lunedì 29 novembre 2010

Sandro De Bernardin, servizi segreti e questioni in sospeso.


La prima domanda che il sito Wikileaks pone ai cittadini italiani è questa.
Qual è il ruolo di Sandro De Bernardin nella politica internazionale italiana?
A quale titolo Sandro De Bernardin interviene nel dibattito politico?
E perché le posizioni del De Bernardin non sono mai state discusse dalla stampa e dalla popolazione italiana?
E’ ammissibile che con questa Costituzione delle persona lavorino alle spalle del popolo Italiano per costruire delle condizioni di fatto che, inevitabilmente, andranno ad influire sulle condizioni di vita dei cittadini?
Già si è assistito alla presenza di servizi segreti organizzati per commettere crimini, affiancare la mafia, alterare le decisioni e le opinioni dei cittadini a quale titolo REALE questo Sandro De Bernardin rilascia delle dichiarazioni politiche?
Riporto dal sito Wikileaks ricordando che tropi funzionari hanno torturato, ucciso e attentato alla Costituzione senza che i magistrati, spesso collusi, intervenissero a ripristinare la legalità democratica:



MFA Deputy SecGen Sandro De Bernardin told the
Staffdel that Italy was well aware of the danger posed by
Iran and supported a "firm line." De Bernardin noted Eni's
considerable investments in Iran and characterized Italy's
"moral suasion" efforts to wean Iran away from its nuclear
ambitions as a "significant success." On sanctions, De
Bernardin stated that Italy was prepared to assume its "share
of responsibility," but that sanctions are a means of
pressure, not a goal; effective ones must be found. In De
Bernardin's view, U.S.domestic legislation should not
negatively affect other countries and the presidential waiver
has been useful in the past; he hoped it will still figure in
the future.



Tratto da:
http://cablegate.wikileaks.org/cable/2010/01/10ROME87.html

Il vice Segretario Generale Sandro De Bernardin ha detto a Staffdel che l’Italia è ben consapevole del pericolo rappresentato dall’Iran e sostiene una “linea dura”.

Con che diritto come funzionario?
Siamo sicuri che non siamo davanti ad uno Stato dentro lo Stato?
E quando si parla di servizi deviati, si parla anche di questo De Bernardin?

Puoddarsi che la stampa sappia tuto, ma i cittadini?

I cittadini devono esercitare il controllo sulle Istituzioni. Questo prevede la Costituzione, ma troppe Istituzioni si nascondono dietro al segreto come i golpisti degli anni settanta che fomentarono le stragi in quegli anni.

Adesso sappiamo, noi che non abbiamo i servizi segreti da cui attingere informazioni, chi è Elizabeth Dibble. Un cittadino è autorizzato a non saperlo, ma un Berlusconi che la qualifica come “una funzionaria di terzo grado” offende tutti i cittadini italiani e dimostra la sua incapacità e incompetenza. Berlusconi è solo un dipendente incapace, fannullone e codardo che andrebbe licenziato a calci in culo e invece si continua a tollerare la sua attività di sputtanamento dell’Italia.
Entra nel circuito del pensiero religioso, sociale, economico ed etico della Religione Pagana!

29 novembre 2010
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo
P.le Parmesan, 8
30175 – Marghera Venezia
Tel. 3277862784
e-mail claudiosimeoni@libero.it

domenica 28 novembre 2010

Wikileaks, il movimento per la vita e l'eutanasia di uomini e società. Verità di fede e verità di tortura.

Dove sta il pericolo delle dichiarazioni riservate che potranno essere pubblicate da Wikileaks questa sera?

Il pericolo sta soltanto nella messa in discussione dei parametri e delle tecniche del controllo delle masse e delle opinioni pubbliche di tutto il mondo dando degli strumenti a chi cerca la libertà e combatte il terrorismo che si maschera dietro i vari “missionari cristiani”, i vari “movimenti per la vita”, le varie Organizzazioni non governative, o le varie diplomazie che programmano la miseria e le guerre internazionali per alimentare le loro economie spacciando eroina e cocaina.

Tutto questo non necessita di rivelazioni segrete per essere conosciuto. Berlusconi è un individuo che usa lo Stato per i suoi interessi personali. Ciò che ha fatto, distruggendo l’economia di questo paese, è di un’atrocità che non ha precedenti nella storia. Eppure, il controllo di massa messo in opera da Silvio Berlusconi, mediante le sue televisioni, fa nascondere le atrocità che ha commesso, sia dovute ad incapacità che da volontà criminale, alla percezione di massa. All’abitare il mondo degli italiani. Ogni vicenda e ogni notizia di cronaca che dovrebbe rivelare la distruzione dell’economia e della società, viene trattata come un evento casuale o “incolposo” e separato dal sentire dell’insieme della gente. Il problema dell’Eutelia con le migliaia di licenziamenti è stato vissuto come una cosa che “riguardava loro”, così il terremoto dell’Aquila, la distruzione di Alitalia, i rifiuti di Napoli, la distruzione della scuola pubblica e il finanziamento, illegale e criminale, della scuola privata. Tutto viene fatto vivere, mediante le televisioni, come degli eventi separati.
Cosa hanno a che vedere gli affari di Berlusconi con Puttin e Gheddafi e il terremoto dell’Aquila? Berlusconi ha usato il terremoto dell’aquila per farsi gli affari suoi con Gheddafi e Puttin. Eppure le persone pensano di non saperlo. Le persone non hanno i servizi segreti per analizzare gli affari personali di Silvio Berlusconi. Così si sa che Berlusconi ha usato i terremotati dell’Aquila per farsi gli affari suoi (vedi G8 all’Aquila), ma nello stesso tempo nessuno può provare che ciò sia avvenuto se non con qualche intercettazione telefonica che ha individuato una “cricca” oggi inquisita.

Un esempio è l’analisi della diplomazia USA sull’elezione di Ratzinger. I parametri di analisi della diplomazia USA non erano quelli di uno Stato che ha degli interessi, ma rispondevano a parametri di “fede cattolica”. In altre parole, nell’elezione di Ratzinger a padrone della chiesa cattolica, i diplomatici USA non hanno tenuto conto il suo coinvolgimento nell’attività di pedofilia e pederastia. Non hanno voluto considerare la necessità di Ratzinger di non essere processato per pedofilia e non si sono tenute in considerazione le organizzazioni che per conto della chiesa cattolica agiscono in maniera terrorista sia in Italia che nel mondo. Dal S. Egidio all’Opus Dei, da Comunione e Liberazione ai Cappuccini, dai Legionari di cristo al movimento per la vita, la massoneria italiana (nelle mani della chiesa cattolica) e decine di altre grandi o piccole congregazioni legate ai servizi segreti e cointeressati con la Polizia di Stato. Organizzazioni criminali che agiscono contro la Costituzione della Repubblica Italiana e nello stesso tempo agiscono per disarticolare e distruggere le società civili nel mondo.

Sia chiara una cosa. Il terrorista povero che chiede giustizia contro le ingiustizie subite, al massimo mette una bomba o usa un mitra; il terrorista Istituzionale che impone la schiavitù non mette bombe, ma emette provvedimenti apparentemente e formalmente legali (nella sostanza criminali) e costringe la polizia di Stato e la magistratura ad applicarli, in antitesi e in contrasto con le norme sociali e con la Costituzione della Repubblica. Il fatto che Berlusconi usi la sua carica di primo ministro per i suoi affari, o peggio, per costruirsi una via di fuga in Libia, come Craxi fece in Tunisia, corrisponde ad un atto di terrorismo infinitamente più grave che l’abbattimento delle torri gemelle a New York. Però, finché non ci sono “pezze d’appoggio”, nessun magistrato processerà Silvio Berlusconi per delitto contro l’umanità per aver macellato gli abitanti dell’Iraq (nella ricerca di armi di distruzione di massa) con il cattolico Blair e col cristiano rinato Bush. E’ mia convinzione che la camorra che ha riempito di spazzatura la Campania sia legata a Silvio Berlusconi. Non ho prove, ma Cosentino dovrebbe essere in galera e Bassolino era troppo ingenuo per accorgersi che gli stavano massacrando la regione: è caduto nelle trappole di Berlusconi. Come è caduto nelle trappole il governatore del Lazio Marrazzo: Berlusconi dovrebbe essere in galera per ricatto. E’ proprio di Berlusconi e della sua stampa e delle sue televisioni creare scandali per addossarli alla vittima di turno: chi non è in grado di fare politica applica i principi di aggressione criminale descritta nel vangeli. Questa azione richiede manovre segrete e Wikileaks, come le intercettazioni telefoniche della magistratura, hanno buon gioco nell’individuarle anche se, troppo spesso, troppo tardi per fermare i crimini e gli effetti criminali di tali azioni. Come per Boffo.

E Israele?
I campi di sterminio che ha messo in atto e il genocidio dei Palestinesi: da chi è stato appoggiato?
Li chiamano “coloni” ma sono organizzazioni militari appoggiate dal governo di Tel Aviv che avanzano rubando le terre e la vita ai Palestinesi. Prima o dopo dovranno essere processati per l’olocausto dei Palestinesi; perché solo i tedeschi per l’olocausto degli ebrei? La legge è uguale per tutti, almeno nelle società occidentali mentre gli ebrei macellano in nome del loro dio padrone.

Molte persone proiettano le loro aspettative su questi documenti: chi un po’ di libertà, chi un po’ di verità, chi un po’ di giustizia.
Però dobbiamo sapere che, almeno in Italia, se domani verranno censurate le “scosciate” di Berlusconi o la volgarità della De Filippi, una grande percentuale di persone non si chiederà dove prima le stavano fregando, ma chiederà a gran voce flebo di scosciate e di volgarità per poter sopravvivere all’angoscia della loro quotidianità.
Per questo, ben vengano le rivelazioni di Wikileaks. Però ricordiamoci che qualunque verità verrà svelata o rivelata, non cambierà che in minima parte l’atteggiamento delle masse perché sono educate a proiettare i loro desideri e a non analizzare. Questo è legato alla loro sopravvivenza in un’angoscia generata dalla privazione di un futuro fattibile e sorretta da futuri illusori di un criminale, come Gesù, che viene con grande potenza sulle nubi o sul “cattivo di turno” che, indicando cure ad un presente socio-economico malato, le costringe ad uscire dal guscio in cui i terroristi del Movimento per la vita le hanno cacciate nella prospettiva di macellarli in un’eutanasia continua.
Il Movimento per la Vita macella le persone facendole ammalare di cancro e beandosi che le persone siano ammalate di cancro: così Silvio Berlusconi ammala le persone di impotenza sociale per bearsi della sua onnipotenza delirante. Come le persone ammalate di cancro non hanno più voglia di cercare i motivi che li hanno portati ad ammalarsi e a rimuoverli dalla società favorendo il Movimento per la Vita a macellare altre persone, così gli spettatori della De Filippi o delle scosciate di Silvio Berlusconi non hanno più forza di mettere in moto il loro cervello per cercare un modo diverso di essere nel mondo.

Wikileaks svelerà operazioni segrete, ma le masse continueranno a credere che Ratzinger, che vuole violentare i bambini cinesi, in realtà voglia la libertà di religione e derideranno sempre i bambini stuprati dalla chiesa cattolica come i “fessi che si sono fatti fregare”. Allo stesso modo derideranno i Palestinesi come “i fessi che si sono fatti fregare dagli ebrei” compiacendosi con Israele per l’abilità con cui porta avanti il genocidio. Come si è deriso Saddam Hussein, il fesso che non aveva armi di distruzioni di massa, ma è stato “fregato”. O come la bambina, “l’idiota”, che i soldati italiani hanno sparato ad un posto di blocco.

