giovedì 11 novembre 2010

Corte di Cassazione sentenza 39618/10: la leggittimità sull'uso di epiteti che la violenza cristiana chiama insulti.


Siamo nel 2010 e ancora non si è soggettivata la filosofia di Francesco Bacone e le sue osservazioni sugli “idola”. Siamo ancora al significato morale dei cristiani, del verbo, con cui vengono perseguitati tutti quei cittadini che esprimono il loro dissenso con parole a cui, chi subisce la critica per le sue azioni o per le sue scelte, reagisce per magistratura.
Ancora una volta la Corte di Cassazione deve intervenire per precisare che l’uso di epiteti formalmente offensivi non sono assolutamente offensivi, ma diventano offensivi solo quando sono gratuiti e rivolti alla denigrazione della persona, non alla censura di atti o di esternazioni della persona.
Questo concetto ideologico del dio padrone, imposto ai bambini con la violenza che li costringe in ginocchio davanti al crocifisso, è duro a morire specialmente nelle relazioni interpersonali.
Così deve intervenire la Corte di Cassazione su una questione che non avrebbe nemmeno essere presa in considerazione. Ma, tant’è che sempre qualcuno che si sente dio, qualunque cosa faccia. Tipo il “Fatti processare buffone!” che si sentiva tanto un dio padrone al di fuori e al di sopra delle leggi.
Purtroppo i cittadini devono fare i conti con questi modi onnipotenti di porsi e ne pagano le conseguenze quando l’onnipotente di turno ha denaro per ricorrere per magistratura e può vessare il più debole.
Una società civile che vive sotto ricatto nella manifestazione e nell’esternazione del proprio pensiero.
Poi arriva la Cassazione che, a quanto leggo, riporta la questione nei binari della legittimità, ma per arrivare alla Cassazione serve denaro e avvocati che spesso, quando le questioni sono questioni di principio e dovrebbero opporsi al “potente” di turno o alla “giornalista diffamatrice di turno” preferiscono scappare e glissare dimostrando l’esistenza sul territorio di relazioni di stile mafioso che nulla hanno a che vedere con la legge, ma con i comportamenti imposti dal crocifisso e dall’orrore inumano cristiano.
Voglio solo far notare come l'articolista del Sole 24 ore ignora, nel suo articolo, l'articolo 3 della Costituzione della Repubblica e fa passare l'uso di epiteti astrattamente offensivi come un privilegio degli avvocati, mentre ciò va esteso ad ogni cittadino che giudica gli atti dell'amministrazione o di altre persone che percepisce come lesivi ed offensivi sia per sé che per l'ambiente in cui vive.
Riporto l’articolo sulla sentenza dal Sole 24 ore:




L'avvocato può dare dello spione e del ruffiano alla controparte se l'insulto è funzionale all'arringa
di Patrizia Maciocchi
10 novembre 2010








L'avvocato può dare dello spione e del ruffiano alla controparte se l'insulto è funzionale alla sua arringa. La Corte di cassazione con la sentenza 39618/10 fa scattare il semaforo verde agli epiteti anche offensivi contenuti nelle memorie difensive purché siano inerenti all'oggetto della causa e usati in senso figurato e non letterale. Il ricorrente è stato così costretto a subire la definizione di spione e ruffiano scritta nelle «note autorizzate» che, una volta depositate in cancelleria diventano pubbliche. Una "visibilità" indicata come aggravante della diffamazione dal ricorrente che si riteneva offeso in particolare dalla una definizione di ruffiano usata normalmente per indicare chi sfrutta la prostituzione. Un'interpretazione con la quale non si sono trovati d'accordo gli ermellini, che sottolineano come la parola sia stata usata dall'avvocato nei suoi scritti difensivi in senso figurato per indicare "una persona che cerca di conquistarsi il favore altrui con l'adulazione o con atteggiamento di ostentata sottomissione". Il termine spione era stato invece "guadagnato" dal ricorrente per aver avvertito i vicini della parte avversa che questo aveva aperto una servitù nel terreno confinante. La suprema Corte, salva l'avvocato dalla condanna riconoscendogli l'esimente prevista dall'articolo 598 del codice penale in favore dei legali che "condiscono" gli scritti o i discorsi - indirizzati o pronunciati davanti alle autorità giudiziarie o amministrative – con parole un po' colorite quando queste riguardano l'oggetto del ricorso. Spetta poi al giudice se lo ritiene opportuno ordinarne la cancellazione.
Tratto da:
http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2010-11-10/lavvocato-dare-spione-ruffiano-184340.shtml?uuid=AYxgFfiC



Anche le foto della sentenza della Corte di Cassazione che riporto a coronamento dell’articolo, dimostrano come le parole, astrattamente offensive, non si possono censurare se non nel significato che quelle parole assumono nei confronti di una specifica persona e non si possono censurare quando queste rappresentano una critica a dei comportamenti o a delle prese di posizione che possono risultare offensive sia nei confronti delle persone che nei confronti della società civile. Inoltre, le parole vanno interpretate non solo dal punto di vista del significato percepito dall’offeso, ma nel significato e nel senso che chi le ha pronunciate intendeva. E in questo caso, troppo spesso, intervengono i danni dell’interpretazione che ne da il singolo magistrato. Una cosa è il magistrato che si genuflette davanti al crocifisso e che vive del delirio di onnipotenza del dio padrone che giudica e un altro conto è il magistrato che vive nella società civile e che di questa si sente parte integrante come richiesto dalla Costituzione della Repubblica Italiana.


11 novembre 2010
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo
P.le Parmesan, 8
30175 – Marghera Venezia
Tel. 3277862784
e-mail claudiosimeoni@libero.it

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