendo discorsi di “odio”:


Non
> > tolleriamo i discorsi contenenti messaggi di odio.


Solo che l’odio non è determinato dal magistrato, ma dalle interpretazioni insindacabili, soggettive e personali, di soggetti che agiscono in base a discriminazione di odio, razza, gruppo sociale, religione, ecc. In altre parole in base ai loro interessi personali o, se proprio vogliamo pensarla, ad interessi di mercato: favorire il gruppo che economicamente è più vantaggioso permettendogli di aggredire un altro. In altre parole è Facebook che inneggia all’odio mediante le sue “insindacabili” decisioni, non gli utenti che si sono illusi di avere un mezzo in cui esprimere il loro pensiero.

Entrando in Facebook gli utenti rinunciano ai diritti di cui all’articolo 3 della Costituzione e ai diritti di espressione e di idea sanciti dalle norme giuridiche per sottomettere un proprio agire ad una dittatura che dice “il padrone sono io” e il mio giudizio è “insindacabile”.

Vista l’aggressione subita da amici, io ho cancellato il mio account per solidarietà alle persone aggredite. Entrare in Facebook significa firmare un contratto in bianco in cui l’utente, pur di accedere al mezzo, rinuncia ai propri diritti Costituzionali sottomettendosi ad una dittatura arbitraria degna del peggior stato nazista (sempre per quanto riguarda l’ambito della comunicazione, naturalmente).

La Cina ha tutte le ragioni per non far entrare Facebook in Cina e salvaguardare la libertà di espressione e di comunicazione degli utenti cinesi. E’ discriminazione religiosa quando si consente ad un “gruppo”, come può essere una religione o un partito politico o un gruppo sociale, di far violenza al singolo per sottometterlo alla sua “fede” mentre si censura (magari perché il singolo non porta denaro al network) il singolo perché manifesta la sua rabbia e il suo disappunto per la violenza subita.

Di fatto Facebook è una macchina di intolleranza sociale che maschera il proprio odio sociale col diritto di gruppi di aggredire il singolo individuo.
A chi può essere utile Facebook? A tutti coloro che vivono una realtà virtuale fatta di illusioni e di separazione dalla società, non a coloro che vivono la società in quanto, se vivono la società devono viverla con i parametri imposti da Facebook che sottraggono di fatto l’individuo dai suoi diritti Costituzionali:


> > Dopo aver analizzato la tua situazione, abbiamo
> determinato
> > che hai violato la nostra Dichiarazione dei diritti e
> delle
> > responsabilità.



Non dice “hai violato diritti”, ma dice hai violato ciò che noi intendiamo per diritti!
In altre parole è come se dicesse che “con le tue parole hai violato i diritti di Ratzinger e della chiesa cattolica di violentare i bambini!”.

Questi sono i motivi per i quali ho cancellato il mio account da Facebook e, personalmente, mi sento anche derubato da Facebook, ingannato, defraudato, per il tempo impegnato e per il materiale che ho caricato mentre Facebook proteggeva il diritto di insultare e aggredire.
Si può dire. “Colpa tua che ti sei fatto ingannare!” Nel farlo non ci si rende conto che se si colpevolizza ogni vittima di truffa, di inganni e di raggiri, di fatto si deresponsabilizza l’ingannatore e il truffatore.


01 ottobre 2010
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo
P.le Parmesan, 8
30175 – Marghera Venezia
Tel. 3277862784
e-mail claudiosimeoni@libero.it