Forse Wikileaks ci farà sapere qualche meccanismo attraverso cui sono state costruite le porcate e le miserie, ma le porcate e le miserie ci stanno attorno basta leggerle con un po’ di consapevolezza e incominciare a chiamare terroristi e criminali chi induce le porcate e le miserie che aggravano le condizioni di vita delle persone trasformandole in schiavi.
Riporto l’informazione:

Wikileaks, attesa per i documenti Usa
Sarebbero 260mila file, nessuno classificato come "top secret". Solo il 5% riguarderebbe i rapporti con l'Europa

MILANO - Gli attesissismi rapporti riservati della diplomazia statunitense ottenuti da Wikileaks saranno pubblicati domenica alle 22.30 dal New York Times, da El Pais, da Le Monde e dal settimanale tedesco Der Spiegel. Un fiume di documenti, telegrammi ed e-mail scambiati tra gli Usa e le diplomazie del mondo. Fonti vicine a Wikileaks ne hanno peraltro ridimensionato la portata: si tratterebbe di 260mila documenti, nessuno dei quali classificato come "top secret". La metà sarebbe senza livello di segretezza, il 40,5% "confidenziali", circa 15.652 quelli "segreti", e solo il 5% riguarderebbe l'Europa. Il resto soprattutto Medio Oriente e Asia. Ma il Dipartimento di Stato Usa non esclude che dalla loro pubblicazione possano derivare «tensioni nelle relazioni diplomatiche». «Ci prepariamo allo scenario peggiore» ha ammesso il portavoce Philip Crowley, confermando che gli Usa da giorni sono al lavoro per avvisare direttamente i diversi Paesi con cui sono in contatto. Il capo degli Stati Maggiori delle Forze armate, Mike Mullen, in un'intervista alla Cnn ha rivolto un appello ai responsabili del sito chiedendo che si astengano da un'iniziativa «molto, molto pericolosa».

Tratto da:
http://www.corriere.it/esteri/10_novembre_27/wikileaks-documenti-riservati_2a38d6a4-fa64-11df-9c9e-00144f02aabc.shtml

Qualunque verità griderete sui tetti, è destinata ad oscurarsi se non incontra i desideri e le aspettative emotive delle perone.
La verità si divide in verità di fede e in verità di tortura: della verità pura e semplice non frega nulla a nessuno.


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28 novembre 2010
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo
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sabato 20 novembre 2010

Corte Costituzionale: sentenza 328/2010. La Stella a Cinque Punte è il simbolo dell'unità d'Italia nella Costituzione.


La Stella a Cinque Punte, come emblema dell'unità d'Italia nella Costituzione della Repubblica, dovrebbe stare sui muri delle aule scolastiche ad indicare i principi della Costituzione, non il crocifisso che con i principi della monarchia assoluta e del nazismo (o fai quello che voglio io o io ti ammazzo) offende i principi della Costituzione, dell'unità d'Itala e costringe i ragazzi a formare una mentalità criminale e psicologicamente malata.
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Con questa sentenza, al di là delle motivazioni giuridiche adottate dalla Corte Costituzionale, questa, comunque, ribadisce che LA STELLA A CINQUE PUNTE E’ IL SIMBOLO DELL’UNITA’ D’ITALIA.
Nella sentenza N. 328 del 2010 della Corte Costituzionale, il ministero faceva ricorso contro un provvedimento della Provincia di Bolzano che cancellava la Stella a Cinque Punte dagli attestati, dai diplomi e delle certificazioni delle scuole per sostituirlo con l’emblema della provincia. In altre parole, sia pur dal punto di vista formale la Provincia autonoma di Bolzano metteva in atto una forma di secessione dall’Italia. Tale forma di separazione dall’Italia, sia pur come cancellazione della Stella a Cinque Punte che ne è il simbolo dell’Unità Nazionale nella forma determinata dall’attuale Costituzione, costituiva sfregio ed offesa alla Costituzione e all’identità nazionale.

Chi è ricorso contro la decisione della Provincia di Bolzano rilevava:

Il ricorrente espone che la Giunta provinciale, con la delibera impugnata, ha approvato i nuovi modelli degli attestati, dei diplomi e delle certificazioni per le scuole secondarie di primo e secondo grado in lingua tedesca, italiana e delle località ladine della Provincia. Nei nuovi modelli, allegati alla delibera, non figura più l’emblema della Repubblica italiana, ma solo lo stemma della Provincia.


E la stessa Corte Costituzionale che rileva nella sentenza 328 del 2010:

Dalla specifica valenza dei documenti considerati si desumerebbe che l’emblema della Repubblica italiana – così come la relativa scritta – assumono un rilievo non solo formale, ma anche e soprattutto sostanziale, attestando la provenienza del documento stesso da una scuola che, per essere scuola statale, parificata o legalmente riconosciuta, è autorizzata a rilasciarlo previa verifica del raggiungimento da parte del discente di un certo livello di conoscenze e competenze.


Appare del tutto evidente come la decisione della Provincia di Bolzano era una decisione avversa alla Costituzione della Repubblica e all’unità d’Italia. Un vero e proprio atto di secessione, al di là della rilevanza dell’atto stesso.
Saltando per intero la disputa fra lo Stato e la Provincia di Bolzano, voglio soffermarmi solo sulle dichiarazioni della Corte Costituzionale in cui dichiara:

LA CORTE COSTITUZIONALE
dichiara che non spettava alla Provincia autonoma di Bolzano deliberare l’eliminazione della denominazione e dell’emblema della Repubblica italiana dai modelli degli attestati, dei diplomi e delle certificazioni per le scuole secondarie di primo e secondo grado della Provincia;
annulla, di conseguenza, la deliberazione della Giunta provinciale n. 1034 del 14 aprile 2009, recante approvazione dei nuovi modelli degli attestati, dei diplomi e delle certificazioni per le scuole secondarie di primo e secondo grado, nella parte in cui approva allegati privi della denominazione e dell’emblema della Repubblica.


La Stella Cinque Punte dovrebbe stare sui muri delle aule scolastiche, non quell’orrore del crocifisso che serve per terrorizzare i ragazzi sottomettendoli ad un padrone. La Stella a Cinque Punte rappresenta il DIRITTO COSTITUZIONALE, quello che dovrebbe essere insegnato ai ragazzi per diventare dei cittadini, non la morale del crocifisso che serve per costruire disagio sociale, sottomissione, terrore e odio sociale.


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20 novembre 2010
Claudio Simeoni
Meccanico
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Riporto la sentenza per intero e per completezza dell’informazione come è stata pubblicata dalla Corte Costituzionale:


SENTENZA N. 328
ANNO 2010
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE
composta dai signori: Presidente: Francesco AMIRANTE; Giudici : Ugo DE SIERVO, Paolo MADDALENA, Alfio FINOCCHIARO, Alfonso QUARANTA, Franco GALLO, Luigi MAZZELLA, Gaetano SILVESTRI, Sabino CASSESE, Giuseppe TESAURO, Paolo Maria NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO, Alessandro CRISCUOLO, Paolo GROSSI,
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nel giudizio per conflitto di attribuzione tra enti sorto a seguito della deliberazione della Giunta provinciale di Bolzano del 14 aprile 2009 n. 1034, concernente nuovi modelli di attestati, diplomi, pagelle e certificazioni per le scuole secondarie di primo e secondo grado in lingua tedesca, italiana e ladina della Provincia, promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri con ricorso notificato il 17-22 luglio 2009, depositato in cancelleria il 22 luglio 2009 ed iscritto al n. 5 del registro conflitti tra enti 2009.
Visto l’atto di costituzione della Provincia autonoma di Bolzano;
udito nell’udienza pubblica del 6 ottobre 2010 il Giudice relatore Giuseppe Frigo, sostituito per la redazione della sentenza dal Giudice Ugo De Siervo;
uditi l’avvocato dello Stato Gabriella Palmieri per il Presidente del Consiglio dei ministri e gli avvocati Giuseppe Franco Ferrari e Roland Riz per la Provincia autonoma di Bolzano.

Ritenuto in fatto
1. – Con ricorso notificato il 17 luglio 2009 e depositato il successivo 22 luglio, il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, ha proposto conflitto di attribuzione nei confronti della Provincia autonoma di Bolzano in relazione alla deliberazione della Giunta provinciale n. 1034 del 14 aprile 2009, lamentando la violazione degli artt. 33 e 117 della Costituzione, e del «principio di leale collaborazione ai sensi degli articoli 117 e 118 Costituzione», nonché dei diversi limiti statutari in tema di competenze della Provincia autonoma di Bolzano.
Il ricorrente espone che la Giunta provinciale, con la delibera impugnata, ha approvato i nuovi modelli degli attestati, dei diplomi e delle certificazioni per le scuole secondarie di primo e secondo grado in lingua tedesca, italiana e delle località ladine della Provincia. Nei nuovi modelli, allegati alla delibera, non figura più l’emblema della Repubblica italiana, ma solo lo stemma della Provincia.
A seguito della vasta eco che l’iniziativa ha avuto sulla stampa e anche in ambito politico locale, la Giunta provinciale ha successivamente deciso di sospendere gli effetti della delibera. Ciò non escluderebbe, tuttavia, la sussistenza di un interesse attuale all’impugnativa: la circostanza, infatti, che la delibera non sia stata revocata, ma solo sospesa; l’intento, manifestato pubblicamente dal Presidente della Provincia, di rimandare al prossimo anno la sua attuazione; il fatto che la Giunta provinciale abbia limitato la sospensione alla nuova disciplina riguardante gli emblemi, confermando, per il resto, le disposizioni della delibera impugnata, dimostrerebbero che non vi è stato un «pieno superamento» di quest’ultima, ma solo un differimento della sua concreta operatività.
Ciò premesso, il Presidente del Consiglio dei ministri assume che, nel disporre l’eliminazione dell’emblema della Repubblica dai modelli in questione, la Giunta provinciale di Bolzano avrebbe esorbitato dalle competenze statutarie in materia di istruzione.
L’art. 9, primo comma, numero 2, dello statuto di autonomia, di cui al d.P.R. 31 agosto 1972, n. 670 (Approvazione del testo unico delle leggi costituzionali concernenti lo statuto speciale per il Trentino-Alto Adige), attribuisce, infatti, alla Provincia di Bolzano una competenza legislativa concorrente in materia di istruzione elementare e secondaria (media, classica, scientifica, magistrale, tecnica, professionale e artistica). Tale competenza deve essere, pertanto, esercitata nei limiti previsti dall’art. 5 dello statuto, vale a dire nel rispetto dei principi fissati dalla legislazione dello Stato, oltre che in armonia con la Costituzione, i principi dell’ordinamento giuridico della Repubblica e nell’osservanza degli obblighi internazionali e degli interessi nazionali, nonché delle norme fondamentali delle riforme economico-sociali della Repubblica.
Ai sensi dell’art. 16 dello statuto, che adotta il principio del «parallelismo», anche le competenze amministrative sono sottoposte ad analoghi limiti.
Tale quadro normativo risulterebbe confermato, altresì, dalle disposizioni di attuazione. L’art. 1, primo comma, del d.P.R. 10 febbraio 1983, n. 89 (Approvazione del testo unificato dei decreti del Presidente della Repubblica 20 gennaio 1973, n. 116 e 4 dicembre 1981, n. 761, concernenti norme di attuazione dello statuto speciale per il Trentino-Alto Adige in materia di ordinamento scolastico in provincia di Bolzano) – nel prevedere che «le attribuzioni dello Stato in materia di scuola materna e di istruzione elementare e secondaria (media, classica, scientifica, magistrale, tecnica, professionale e artistica), esercitate sia direttamente dagli organi centrali e periferici dello Stato sia per il tramite di enti e istituti pubblici a carattere nazionale o pluriregionale, sono esercitate, nell’ambito del proprio territorio, dalla provincia di Bolzano» – ribadisce, infatti, l’obbligo di rispetto dei «limiti di cui all’articolo 16 dello statuto» e di «osservanza delle norme del presente decreto».
L’art. 3 del medesimo d.P.R. n. 89 del 1983 afferma, inoltre, con chiarezza che «le scuole di istruzione elementare e secondaria della provincia di Bolzano hanno carattere statale» e che «i titoli di studio conseguiti nelle predette scuole sono validi a tutti gli effetti».
Permanendo il carattere statale delle scuole della Provincia, esse resterebbero soggette alla normativa statale di ordine generale contenuta nel d.P.R. 28 dicembre 2000, n. 445, recante il Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa (Testo A): normativa destinata ad integrarsi con la disciplina concernente in modo più specifico le caratteristiche e i contenuti dei documenti formati dalle scuole. Fra tali documenti rientrano tanto le cosiddette pagelle, con cui gli istituti scolastici informano le famiglie sul rendimento e la condotta dei discenti; quanto i diplomi, che attestano l’avvenuto conseguimento di un titolo spendibile, in ragione del valore legale attribuitogli dal legislatore nazionale, per l’accesso al ciclo scolastico superiore ovvero all’università, a lavori o professioni e per partecipare a selezioni o concorsi; quanto, infine, le certificazioni integrative per le terze classi degli istituti professionali e per le quinte classi delle scuole secondarie di secondo grado.
Dalla specifica valenza dei documenti considerati si desumerebbe che l’emblema della Repubblica italiana – così come la relativa scritta – assumono un rilievo non solo formale, ma anche e soprattutto sostanziale, attestando la provenienza del documento stesso da una scuola che, per essere scuola statale, parificata o legalmente riconosciuta, è autorizzata a rilasciarlo previa verifica del raggiungimento da parte del discente di un certo livello di conoscenze e competenze.
In conclusione, dunque, la Provincia non vanta una potestà legislativa esclusiva in materia di istruzione ed è tenuta ad osservare le norme generali dettate in proposito dallo Stato ai sensi dell’art. 33 Cost. e, comunque, a rispettare i principi fondamentali contenuti nella legislazione statale. Le funzioni il cui esercizio è stato conferito alla Provincia con il d.P.R. n. 89 del 1983 sarebbero, infatti, unicamente quelle concernenti l’organizzazione del servizio, e non quelle attinenti alle potestà di attestazione e certificazione, le quali troverebbero diretta tutela nel citato art. 33 Cost., che prescrive, tra l’altro, un esame di Stato a conclusione dei vari gradi scolastici.
Ne deriverebbe quindi l’obbligo, per la Provincia, di mantenere l’emblema della Repubblica italiana sui titoli di studio e sulle certificazioni, trattandosi di requisito funzionale al conseguimento dei relativi effetti legali, quale il riconoscimento del titolo su tutto il territorio nazionale e in ambito comunitario.
Per le ragioni esposte, il ricorrente chiede che la Corte dichiari che non spettava alla Provincia deliberare l’eliminazione dell’emblema della Repubblica dai modelli in questione e, per l’effetto, annulli la deliberazione impugnata.
2. – Si è costituita la Provincia autonoma di Bolzano, chiedendo che il ricorso venga dichiarato inammissibile o infondato.
In via preliminare, la resistente eccepisce l’inammissibilità del ricorso per tardività. Ricordato che, ai sensi dell’art. 39 della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), il termine per proporre ricorso per conflitto di attribuzione è di sessanta giorni «a decorrere dalla notificazione o pubblicazione ovvero dall’avvenuta conoscenza dell’atto impugnato», la Provincia osserva che la deliberazione censurata è stata adottata il 14 aprile 2009 e conseguentemente pubblicata mediante affissione all’albo pretorio provinciale.
Il ricorso è stato, per converso, notificato solo il 17 luglio 2009 e, dunque, ben oltre il termine prescritto.
Il ricorso sarebbe, in ogni caso, inammissibile per carenza di un interesse attuale e concreto all’impugnativa.
La deliberazione censurata è stata, infatti, sospesa con delibera della Giunta provinciale n. 1388 del 25 maggio 2009, con conseguente riproduzione tanto dell’emblema che della denominazione della Repubblica italiana (accanto allo stemma e alla denominazione della Provincia autonoma di Bolzano) nei diplomi, nelle pagelle e nelle certificazioni rilasciati dalle scuole della Provincia stessa. La deliberazione impugnata, pertanto, non produceva effetti al momento di notificazione del ricorso, né ha avuto medio tempore applicazione. La circostanza che – secondo quanto sostenuto dal ricorrente – il Presidente della Provincia abbia manifestato pubblicamente l’intento di rinviare al successivo anno l’attuazione della delibera confermerebbe, d’altro canto, l’insussistenza dei presupposti della attualità e della concretezza dell’interesse a ricorrere.
Nel merito, la resistente osserva che la sottoposizione della Provincia di Bolzano, nell’esercizio delle funzioni ad essa spettanti in materia di istruzione, alle norme generali dettate dallo Stato ai sensi dell’art. 33 Cost. e ai principi fondamentali contenuti nella legislazione statale, non comporterebbe l’obbligo per la medesima di inserire nei diplomi, nelle pagelle e nelle certificazioni l’emblema della Repubblica italiana e la relativa dicitura. Nessuna delle disposizioni dell’evocato d.P.R. n. 445 del 2000, né alcuna altra norma di legge statale «di principio» prevede, infatti, esplicitamente o implicitamente, che i provvedimenti amministrativi debbano recare i predetti elementi al fine di garantire la loro riconducibilità alla Repubblica italiana e, in particolare – quanto ai documenti scolastici – per assicurare che gli stessi provengano da una scuola statale (o ad essa equiparata), quale soggetto autorizzato ad attestare il grado di istruzione conseguito o il profitto scolastico realizzato.
Ancora più a monte, peraltro, la circostanza che, ai sensi dell’art. 3 del d.P.R. n. 89 del 1983, le scuole di istruzione elementare e secondaria della Provincia di Bolzano abbiano carattere statale, non implicherebbe affatto – contrariamente a quanto assume il ricorrente – che le istituzioni scolastiche provinciali restino soggette alla disciplina statale in materia di documenti amministrativi. Detta previsione normativa sarebbe, infatti, funzionale all’affermazione della validità «a tutti gli effetti» dei titoli di studio conseguiti nelle predette scuole, contenuta nel comma 2 dello stesso articolo, in rapporto alla circostanza che, ai sensi del successivo art. 4, «all’istituzione di scuole elementari e di istituti e scuole di istruzione secondaria nonché di corsi finalizzati al rilascio di titoli di studio provvede la Provincia in base ai piani da essa predisposti». Né, ancora, il citato art. 3 subordina l’affermata validità «a tutti gli effetti» dei titoli rilasciati dalle scuole provinciali all’apposizione dell’emblema della Repubblica italiana.
Quanto, poi, al richiamo alla normativa che regolamenta «più specificamente caratteristiche e contenuti dei documenti formati dalle scuole», la Provincia eccepisce l’inammissibilità della censura per genericità, rilevando che, comunque, disposizioni di tale segno avrebbero natura di «norme di dettaglio» e non potrebbero dunque esplicare, proprio in applicazione dei principi costituzionali e statutari che il ricorrente reputa violati, alcuna efficacia limitativa della competenza legislativa concorrente e delle correlate funzioni amministrative spettanti alla Provincia di Bolzano in materia di istruzione.
3. – L’Avvocatura generale dello Stato ha depositato una memoria illustrativa, insistendo per l’accoglimento del ricorso.
Secondo la difesa dello Stato, l’eccezione di tardività del ricorso, formulata dalla Provincia resistente, sarebbe priva di fondamento. Per costante giurisprudenza costituzionale, infatti, la piena conoscenza dell’atto – rilevante ai fini della decorrenza del termine di impugnazione di cui all’art. 39, secondo comma, della legge n. 87 del 1953 – coincide con la sua pubblicazione nel giornale ufficiale della Regione. Nella specie, la delibera impugnata è stata pubblicata nel Bollettino Ufficiale del Trentino-Alto Adige del 19 maggio 2009, supplemento n. 2: donde la tempestività del ricorso, notificato il 17 luglio 2009 e, dunque, entro il sessantesimo giorno da detta pubblicazione.
Parimenti infondata sarebbe l’ulteriore eccezione di inammissibilità per carenza di interesse. Varrebbero, infatti, al riguardo, le considerazioni già svolte nell’atto introduttivo, relative alla circostanza che la delibera impugnata non è stata revocata, ma solo sospesa dalla successiva delibera n. 1388 del 25 maggio 2009; la quale, d’altro canto, si è limitata a sospendere la nuova disciplina riguardante gli emblemi, confermando le restanti disposizioni della delibera n. 1034. La nuova delibera non avrebbe, pertanto, determinato il pieno superamento della precedente, ma ne avrebbe soltanto rinviato la concreta operatività, lasciando così persistere l’interesse del Governo all’impugnativa.
Quanto al merito del conflitto, l’Avvocatura dello Stato contesta che la censura afferente alla soggezione delle scuole della Provincia di Bolzano alla disciplina statale in materia di documentazione amministrativa possa considerarsi generica, risultando essa accompagnata da un «chiaro e specifico riferimento alla normativa» (in particolare, al d.P.R. n. 445 del 2000).
Contrariamente a quanto mostra di ritenere la Provincia, inoltre, il carattere statale delle scuole della Provincia di Bolzano, espressamente affermato dall’art. 3 del d.P.R. n. 89 del 1983, e l’apposizione dell’emblema della Repubblica italiana risulterebbero «indissolubilmente legati da un nesso logico-giuridico». Lo stemma concorrerebbe, infatti, ad identificare il titolo scolastico che, in ragione del valore legale attribuitogli dal legislatore nazionale, è richiesto per l’accesso ai livelli più elevati di istruzione ovvero al mondo del lavoro, dimostrando che il soggetto che ha provveduto a formarlo era a ciò legittimato e che, prima di rilasciare il documento, ha verificato l’avvenuto raggiungimento di un determinato livello di competenze.
Di qui l’obbligo di mantenere l’emblema della Repubblica italiana sui titoli di studio e sulle certificazioni, trattandosi di requisito non solo formale, ma funzionale al conseguimento degli effetti legali, quale il riconoscimento del titolo su tutto il territorio nazionale e in ambito comunitario.
Tale conclusione risulterebbe in linea con l’affermazione della giurisprudenza costituzionale, per cui l’esigenza di garantire un trattamento scolastico in condizioni di eguaglianza a tutti i cittadini, quale obbligo dello Stato scaturente dal secondo comma dell’art. 33 Cost., «è indubbiamente connessa al riconoscimento del valore legale dei titoli di studi, diretti ad attestare la preparazione culturale e professionale del loro titolare» (sentenza n. 290 del 1994). Nel «complesso intrecciarsi», quanto alla disciplina dell’istruzione, di norme generali, principi fondamentali e potestà concorrente (sentenza n. 13 del 2004), la predetta conclusione sarebbe, altresì, coerente con l’assetto delineato dal terzo comma dell’art. 117 Cost., «rispettandone l’impostazione strutturale e la dinamica delle relazioni tra enti».
4. – Anche la Provincia autonoma di Bolzano ha depositato memoria illustrativa, con la quale ha ribadito quanto già dedotto con l’atto costitutivo sia in ordine ai profili di inammissibilità che alla infondatezza del ricorso.
La Provincia precisa, peraltro, di non avere mai voluto «eliminare» l’emblema della Repubblica italiana dai modelli di attestati, diplomi e certificazioni delle scuole secondarie della Provincia. Con la deliberazione impugnata la Giunta provinciale avrebbe inteso, per contro, soltanto adattare i predetti modelli alle nuove prescrizioni dettate dal Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca nei mesi compresi tra il novembre 2008 e il marzo 2009; prescrizioni relative, in particolare, al cosiddetto certificato integrativo, che accompagna il diploma di qualifica professionale e nel quale sono evidenziati i dettagli del profilo professionale relativi al corso seguito dallo studente (introdotto con nota del Direttore generale prot. n. 11660 del 6 novembre 2008); al nuovo modello di diploma di licenza del primo ciclo di istruzione, con valutazione complessiva in decimi dell’esame conclusivo (approvato con d.m. 24 febbraio 2009, n. 22); nonché alle modifiche dei modelli di diploma e di certificazioni integrative per i corsi di istruzione secondaria di secondo grado, disposte con d.m. 3 marzo 2009, n. 26, al fine di renderli conformi a quanto stabilito dalla legge 11 gennaio 2007, n. 1 (Disposizioni in materia di esami di Stato conclusivi dei corsi di studio di istruzione secondaria superiore e delega al Governo in materia di raccordo tra la scuola e le università), riguardo all’attribuzione del punteggio alle diverse prove d’esame e del credito scolastico.
Tramite la deliberazione censurata la Giunta provinciale avrebbe inteso, inoltre, adeguare i modelli al nuovo «corporate design» dell’amministrazione provinciale, introdotto al fine di rendere uniformi gli emblemi utilizzati dai vari uffici della Provincia e facilitare l’accesso degli istituti scolastici agli stessi.
In tale occasione, per un «errore tecnico», l’emblema della Provincia sarebbe stato posto lungo l’intera testata dei modelli e non, invece, come in precedenza, accanto all’emblema della Repubblica italiana.
Accortasi dell’errore, la Giunta, con la deliberazione n. 1388 del 25 maggio 2009 – adottata, quindi, solo sei giorni dopo la pubblicazione della deliberazione impugnata – ha immediatamente modificato i formulari approvati e reintrodotto i modelli recanti entrambi gli emblemi, ripristinando la testata da sempre in vigore.
L’inesistenza di una volontà di «eliminare» l’emblema della Repubblica italiana emergerebbe anche dalla semplice lettura della deliberazione impugnata, che non contiene alcuna manifestazione di volontà in tal senso.
I modelli oggetto di censura, d’altro canto, non hanno mai trovato concreta applicazione.
Alla luce di tali considerazioni, la resistente chiede quindi che la Corte dichiari cessata la materia del contendere, insistendo, in via subordinata, nelle richieste di declaratoria della inammissibilità o dell’infondatezza del ricorso per le ragioni già esposte nell’atto di costituzione.

Considerato in diritto
1. – Il Presidente del Consiglio dei ministri ha promosso conflitto di attribuzione nei confronti della Provincia autonoma di Bolzano in relazione alla deliberazione della Giunta provinciale n. 1034 del 14 aprile 2009, recante approvazione dei nuovi modelli degli attestati, dei diplomi e delle certificazioni per le scuole secondarie di primo e secondo grado.
Il ricorrente nega che spetti alla Provincia autonoma di Bolzano eliminare dagli attestati, diplomi e certificazioni per le scuole secondarie di primo e secondo grado l’emblema della Repubblica italiana, mantenendo solo quello della Provincia autonoma.
Si asserisce che la deliberazione sarebbe lesiva degli articoli 33 e 117 della Costituzione, nonché del principio di leale collaborazione ai sensi degli artt. 117 e 118 Cost., ma si argomenta soprattutto che la Giunta provinciale avrebbe esorbitato dalle competenze statutarie di cui all’art. 9, numero 2, in riferimento agli artt. 5 e 16, del d.P.R. 31 agosto 1972, n. 670 (Approvazione del testo unico delle leggi costituzionali concernenti lo statuto speciale per il Trentino-Alto Adige), e all’art. 1 delle norme di attuazione di cui al d.P.R. 10 febbraio 1983, n. 89 (Approvazione del testo unificato dei decreti del Presidente della Repubblica 20 gennaio 1973, n. 116 e 4 dicembre 1981, n. 761, concernenti norme di attuazione dello statuto speciale per il Trentino-Alto Adige in materia di ordinamento scolastico in provincia di Bolzano), invadendo le competenze statali in materia di istruzione. Secondo il ricorrente, il carattere statale delle scuole secondarie della Provincia di Bolzano – espressamente affermato dall’art. 3 del medesimo d.P.R. n. 89 del 1983 – comporta l’assoggettamento dei documenti in questione alla disciplina statale in materia di documentazione amministrativa e non consente, comunque, di eliminare da essi l’emblema dello Stato, trattandosi di requisito funzionale al conseguimento dei loro effetti legali su tutto il territorio nazionale e in ambito comunitario.
Lo Stato nega che la successiva deliberazione della Giunta regionale n. 1388 del 25 maggio 2009, con cui è stata disposta la sospensione degli effetti della delibera, «abbia comportato il pieno superamento della precedente», con il conseguente venir meno dell’interesse statale a ricorrere: ciò in quanto la delibera originaria non è stata revocata, ma solo sospesa limitatamente alla mancata riproduzione dell’emblema statale, mentre il Presidente della Provincia avrebbe manifestato pubblicamente l’intenzione di rimandare al prossimo anno l’attuazione della originaria deliberazione.
2. – L’eccezione di inammissibilità del ricorso per tardività, formulata dalla difesa provinciale, non è fondata.
Il ricorso è stato, infatti, notificato il 17 luglio 2009 e, dunque, entro il sessantesimo giorno dalla pubblicazione della delibera impugnata nel Bollettino Ufficiale della Regione Trentino-Alto Adige, avvenuta il 19 maggio 2009: pubblicazione che – alla luce della stessa giurisprudenza costituzionale citata dalla resistente – fissa il dies a quo per il decorso del termine previsto dal secondo comma dell’art. 39 della legge 11 marzo 1953, n. 87.
Nell’affermare che, ai fini della decorrenza del predetto termine, la «pubblicazione» assume un rilievo assorbente e dirimente rispetto al criterio alternativo dell’avvenuta conoscenza dell’atto impugnato, tutte le volte in cui la pubblicazione stessa risulti prescritta (sentenza n. 121 del 2005 e ordinanza. n. 195 del 2004) o, comunque, quando si sia al cospetto di un atto di natura normativa, o non, diretto a specifici destinatari (sentenze n. 140 del 1999 e n. 611 del 1987), la Corte si è costantemente riferita alla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica (sentenze n. 121 del 2005 e n. 461 del 1995; ordinanza n. 195 del 2004), ovvero nel Bollettino Ufficiale della Regione (sentenze n. 140 del 1999, n. 611 del 1987 e n. 286 del 1985). Invece, nessun riscontro trova nella giurisprudenza costituzionale la pretesa della Provincia resistente di far decorrere – in tali fattispecie – il termine di proposizione del ricorso dalla semplice affissione della delibera impugnata nell’albo pretorio provinciale.
3. – Non è neppure fondata l’eccezione di inammissibilità del ricorso per carenza di interesse, che è stata formulata dalla difesa provinciale in considerazione dell’effetto prodotto dalla deliberazione della Giunta regionale n. 1388 del 25 maggio 2009, che ha sospeso gli effetti dell’atto impugnato proprio per quanto riguarda la mancata riproduzione dell’emblema e della denominazione della Repubblica italiana accanto all’emblema ed alla denominazione della Provincia autonoma di Bolzano.
Si deve rilevare, a tale proposito, che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, tale interesse non sempre viene meno per il semplice esaurimento degli effetti dell’atto impugnato, dal momento che «la lesione delle attribuzioni costituzionali può concretarsi anche nella mera emanazione dell’atto invasivo della competenza, potendo, quindi, perdurare l’interesse dell’ente all’accertamento del riparto costituzionale delle competenze» (sentenza n. 287 del 2005; analogamente, sentenze n. 222 del 2006 e n. 199 del 2004).
Ciò tanto più ove, come nel caso di specie, la Provincia abbia motivato la propria delibera n. 1388 del 25 maggio 2009 nei seguenti termini: «La Giunta provinciale ritiene opportuno sospendere la nuova disciplina riguardante gli emblemi da riprodurre sui modelli di cui sopra, e di riprodurre, per ora, sia l’emblema e la denominazione ufficiale della Repubblica italiana sia l’emblema e la denominazione ufficiale della Provincia autonoma di Bolzano Alto Adige».
Inoltre, se la difesa della Provincia ha attribuito l’adozione della deliberazione censurata ad un mero “errore tecnico”, organi rappresentativi della Giunta provinciale hanno affermato la piena legittimità «di quanto deliberato … con provvedimento n. 1034» (ad esempio, si veda la risposta di un assessore provinciale all’interrogazione n.403/09 ). D’altra parte, nello stesso atto di costituzione la Provincia autonoma di Bolzano afferma che nessuna prescrizione imporrebbe, esplicitamente o implicitamente, «di indicare, nei diplomi, nelle pagelle e nelle certificazioni, accanto all’emblema e alla dicitura “Provincia autonoma di Bolzano”, anche l’emblema e la dicitura “Repubblica italiana”».
4. – Nel merito, il conflitto è fondato.
Questa Corte ha avuto modo di chiarire che «in materia di istruzione e formazione professionale l’art. 117 Cost. non prevede una forma di autonomia più ampia di quella configurata dagli artt. 8 e 9 dello statuto speciale per il Trentino-Alto Adige, sicché non ricorrono, nella specie, le condizioni per l’applicazione dell’art. 10 della legge cost. n. 3/2001» (sentenza n. 213 del 2009); appare, pertanto, inconferente l’evocazione degli artt. 117 Cost. e 118 Cost. quali parametri asseritamente violati dalla deliberazione censurata.
Viene, invece, in rilievo l’art. 9, n. 2, del d.P.R. n. 670 del 1972, che attribuisce alla Provincia di Bolzano la potestà legislativa concorrente in materia di «istruzione elementare e secondaria (media, classica, scientifica, magistrale, tecnica, professionale e artistica)». Sulla base dello statuto regionale, questa potestà legislativa deve, anzitutto, essere esercitata «in armonia con la Costituzione ed i principi dell’ordinamento giuridico della Repubblica» e rispettare gli obblighi internazionali e gli interessi nazionali, «nonché le norme fondamentali delle riforme economico-sociali della Repubblica». Inoltre, in quanto potestà legislativa concorrente, essa incontra lo specifico limite «dei principi stabiliti dalle leggi dello Stato».
Sul piano amministrativo, l’art. 16 dello statuto stabilisce al primo comma, in applicazione del modello del parallelismo delle funzioni, che «nelle materie e nei limiti entro cui la regione o la provincia può emanare norme legislative, le relative potestà amministrative, che in base all’ordinamento preesistente erano attribuite allo Stato, sono esercitate rispettivamente dalla regione e dalla provincia».
Le specifiche competenze della Provincia autonoma di Bolzano in tutto il settore scolastico hanno trovato una analitica disciplina in una serie di apposite norme di attuazione ed, in particolare, nel d.P.R. n. 89 del 1983, successivamente integrato dal decreto legislativo 24 luglio 1996, n. 434 (Norme di attuazione dello Statuto per il Trentino-Alto Adige recanti modifiche ed integrazioni al decreto del Presidente della Repubblica 10 febbraio 1983, n. 89, concernente l’ordinamento scolastico in Provincia di Bolzano): particolarmente significativo è che alla notevole vastità dei poteri affidati o delegati alla Provincia corrisponde l’esplicita affermazione, di cui al primo comma dell’art. 3, che «le scuole di istruzione elementare e secondaria della provincia di Bolzano hanno carattere statale», nonché la previsione di una molteplicità di raccordi fra l’amministrazione provinciale e quella statale, conformemente alla ribadita permanente competenza del legislatore statale a determinare i principi della materia.
Non è dubbio che fra questi ultimi debba annoverarsi il potere del Ministro della pubblica istruzione, espressamente previsto dall’art. 5 della legge 31 ottobre 1963, n. 1529 (Rilascio gratuito della pagelle e dei diplomi di licenza agli alunni soggetti all’obbligo scolastico), di stabilire «con suo decreto i modelli delle pagelle e di diplomi», potere più volte successivamente confermato da altre disposizioni normative che affidano, in modo esplicito od implicito, al medesimo Ministro il potere di determinare certificazioni ed attestazioni degli studi compiuti (si vedano in via esemplificativa l’art. 13 del d.P.R. 23 luglio 1998, n. 323 «Regolamento recante disciplina degli esami di Stato conclusivi dei corsi di studio di istruzione secondaria superiore, a norma dell’art. 1 della legge 10 dicembre 1997, n. 425», nonché l’art. 9 del D.M. 9 agosto 1999, n. 323, «Regolamento recante norme per l’attuazione dell’articolo 1 della legge 20 gennaio 1999, n. 9, contenente disposizioni urgenti per l’elevamento dell’obbligo di istruzione»).
Dell’esercizio di questo potere ministeriale, consistente nell’adozione di appositi modelli (che di norma recano, tra l’altro, anche la denominazione e l’emblema della Repubblica italiana: scelta ovviamente insindacabile ed, anzi, del tutto opportuna in certificazioni del genere, che hanno finalità di attestazione a livello nazionale ed internazionale), occorre necessariamente farsi carico anche nell’ambito di quelle articolazioni istituzionali – come nel caso della Provincia autonoma di Bolzano – in cui sia prevista una gestione largamente autonoma del settore scolastico: ciò che fino ad oggi in realtà è avvenuto pacificamente, interpretandosi correttamente il potere della Giunta regionale di approvare «i modelli dei diplomi per le scuole secondarie di primo e secondo grado nonché degli attestati per le scuole secondarie di secondo grado», di cui all’art. 18 della legge della Provincia di Bolzano 29 giugno 2000, n. 12 (Autonomie delle scuole), come un potere condizionato e limitato dai contenuti dei modelli ministeriali previamente adottati, nella parte in cui essi siano espressivi di esigenze unitarie, attribuibili alla sfera di competenza dello Stato.
Anche lo stesso provvedimento impugnato tiene in realtà conto delle modificazioni intervenute a livello nazionale («in base agli sviluppi a livello statale gli attuali modelli devono essere modificati»), ma, diversamente da quanto era stato fatto in precedenza, questa volta esso non ha previsto la riproduzione della denominazione e dell’emblema della Repubblica.
La deliberazione censurata, dunque, esorbita dai limiti posti dagli artt. 9, numero 2, in riferimento agli artt. 5 e 16, dello statuto regionale, ponendosi in contrasto con la Costituzione ed, in particolare, con il principio di unità ed indivisibilità della Repubblica, di cui all’art. 5, che trova riscontro anche nell’art. 1, primo comma, dello stesso statuto regionale, là dove esso si riferisce all’«unità politica della Repubblica italiana, una ed indivisibile».
Sono assorbiti gli ulteriori profili di illegittimità dedotti dal ricorrente.
In conseguenza delle considerazioni esposte, deve dichiararsi che non spettava alla Provincia autonoma di Bolzano deliberare l’eliminazione della denominazione e dell’emblema della Repubblica italiana dai modelli degli attestati, dei diplomi e delle certificazioni per le scuole secondarie di primo e secondo grado. Deve, pertanto, essere annullata la deliberazione della Giunta provinciale di Bolzano n. 1034 in data 14 aprile 2009, pubblicata nel supplemento n. 2 del Bollettino Ufficiale del Trentino - Alto Adige del 19 maggio 2009, nella parte in cui approva allegati privi della denominazione e dell’emblema della Repubblica.

per questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
dichiara che non spettava alla Provincia autonoma di Bolzano deliberare l’eliminazione della denominazione e dell’emblema della Repubblica italiana dai modelli degli attestati, dei diplomi e delle certificazioni per le scuole secondarie di primo e secondo grado della Provincia;
annulla, di conseguenza, la deliberazione della Giunta provinciale n. 1034 del 14 aprile 2009, recante approvazione dei nuovi modelli degli attestati, dei diplomi e delle certificazioni per le scuole secondarie di primo e secondo grado, nella parte in cui approva allegati privi della denominazione e dell’emblema della Repubblica.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 3 novembre 2010.
F.to:
Francesco AMIRANTE, Presidente
Ugo DE SIERVO, Redattore
Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere
Depositata in Cancelleria il 17 novembre 2010.
Il Direttore della Cancelleria
F.to: DI PAOLA

giovedì 11 novembre 2010

La violenza ai bambini, le complicità delle Istituzioni e il terrorismo sul territorio per garantire l'impunità.




Nei tribunali si misurano responsabilità scoperte e pene. Ma l'orrore dei campi di concentramento gestiti secondo i dettami dei cattolici si riversano nella società producendo individui insicuri che per una loro ricerca di sicurezza continuano a danneggiare la società stessa.

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Continuano gli orrori sulla violenza all’infanzia. Quella violenza che è possibile solo perché magistrati corrotti non mettono in atto procedure e controlli preventivi negli asili nido gestiti dai cattolici. Volete scommettere che tutte e tre le denunciate erano cattoliche?
Purtroppo la violenza sull’infanzia è una costante in questo paese. Come la violenza nelle comunità di recupero per tossici o nei campi di concentramento per l’espulsione degli extracomunitari o nelle galere. Là dove il solito cattolico ritiene che il detenuto, qualsiasi sia la forma di detenzione, sia privo di diritti civili e sociali.
In questo caso la denuncia è partita dagli inservienti.
Chissà se anche in questo caso il giornele Il Gazzettino, come fece il 21 agosto 2004 pur di giustificare la violenza ai bambini è pronta a riscrivere:

“Forse qualche schiaffo, forse qualche strattone o qualche reprimenda, in un sottile confine fra lecito e illecito nel sempre difficile compito di educare. Quel che si dice un caso di Jus corrigendi.”


Come se la violenza ai bambini avesse una qualche legittimità. Come se lo Jus Corrigendi fosse legittimo. Ma in quel caso non ci furono inservienti che filmarono ed è logico pensare che il vescovo di Belluno possa aver commissionato l’articolo al giornale Il Gazzettino per impedire che l’asilo fosse disertato da genitori in allarme. Genitori pronti a far proprie smentite e minimizzazioni degli aguzzini e sacrificare i loro figli alla violenza pur di avere un qualche vantaggio sociale. Genitori che manifestano stupore davanti alla violenza ai minori che, invece, è la normalità in questo paese. Ogni tanto si scopre e la prima cosa che fanno i genitori è difendere gli aguzzini, come al Cip Ciop di Pistoia dove i carabinieri furono costretti a far vedere ai genitori che cosa subivano i loro figli. A Feltre, come a Pistoia, come oggi a Pinerolo.
Riporto l’articolo di oggi:

Denunciate 3 maestre incastrate dai filmati girati dagli inservienti
LUISA GIAIMO
PINEROLO
Bambini tenuti al buio, chiusi in una stanza per punizione, obbligati a mangiare il cibo vomitato. A guardarlo da fuori sembra un castello, il “Paese delle meraviglie” in via Alliaudi, l’asilo nido di Pinerolo messo sotto sequestro oggi pomeriggio dai carabinieri coordinati dal sostituto procuratore Ciro Santoriello. Dentro quel castello incantato, però, succedeva di tutto: botte, insulti, maltrattamenti. Francesca Panfili, Elisa Griotti e Stefania Di Maria, le tre maestre proprietarie del nido, sono state denunciate a piede libero per maltrattamenti, ma non sono state arrestate perché per la Procura non esiste il pericolo di inquinamento delle prove né di reiterazione del reato. Le incastrerebbero le immagini registrate dai carabinieri del reparto operativo. Fotogrammi ora al vaglio della magistratura. L’indagine era partita a febbraio dopo la denuncia di quattro inservienti che, pare, avrebbero girato anche del materiale video sulle umiliazioni a cui le tre donne avrebbero sottoposto i bambini, tutti tra gli 8 mesi e i 3 anni. A Pinerolo la notizia s’è sparsa in fretta, e le mamme si sono precipitate sul posto, stupite: «Non è possibile, non può essere vero. Qui tutto ha sempre funzionato perfettamente».
Tratto da:
http://www3.lastampa.it/torino/sezioni/cronaca/articolo/lstp/374688/


C’è da chiedersi perché i carabinieri di Belluno quella volta non misero in atto indagini con telecamere dentro all’asilo del Sanguinazzi: impossibilità o complicità con gli aguzzini? Partendo dalla mia esperienza personale propendo per la complicità!
Comunque, il nido “Paese delle Meraviglie” in Internet si presenta in questo modo:

L'asilo nido Nel Paese delle Meraviglie è un giardino d'infanzia per bambini dai 6 ai 36 mesi. E' un ambiente studiato per stimolare la socializzazione tra bambini, utilizzando attività ludiche specifiche per ogni fascia di età, in un clima sereno, curato e spazioso, tutto a misura di bambino. Lo staff educativo, altamente specializzato, aiuta i bimbi ad affinare la capacità di autonomia e di gestione del mondo che li circonda. La nostra struttura è un luogo nel quale il bambino impara a valorizzare le proprie caratteristiche personali, a potenziare le proprie capacità affettive e cognitive e a comunicare con gli altri rispettandoli. L'asilo dispone di cucina interna fresca. Offre supporto psico-pediatrico gratuito e assistenza qualificata per bambini portatori di handicap. Inoltre, organizza feste di compleanno. E' anche centro estivo per bambini non iscritti.

Tratto dal sito:
http://www.paginegialle.it/asilonelpaesedellemeraviglie


E intanto la violenza continua grazie a giornalisti che pensano che la violenza ai bambini sia legittima.
Allora il giornale Il Gazzettino scrisse un articolo che minimizzava la violenza sui bambini, ma di quell’articolo nessuno si è assunto la responsabilità di negare la realtà di sofferenza che i bambini vivevano. Una responsabilità che non consiste solo nella simpatia per le suore aguzzine, ma PER TUTTI I CRIMINI COMMESSI NEI CONFRONTI DELL’INFANZIA DA QUANDO QUEL CRIMINALE IN CROCE HA VERSATO IL SUO ODIO SULLA SOCIETA’ CIVILE! Come disse Pietro Calogero, Carlo Mastelloni, Palombarini, Michele Dalla Costa, Ugolini Rita, Ferrari, Pisani, Fojadelli, Casson, ecc. ecc.
L’odio che seminò allora il giornale Il Gazzettino col suo articolo che negava la realtà inducendo al sospetto che i bambini avessero mentito, complice, è stato sbugiardato dalla sentenza della Corte d’Appello di Venezia dimostrando un uso del giornalismo per far violenza ai minori (al di là del ruolo che ricopre nella banda come disse Carlo Mastelloni, Pietro Calogero, Michele Dalla Costa, Ugolini Rita e quiant’altri).
Riporto dall'articolo:

Sberle e punture di matite ai bambini: condannate due suore di un asilo bellunese
La Corte d'Appello ribalta la precedente assoluzione: le religiose dell'istituto Sanguinazzi di Feltre abusarono dei mezzi di correzione maltrattando i piccoli

di Cristian Arboit

FELTRE. La Corte d’Appello di Venezia ribalta la sentenza di primo grado con la quale erano state assolte le suore dell’asilo Sanguinazzi di Feltre, in provincia di Belluno. Due consorelle sono state infatti condannate per abuso dei mezzi di correzione. Una vicenda giudiziaria durata tre anni e mezzo, finita in primo grado con una sentenza di assoluzione e una città spaccata in due, divisa equamente tra “innocentisti” e “ colpevolisti”. Ora la Corte d’Appello di Venezia rovescia il provvedimento di primo grado emesso dal tribunale di Belluno e che aveva di fatto schiarito i cieli sopra l’asilo, già alle prese con difficoltà finanziarie. Due delle cinque suore accusate all’inizio della vicenda di maltrattamenti nei confronti dei bambini della struttura sono state condannate per abuso dei mezzi di correzione a sei mesi di reclusione con sospensione condizionale della pena e a tremila euro di risarcimento per ciascuna delle cinque parti civili. Troppi scapaccioni sono volati all’interno dell’asilo. Troppe mani che a quanto pare non sono rimaste al loro posto nei confronti dei piccoli ospiti. Secondo i giudizi veneziani, qualcosa al Sanguinazzi è successo e l’accusa dei genitori non era del tutto infondata. Il giudice del secondo grado ha rivisto in particolare le due posizioni più delicate, quella di suor Fidenzia (Ivone Camilot, 68 anni) e suor Umberta (Maria Finotti, 69 anni), indicate dai bambini e dai rispettivi familiari come le più manesche del gruppo. Non a caso, le loro stesse colleghe avevano ammesso in aula a Belluno di aver spesso usato l’espressione “Ti mando da suor Fidenzia” rivolgendosi ai bambini che non obbedivano. Una sorta di minaccia utilizzata verso gli ospiti più vivaci per convincerli a stare buoni. Sempre a suor Fidenzia si contestava di aver strappato una ciocca di capelli a una bambina, episodio di cui una super-testimone non si era però ricordata in aula. A entrambe si contestavano schiaffi e punture sulle mani con l’uso di matite.

Il tribunale di Belluno nel dicembre del 2007 aveva sostenuto come mancasse la continuità di tali atti, e quindi si potesse configurare l’assenza di maltrattamenti strettamente intesi. In altri casi poi mancava la querela dei genitori, fatto che ha influito non poco nel risultato del procedimento di fronte al giudice di Belluno. Di diverso avviso il tribunale di Venezia che le ha condannate per un reato meno grave, ovvero l’abuso di mezzi di correzione, reato per il quale è prevista una pena fino ai sei mesi. Sono state invece assolte suor Yolanda (Yolanda Caerlag, di origini filippine), suor Clotilde (Rosa Barile) e suor Gemma (Maria Alumbro), per le quali lo stesso pubblico ministero di Belluno, Roberta Gallego, aveva chiesto l’assoluzione. I difensori delle due suore ora sono pronti a ricorrere in Cassazione contro questo ribaltamento della sentenza

Tratto da:
http://corrierealpi.gelocal.it/cronaca/2010/02/03/news/sberle-e-punture-di-matite-ai-bambini-condannate-due-suore-di-un-asilo-bellunese-1848071

Non so che cosa deciderà la Corte di Cassazione, ma a me la verità giudiziaria interessa relativamente. Io so che gli asili, i nidi, le galere, i centri di accoglienza, i centri per intossicati, i centri di espulsione, ecc. sono dei lager in cui mancano controlli della magistratura e quando la magistratura interviene, troppo spesso manifesta atteggiamenti di complicità con i torturatori (vedi il Tribunale si sorveglianza di Venezia che favorì atti illegali per effettuare sequestri di persona segnalati al Consiglio Superiore della Magistratura che ha preferito pulircisi il culo) o vedi l’Istituto per Sordomuti Provolo di Verona.
Troppi aguzzini hanno troppi appoggi Istituzionali (come i vescovi e i loro complici politici) per accettare le loro giustificazioni senza prove adeguate: l’istituzione, a differenza del cittadino, deve provare la sua innocenza quando è accusata di crimini da parte dei cittadini!
Di fronte ai cittadini l’Istituzione è sempre colpevole. Poi, può subentrare l’autorità giudiziaria, ma questo è un’altra cosa.

11 novembre 2010
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo
P.le Parmesan, 8
30175 – Marghera Venezia
Tel. 3277862784
e-mail claudiosimeoni@libero.it

Corte di Cassazione sentenza 39618/10: la leggittimità sull'uso di epiteti che la violenza cristiana chiama insulti.


Siamo nel 2010 e ancora non si è soggettivata la filosofia di Francesco Bacone e le sue osservazioni sugli “idola”. Siamo ancora al significato morale dei cristiani, del verbo, con cui vengono perseguitati tutti quei cittadini che esprimono il loro dissenso con parole a cui, chi subisce la critica per le sue azioni o per le sue scelte, reagisce per magistratura.
Ancora una volta la Corte di Cassazione deve intervenire per precisare che l’uso di epiteti formalmente offensivi non sono assolutamente offensivi, ma diventano offensivi solo quando sono gratuiti e rivolti alla denigrazione della persona, non alla censura di atti o di esternazioni della persona.
Questo concetto ideologico del dio padrone, imposto ai bambini con la violenza che li costringe in ginocchio davanti al crocifisso, è duro a morire specialmente nelle relazioni interpersonali.
Così deve intervenire la Corte di Cassazione su una questione che non avrebbe nemmeno essere presa in considerazione. Ma, tant’è che sempre qualcuno che si sente dio, qualunque cosa faccia. Tipo il “Fatti processare buffone!” che si sentiva tanto un dio padrone al di fuori e al di sopra delle leggi.
Purtroppo i cittadini devono fare i conti con questi modi onnipotenti di porsi e ne pagano le conseguenze quando l’onnipotente di turno ha denaro per ricorrere per magistratura e può vessare il più debole.
Una società civile che vive sotto ricatto nella manifestazione e nell’esternazione del proprio pensiero.
Poi arriva la Cassazione che, a quanto leggo, riporta la questione nei binari della legittimità, ma per arrivare alla Cassazione serve denaro e avvocati che spesso, quando le questioni sono questioni di principio e dovrebbero opporsi al “potente” di turno o alla “giornalista diffamatrice di turno” preferiscono scappare e glissare dimostrando l’esistenza sul territorio di relazioni di stile mafioso che nulla hanno a che vedere con la legge, ma con i comportamenti imposti dal crocifisso e dall’orrore inumano cristiano.
Voglio solo far notare come l'articolista del Sole 24 ore ignora, nel suo articolo, l'articolo 3 della Costituzione della Repubblica e fa passare l'uso di epiteti astrattamente offensivi come un privilegio degli avvocati, mentre ciò va esteso ad ogni cittadino che giudica gli atti dell'amministrazione o di altre persone che percepisce come lesivi ed offensivi sia per sé che per l'ambiente in cui vive.
Riporto l’articolo sulla sentenza dal Sole 24 ore:




L'avvocato può dare dello spione e del ruffiano alla controparte se l'insulto è funzionale all'arringa
di Patrizia Maciocchi
10 novembre 2010








L'avvocato può dare dello spione e del ruffiano alla controparte se l'insulto è funzionale alla sua arringa. La Corte di cassazione con la sentenza 39618/10 fa scattare il semaforo verde agli epiteti anche offensivi contenuti nelle memorie difensive purché siano inerenti all'oggetto della causa e usati in senso figurato e non letterale. Il ricorrente è stato così costretto a subire la definizione di spione e ruffiano scritta nelle «note autorizzate» che, una volta depositate in cancelleria diventano pubbliche. Una "visibilità" indicata come aggravante della diffamazione dal ricorrente che si riteneva offeso in particolare dalla una definizione di ruffiano usata normalmente per indicare chi sfrutta la prostituzione. Un'interpretazione con la quale non si sono trovati d'accordo gli ermellini, che sottolineano come la parola sia stata usata dall'avvocato nei suoi scritti difensivi in senso figurato per indicare "una persona che cerca di conquistarsi il favore altrui con l'adulazione o con atteggiamento di ostentata sottomissione". Il termine spione era stato invece "guadagnato" dal ricorrente per aver avvertito i vicini della parte avversa che questo aveva aperto una servitù nel terreno confinante. La suprema Corte, salva l'avvocato dalla condanna riconoscendogli l'esimente prevista dall'articolo 598 del codice penale in favore dei legali che "condiscono" gli scritti o i discorsi - indirizzati o pronunciati davanti alle autorità giudiziarie o amministrative – con parole un po' colorite quando queste riguardano l'oggetto del ricorso. Spetta poi al giudice se lo ritiene opportuno ordinarne la cancellazione.
Tratto da:
http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2010-11-10/lavvocato-dare-spione-ruffiano-184340.shtml?uuid=AYxgFfiC



Anche le foto della sentenza della Corte di Cassazione che riporto a coronamento dell’articolo, dimostrano come le parole, astrattamente offensive, non si possono censurare se non nel significato che quelle parole assumono nei confronti di una specifica persona e non si possono censurare quando queste rappresentano una critica a dei comportamenti o a delle prese di posizione che possono risultare offensive sia nei confronti delle persone che nei confronti della società civile. Inoltre, le parole vanno interpretate non solo dal punto di vista del significato percepito dall’offeso, ma nel significato e nel senso che chi le ha pronunciate intendeva. E in questo caso, troppo spesso, intervengono i danni dell’interpretazione che ne da il singolo magistrato. Una cosa è il magistrato che si genuflette davanti al crocifisso e che vive del delirio di onnipotenza del dio padrone che giudica e un altro conto è il magistrato che vive nella società civile e che di questa si sente parte integrante come richiesto dalla Costituzione della Repubblica Italiana.


11 novembre 2010
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo
P.le Parmesan, 8
30175 – Marghera Venezia
Tel. 3277862784
e-mail claudiosimeoni@libero.it

sabato 6 novembre 2010

Corte Costituzionale sentenza 310 del 2010, sull'arbitrarietà della pubblica amministrazione nella chiusura delle imprese economiche.

Sostiene la Corte Costituzionale con la sentenza N. 310 del 2010 che:

“Inoltre, ad avviso del Collegio, la questione non sarebbe manifestamente infondata. Infatti, l’obbligo di motivare i provvedimenti amministrativi – di cui all’art. 3, comma 1, della legge n. 241 del 1990 – costituirebbe un principio generale, attuativo sia dei canoni d’imparzialità e di buon andamento della pubblica amministrazione, ai sensi dell’art. 97 Cost., sia di altri interessi costituzionalmente protetti, come il diritto di difesa contro gli atti della stessa pubblica amministrazione, ai sensi degli artt. 24 e 113 Cost. Di più, il suddetto obbligo sarebbe principio del patrimonio costituzionale comune dei Paesi europei, desumibile dall’art. 253 del Trattato sull’Unione europea (oggi art. 296, comma 2, del Trattato di Lisbona sul funzionamento dell’Unione europea, ratificato dall’Italia con legge 2 agosto 2008, n.130, ed entrato in vigore il 1° dicembre 2009), che lo estende addirittura agli atti normativi. “

La questione non è di poco conto. In una monarchia l’amministrazione può assumere provvedimenti senza giustificarsi davanti ai sudditi, in una democrazia l’amministrazione è subordinata ai cittadini ai quali deve motivare le sue azioni.
Purtroppo questo non sempre avviene dato il carattere ecclesiastico con cui molte amministrazioni si presentano ai cittadini pretendendo che questi si mattino in ginocchio davanti al crocifisso. Da un lato la Corte Costituzionale tenta di riaffermare i principi della Costituzione e dall’altro le Pubbliche amministrazioni continuano a mettere in atto dei veri e propri attentati terroristici nei confronti dei cittadini al fine di impedire loro di fruire dei diritti Costituzionali. Non si tratta di “violazioni alla Costituzione” fatte dal Parlamento o da chi è delegato dal Parlamento. Si tratta di atti di terrorismo che danneggiano grandemente la vita delle persone menomandone la fiducia nelle Istituzioni della Repubblica. L’atto di terrorismo, che la Corte Costituzionale censura con la sentenza 310 del 2010, è la violenza con cui si è impedito a questo “imprenditore” di lavorare sparandogli letteralmente nella sua attività mediante l’ordine di chiusura e costringendolo a sborsare denaro e tempo per ricorrere al TAR e far cessare l’atto di terrorismo che, in quel momento era in atto contro di lui.
Giustamente il TAR è ricorso alla Corte Costituzionale perché l’arbitrarietà della norma imposta illegalmente dal Parlamento costituiva un atto di terrorismo nei confronti dei cittadini. Un atto di terrorismo che va addirittura a violare il Trattato di Lisbona che costituisce la Costituzione di tutte le Costituzioni Europee.
Date le sei televisioni di Silvio Berlusconi, viene impedito ai cittadini di considerare come atti di terrorismo le violazioni delle leggi imposte dal Parlamento o dal Governo in quanto viene fatto credere che il Parlamento sia, come in monarchia, sovrano al di fuori e al di là della legge. Il Parlamento è sovrano solo all’interno della Costituzione. Quando legifera violando la Costituzione, mette in atto un atto di terrorismo nei confronti dei cittadini. Un atto di terrorismo supportato da organizzazioni criminali armate come al Polizia di Stato o i Carabinieri che, applicando norme di legge illegali, di fatto cessano di essere Istituzioni per trasformarsi in organizzazioni criminali. Ed è ciò che sta avvenendo troppo spesso con questo governo che sta tentando, con leggi a maggioranza, di trasformare lo Stato democratico in Stato fascista.
La Costituzione è L’IMPOSIZIONE dei limiti che i cittadini fanno al Parlamento entro i quali il Parlamento, per essere un’organizzazione legale e un’Istituzione, deve assolutamente attenersi per non essere considerato un’organizzazione criminale. Se il Parlamento viola quei limiti, non è importante se è stato eletto, è un’organizzazione criminale perché la sua elezione e la sua azione è circoscritta dalle norme Costituzionali: e questo, né Maroni, né Berlusconi, né la maggior parte delle Istituzioni hanno capito o, forse, meglio, fingono di non capire per costruire lo Stato fascista.
Riporto la sentenza integralmente:


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06 novembre 2010
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo
P.le Parmesan, 8
30175 – Marghera Venezia
Tel. 3277862784
e-mail claudiosimeoni@libero.it






SENTENZA N. 310
ANNO 2010
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE
composta dai signori: Presidente: Francesco AMIRANTE; Giudici : Ugo DE SIERVO, Paolo MADDALENA, Alfio FINOCCHIARO, Alfonso QUARANTA, Franco GALLO, Luigi MAZZELLA, Gaetano SILVESTRI, Sabino CASSESE, Giuseppe TESAURO, Paolo Maria NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO, Alessandro CRISCUOLO, Paolo GROSSI,
ha pronunciato la seguente



SENTENZA



nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 14, comma 1, del decreto legislativo del 9 aprile 2008, n. 81 (Attuazione dell’art. 1 della legge 3 agosto 2007, n. 123, in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro), promosso dal Tribunale amministrativo regionale per la Liguria nel procedimento vertente tra la Pizzeria P., ditta individuale di C. D., e il Ministero del lavoro e della previdenza sociale con ordinanza del 13 maggio 2009, iscritta al n. 204 del registro ordinanze 2009 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 34, prima serie speciale, dell’anno 2009.
Visti l’atto di costituzione della Pizzeria P., ditta individuale di C. D., nonché l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;
udito nell’udienza pubblica del 6 ottobre 2010 il Giudice relatore Alessandro Criscuolo;
udito l’avvocato dello Stato Gabriella Palmieri per il Presidente del Consiglio dei ministri.

Ritenuto in fatto
1. — Il Tribunale amministrativo regionale per la Liguria (d’ora in avanti, T.A.R.), con l’ordinanza indicata in epigrafe, ha sollevato, in riferimento agli articoli 97, primo comma, 24 e 113 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’articolo 14, comma 1, del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 (Attuazione dell’art. 1 della legge 3 agosto 2007, n. 123, in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro), «nella parte in cui prevede che “ai provvedimenti del presente articolo non si applicano le disposizioni di cui alla legge 7 agosto 1990, n. 241” e, segnatamente, nella parte in cui esclude l’applicazione ai provvedimenti de quibus dell’art. 3 comma 1 della legge 7 agosto 1990, n. 241».
2. — Il rimettente riferisce che, con ricorso notificato il 27 maggio 2008, C. D., titolare di una ditta individuale per la produzione e il recapito di pizze da asporto, ha impugnato un provvedimento con il quale il Servizio ispezione del lavoro della Direzione provinciale del lavoro di Genova, in seguito a una visita ispettiva presso i locali dell’impresa, aveva disposto, ai sensi dell’art. 14, comma 1, del citato d.lgs., la sospensione dell’attività imprenditoriale, avendo accertato l’impiego di due fattorini addetti al recapito delle pizze da asporto (pari al 66 per cento del totale dei lavoratori presenti sul posto di lavoro), non risultanti dalle scritture o da altra documentazione obbligatoria.
Il giudice a quo, dopo aver riassunto i motivi del ricorso (violazione degli artt. 3 e 24 Cost., in relazione all’art. 3 della legge 7 agosto 1990, n. 241 – recante «Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi» – e all’art. 14 d.lgs. n. 81 del 2008 e connesso eccesso di potere per omessa motivazione; eccesso di potere per omessa motivazione, per contraddittorietà e per manifesta ingiustizia), prosegue osservando che, come esposto dal titolare della ditta, sarebbero stati esibiti agli ispettori del lavoro copie dei contratti di collaborazione autonoma e occasionale conclusi con i due fattorini (circostanza risultante dal verbale di accesso ispettivo). Ad onta di ciò il provvedimento di sospensione, avente conseguenze gravissime sulla vita di una piccola impresa come quella ricorrente, sarebbe stato adottato in totale assenza di motivazione, benché questa fosse necessaria avuto riguardo al carattere discrezionale del provvedimento ed alla volontà manifestata dalle parti in ordine all’inesistenza del vincolo di subordinazione.
Il T.A.R. precisa di avere accolto l’istanza diretta ad ottenere la sospensione dell’esecuzione del provvedimento impugnato e di aver poi trattenuto la causa per la decisione. Argomenta sulla rilevanza della questione di legittimità costituzionale, sottolineando che l’obbligo generale di motivazione degli atti amministrativi fu introdotto nel vigente ordinamento dall’art. 3, comma 1, della legge n. 241 del 1990, sicché, mentre prima di detta legge il difetto di motivazione integrava una figura sintomatica di eccesso di potere, oggi configura il vizio di violazione di legge.
La disposizione censurata, statuendo che «ai provvedimenti del presente articolo non si applicano le disposizioni di cui alla legge 7 agosto 1990, n. 241», verrebbe a sottrarre i provvedimenti di sospensione dell’attività imprenditoriale all’obbligo generale di motivazione. Pertanto essa, dovendo trovare applicazione nella fattispecie, impedirebbe al tribunale di conoscere della relativa censura. D’altro canto, il dedotto difetto di motivazione non potrebbe neppure essere valutato sotto il profilo dell’eccesso di potere, perché la norma censurata escluderebbe in modo espresso il relativo obbligo, la cui mancanza, dunque, non potrebbe costituire sintomo del detto vizio.
Inoltre, ad avviso del Collegio, la questione non sarebbe manifestamente infondata. Infatti, l’obbligo di motivare i provvedimenti amministrativi – di cui all’art. 3, comma 1, della legge n. 241 del 1990 – costituirebbe un principio generale, attuativo sia dei canoni d’imparzialità e di buon andamento della pubblica amministrazione, ai sensi dell’art. 97 Cost., sia di altri interessi costituzionalmente protetti, come il diritto di difesa contro gli atti della stessa pubblica amministrazione, ai sensi degli artt. 24 e 113 Cost. Di più, il suddetto obbligo sarebbe principio del patrimonio costituzionale comune dei Paesi europei, desumibile dall’art. 253 del Trattato sull’Unione europea (oggi art. 296, comma 2, del Trattato di Lisbona sul funzionamento dell’Unione europea, ratificato dall’Italia con legge 2 agosto 2008, n.130, ed entrato in vigore il 1° dicembre 2009), che lo estende addirittura agli atti normativi.
I principi d’imparzialità e di buon andamento, di cui all’art. 97 Cost., esigerebbero dunque che, quando l’interesse pubblico si fronteggia con un interesse privato, l’amministrazione debba dare conto, attraverso la motivazione, di aver ponderato gli interessi in conflitto. In altri termini, in caso di provvedimenti discrezionali, «la motivazione costituisce lo strumento principe a mezzo del quale effettuare il controllo di legittimità dell’atto, consentendo al giudice il sindacato sull’iter logico seguito dall’autorità amministrativa e sul ricorrere dei presupposti del potere in concreto esercitato».
In questo quadro, l’esclusione degli obblighi di motivazione per i provvedimenti di sospensione dell’attività imprenditoriale si porrebbe anche in contrasto con gli artt. 24 e 113 Cost., in quanto limiterebbe la tutela giurisdizionale contro gli atti della pubblica amministrazione.
3. — La parte privata si è costituita nel giudizio di legittimità costituzionale, insistendo per la declaratoria di illegittimità della norma censurata.
Essa, nel condividere le argomentazioni del giudice a quo, sottolinea come la motivazione sia canone fondamentale del diritto non soltanto italiano ma anche europeo, consentendo la trasparenza dell’azione amministrativa, la verifica sulla legittimità del provvedimento e l’esercizio di una concreta tutela giurisdizionale.
L’eliminazione del relativo obbligo, dunque, renderebbe non controllabile la detta azione, legittimando l’arbitrio. Al riguardo, è richiamata l’opinione della dottrina che, ben prima della legge n. 241 del 1990, avrebbe individuato negli artt. 24, 97 e 113 Cost. il fondamento di tale obbligo.
La parte privata ritiene che ai profili sollevati dal T.A.R. andrebbe aggiunta la violazione dell’art. 3 Cost. sotto l’aspetto dell’ingiustificata disparità di trattamento tra tipologie di sanzione. Infatti, l’art. 14 del d.lgs. n. 81 del 2008 costituirebbe un unicum nel vigente ordinamento, nel quale tutte le fattispecie sanzionatorie dovrebbero essere motivate.
Inoltre, andrebbero considerate le gravi conseguenze del provvedimento, caratterizzato da ampi spazi di discrezionalità, tali da impedire ogni difesa, come emergerebbe anche dalle condizioni richieste per ottenerne la revoca. Infine la norma, così come formulata, sarebbe diretta a colpire in primis gli esercizi molto piccoli, in quanto le imprese di medie o grandi dimensioni ben difficilmente potrebbero subire contestazioni tali da riguardare il 20 per cento dell’organico.
4. — Il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto nel giudizio di legittimità costituzionale, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o infondata.
La difesa dello Stato rileva che la normativa censurata, al fine di contrastare il lavoro irregolare e di assicurare il rispetto delle regole di prevenzione nei luoghi di lavoro, disciplina il procedimento per l’adozione della misura cautelare che dispone la sospensione dell’attività imprenditoriale, da porre in essere in presenza di determinati presupposti e di condizioni di effettivo rischio e pericolo, certificati nel verbale redatto dagli ispettori del lavoro, fatta salva l’applicazione delle sanzioni penali e amministrative vigenti.
La procedura sarebbe diretta al rispetto delle esigenze di celerità e di non aggravamento del procedimento, con prevalenza dell’interesse pubblico primario tutelato dall’art. 97 Cost., avuto riguardo alla particolare finalità della disposizione, per la quale si sarebbe reso necessario escludere l’applicabilità della legge n. 241 del 1990 allo scopo di evitare che il provvedimento di sospensione sia adottato soltanto all’esito del procedimento sanzionatorio.
Ad avviso dell’interveniente, peraltro, un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 14, comma 1, del d.lgs. n. 81 del 2008, imporrebbe di ritenere che la norma, nella parte in cui esclude l’applicazione della legge n. 241 del 1990, faccia salvo l’obbligo di motivazione del provvedimento di sospensione, perché questo è imposto direttamente dalle norme costituzionali, a garanzia del diritto del privato di agire in giudizio a tutela delle situazioni giuridiche ritenute lese da provvedimenti amministrativi.
Il detto obbligo, infatti, discenderebbe dagli artt. 24, 97 e 113 Cost., mentre la mancanza di motivazione avrebbe configurato una figura sintomatica di eccesso di potere prima ancora che fosse introdotto l’art. 3 della citata legge.
Sotto tale aspetto, la disposizione censurata non violerebbe i principi costituzionali invocati dal rimettente, in quanto «il richiamo ai presupposti di legge accertati nel verbale ispettivo costituisce un momento del procedimento amministrativo su cui si fonda, sotto il profilo sostanziale, la legittimità del provvedimento di sospensione dell’attività imprenditoriale».

Considerato in diritto
1. — Il Tribunale amministrativo regionale per la Liguria (d’ora in avanti, T.A.R.), con l’ordinanza indicata in epigrafe, dubita della legittimità costituzionale – in riferimento agli articoli 97, primo comma, 24 e 113 della Costituzione – dell’art. 14, comma 1, del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 (Attuazione dell’art. 1 della legge 3 agosto 2007, n. 123, in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro), nella parte in cui prevede che «ai provvedimenti del presente articolo non si applicano le disposizioni di cui alla legge 7 agosto 1990, n. 241» e, segnatamente, nella parte in cui esclude l’applicazione ai provvedimenti de quibus dell’art. 3, comma 1, della legge ora citata (Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi), concernente l’obbligo di motivazione dei provvedimenti amministrativi.
2. — Il rimettente è chiamato a pronunciare in un giudizio amministrativo promosso dal titolare di una ditta individuale, avente ad oggetto la produzione e la vendita di pizze da asporto, nei confronti del Ministero del lavoro e della previdenza sociale per l’annullamento di un provvedimento, adottato dalla Direzione provinciale del lavoro di Genova. Con esso è stata disposta la sospensione dell’attività imprenditoriale, essendo risultato l’impiego di due fattorini addetti al recapito delle pizze (pari al 66 per cento del totale dei lavoratori presenti sul posto di lavoro), non emergenti dalle scritture o da altra documentazione obbligatoria. Il giudice a quo ritiene che la norma censurata, in forza della quale il provvedimento di sospensione è stato emesso, sia in contrasto con i parametri costituzionali dianzi indicati, perché l’obbligo di motivazione dei provvedimenti amministrativi, di cui all’art. 3, comma 1, della legge n. 241 del 1990, costituisce un principio generale, che attua i canoni costituzionali di imparzialità e buon andamento dell’amministrazione, ai sensi dell’art. 97 Cost., nonché la tutela del diritto di difesa contro gli atti della pubblica amministrazione, ai sensi degli artt. 24 e 113 Cost.
3. — In via preliminare, si deve rilevare che è impugnato l’art. 14, comma 1, del d.lgs. n. 81 del 2008, nel testo originario (in Gazzetta Ufficiale del 30 aprile 2008, entrato in vigore il 15 maggio 2008). Detta disposizione è stata dapprima modificata dall’art. 41, comma 11, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), convertito con modificazioni dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, e poi sostituita dall’art. 11, comma 1, lettera a), del decreto legislativo 3 agosto 2009, n. 106 (Disposizioni integrative e correttive del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro). Peraltro, con l’ordinanza di rimessione la norma è censurata nella parte in cui dispone che «Ai provvedimenti del presente articolo non si applicano le disposizioni di cui alla legge 7 agosto 1990, n. 241» e, segnatamente, «nella parte in cui esclude l’applicazione ai provvedimenti de quibus dell’art. 3, comma 1, della legge 7 agosto 1990, n. 241, per contrasto con gli artt. 97, comma 1, 24 e 113 Cost.». In tale dettato la disposizione non ha subito modifiche nelle tre versioni suddette. Pertanto, avuto riguardo alla persistenza del medesimo contenuto precettivo recato in parte qua dalle menzionate disposizioni, la questione deve ritenersi trasferita sulla nuova norma, sostitutiva di quella originaria e identica a questa, addirittura nella stessa formulazione letterale (nei giudizi in via incidentale: sentenze n. 270 e n. 84 del 1996; nei giudizi in via principale: sentenze n. 40 del 2010 e n. 237 del 2009).
4. — Ancora in via preliminare, si deve osservare che, per giurisprudenza costante di questa Corte, l’oggetto del giudizio di legittimità costituzionale in via incidentale è limitato alle disposizioni e ai parametri indicati nelle ordinanze di rimessione, non potendo essere considerati, oltre i limiti in queste fissati, ulteriori questioni o profili dedotti dalle parti, eccepiti ma non fatti propri dal giudice a quo oppure diretti ad ampliare o modificare il contenuto delle stesse ordinanze. Ne deriva che sono inammissibili, e non possono formare oggetto di esame in questa sede, le deduzioni della parte privata dirette ad estendere il thema decidendum, non soltanto attraverso l’invocazione di ulteriori parametri costituzionali, ma anche con la denunzia di altre disposizioni rispetto a quella sospettata d’illegittimità costituzionale dal rimettente (ex plurimis: sentenze n. 50 del 2010, n. 311 e n. 236 del 2009).
5. — L’Avvocatura dello Stato ha dedotto l’inammissibilità della questione, ma l’eccezione (peraltro priva di un adeguato apparato argomentativo) non è fondata.
Infatti il T.A.R. ha motivato, sia pure in termini concisi, sulla rilevanza e sulla non manifesta infondatezza, ed ha aggiunto che il dettato normativo conduce ad escludere in modo espresso l’obbligo di motivazione per il provvedimento impugnato nel giudizio a quo, così rendendo palese, in forma implicita ma chiara, di non poter ricercare un’interpretazione costituzionalmente orientata della norma censurata. Si tratta di valutazioni non implausibili, che consentono di dare ingresso alla questione di legittimità costituzionale.
6. — Nel merito, essa è fondata.
6.1. — Si deve premettere che l’art. 3, comma 1, della legge n. 241 del 1990 (e successive modificazioni) stabilisce che «ogni provvedimento amministrativo, compresi quelli concernenti l’organizzazione amministrativa, lo svolgimento dei pubblici concorsi ed il personale, deve essere motivato, salvo che nelle ipotesi previste dal comma 2. La motivazione deve indicare i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno determinato la decisione dell’amministrazione, in relazione alle risultanze dell’istruttoria». Il comma 2, poi, esclude la necessità della motivazione per gli atti normativi e per quelli a contenuto generale.
La norma sancisce ed estende il principio, di origine giurisprudenziale, che in epoca anteriore all’entrata in vigore della legge n. 241 del 1990 aveva già affermato la necessità della motivazione, con particolare riguardo al contenuto degli atti amministrativi discrezionali, nonché al loro grado di lesività rispetto alle situazioni giuridiche dei privati, individuando nella insufficienza o mancanza della motivazione stessa una figura sintomatica di eccesso di potere.
L’obbligo di motivare i provvedimenti amministrativi è diretto a realizzare la conoscibilità, e quindi la trasparenza, dell’azione amministrativa. Esso è radicato negli artt. 97 e 113 Cost., in quanto, da un lato, costituisce corollario dei principi di buon andamento e d’imparzialità dell’amministrazione e, dall’altro, consente al destinatario del provvedimento, che ritenga lesa una propria situazione giuridica, di far valere la relativa tutela giurisdizionale.
6.2. — In questo quadro, la disposizione censurata non è conforme ai parametri costituzionali sopra indicati.
Infatti essa, escludendo in modo espresso l’applicabilità dell’intera legge n. 241 del 1990 ai provvedimenti di sospensione dell’attività imprenditoriale, previsti dall’art. 14, comma 1, del d.lgs. n. 81 del 2008, nel testo sostituito dall’art. 11, comma 1, lettera a), del d.lgs. n. 106 del 2009, rende non applicabile anche a tali provvedimenti l’obbligo di motivazione di cui all’art. 3, comma 1, di detta legge, consentendo così all’organo o ufficio procedente di non indicare «i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno determinato la decisione dell’amministrazione, in relazione alle risultanze dell’istruttoria».
Restano, dunque, elusi i principi di pubblicità e di trasparenza dell’azione amministrativa, pure affermati dall’art. 1, comma 1, della legge n. 241 del 1990, ai quali va riconosciuto il valore di principi generali, diretti ad attuare sia i canoni costituzionali di imparzialità e buon andamento dell’amministrazione (art. 97, primo comma, Cost.), sia la tutela di altri interessi costituzionalmente protetti, come il diritto di difesa nei confronti della stesse amministrazione (artt. 24 e 113 Cost.; sul principio di pubblicità, sentenza n. 104 del 2006, punto 3.2 del Considerato in diritto). E resta altresì vanificata l’esigenza di conoscibilità dell’azione amministrativa, anch’essa intrinseca ai principi di buon andamento e d’imparzialità, esigenza che si realizza proprio attraverso la motivazione, in quanto strumento volto ad esternare le ragioni e il procedimento logico seguiti dall’autorità amministrativa. Il tutto in presenza di provvedimenti non soltanto a carattere discrezionale, ma anche dotati di indubbia lesività per le situazioni giuridiche del soggetto che ne è destinatario.
Né può condividersi l’argomento della difesa dello Stato, secondo cui la previsione normativa sarebbe diretta «al rispetto delle esigenze di celerità e di non aggravamento del procedimento, con prevalenza dell’interesse pubblico primario tutelato dall’art. 97 Cost. in considerazione della particolare finalità della disposizione, per la quale l’esclusione dell’applicabilità della legge n. 241 del 1990 si è resa necessaria per evitare che il provvedimento di sospensione venga adottato solo all’esito del procedimento sanzionatorio».
Invero, la giusta e doverosa finalità di tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori, nonché di contrastare il fenomeno del lavoro sommerso e irregolare, non è in alcun modo compromessa dall’esigenza che l’amministrazione procedente dia conto, con apposita motivazione, dei presupposti di fatto e delle ragioni giuridiche che ne hanno determinato la decisione, con riferimento alle risultanze dell’istruttoria.
Pertanto, deve essere dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 14, comma 1, del d.lgs. n. 81 del 2008, come sostituito dall’art. 11, comma 1, lettera a), del d.lgs. n. 106 del 2009, nella parte in cui, stabilendo che ai provvedimenti di sospensione dell’attività imprenditoriale previsti dalla citata norma non si applicano le disposizioni di cui alla legge 7 agosto 1990, n. 241, esclude l’applicazione ai medesimi provvedimenti dell’art. 3, comma 1, della citata legge n. 241 del 1990.
per questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 14, comma 1, del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 (Attuazione dell’art. 1 della legge 3 agosto 2007, n. 123, in materia di tutela della salute e di sicurezza nei luoghi di lavoro), come sostituito dall’articolo 11, comma 1, lettera a) del decreto legislativo 3 agosto 2009, n. 106 (Disposizioni integrative e correttive del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro), nella parte in cui, stabilendo che ai provvedimenti di sospensione dell’attività imprenditoriale previsti dalla citata norma non si applicano le disposizioni di cui alla legge 7 agosto 1990, n. 241 (Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi), esclude l’applicazione ai medesimi provvedimenti dell’articolo 3, comma 1, della legge n. 241 del 1990.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 2 novembre 2010.
F.to:
Francesco AMIRANTE, Presidente
Alessandro CRISCUOLO, Redattore
Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere
Depositata in Cancelleria il 5 novembre 2010.
Il Direttore della Cancelleria
F.to: DI PAOLA