sabato 5 marzo 2011

Corte di Cassazione sentenza n. 680/2011: le amministrazioni non posono rapinare i cittadini!


E’ possibile che debba intervenire la Corte di Cassazione per imporre alle amministrazioni comunali, provinciali e regionali dei comportamenti legali?
Perché regioni, provincie e comuni continuano a violare le leggi?
Perché comuni, provincie e regioni continuano a mettere in atto azioni il cui fine è la rapina dei cittadini?
Non hanno soldi?
Li debbono pretendere dallo Stato, dall’amministrazione centrale. la messa in atto di azioni delittuose da parte di comuni, provincie e regioni per spillare soldi ai cittadini sono veri e propri atti di terrorismo e come tali andrebbero puniti.
Con la sentenza n. 680 del 13 gennaio 2011 la Corte di cassazione assolve un cittadino che immettendosi in una strada provinciale non poteva vedere il cartello che segnalava la presenza di un’apparecchiatura elettronica autovelox in quanto l’autovelox non era adeguatamente segnalato.

Afferma la Corte di Cassazione nella sentenza n. 680/2011:

“Manifestamente fondate sono invece le censure contenute nei successivi due motivi, considerato che l'opponente nel ricorso introduttivo aveva espressamente dedotto e, non solo ipotizzato (come opina il giudice di appello), di essersi immesso sulla strada statale da una provinciale (la "(----)") e di non aver incontrato alcun cartello segnalante la successiva presenza dell'autovelox. In siffatto contesto non sarebbe stato, dunque, sufficiente accertare l'esistenza di un unico e qualsiasi cartello premonitore sulla strada statale, essendo necessario invece verificarne, in coerenza alle finalità perseguite dalla disposizione di cui all'art. 4 cit. D.L., perché l'avvertimento potesse ritenersi effettivo (come poi confermato dal D.M. 15 agosto 2007, art. 2), la presenza specifica ed a congrua distanza in, la suddetta intersezione e la successiva postazione fissa di rilevazione della velocità, il relativo onere probatorio, in mancanza di attestazione fidefacente al riguardo contenuta nel verbale, incombeva sull'amministrazione opposta, trattandosi di una condizione di legittimità della pretesa sanzionatoria.”

Non sono io cittadino che devo dimostrare la mia innocenza, ma è l’amministrazione comunale, provinciale o regionale che devono dimostrare la loro legittimità nell’esecuzione del quel provvedimento.
La trasparenza degli atti amministrativi prevede che l’amministratore non metta in atto delle azioni criminali giocando sulla sua conoscenza delle norme contro dei cittadini che, per un motivo o per un altro, non sono a conoscenza di tali norme.
Amministrazioni comunali, occupate da individui pavidi e spesso servili, anziché pretendere dallo Stato quanto serve per una corretta amministrazione, preferiscono sciacallare con sanzioni i cittadini con vere e proprie azioni di rapina.
Gli autovelox stanno spuntando come funghi ad ogni angolo di strada e i cittadini che sono costretti a viaggiare sono le vittime inconsapevoli di questi atti di rapina. Perché non si impone ai costruttori di automobili il divieto di costruire automobili che superino certi limiti di velocità? Perché se lo Stato lo facesse limiterebbe le possibilità dei cittadini di cadere in quelle trappole che permette allo Stato di giustificare la sua attività di rapina: come per le lotterie e i giochi d’azzardo. Per i liquori e le droghe: lo stato perseguita il singolo individuo, ma favorisce massicciamente la diffusione dell’alcool e delle droghe. Persegue penalmente delitti di cui egli favorisce la commissione.

E’ il sintomo di una società malata in cui la Corte di Cassazione tenta di mettere ordine definendo i comportamenti e riportandoli nell’ambito della legalità Costituzionale.
Dopo il ventennio fascista l’Italia ha vissuto la ferocia del ventennio democristiano e craxiano e ora vive il ventennio berlusconiano e piduista. Tutti e tre i ventenni furono caratterizzati dalla violenza istituzionale contro la Costituzione nata come reazione al ventennio fascista e violentata da democristiani e dai piduisti di Silvio Berlusconi.
Sarà necessaria un’altro Piazzale Loreto per ripristinare la legalità Costituzionale?
Puoddarsi, intanto, comunque, la Corte di Cassazione e la Corte Costituzionale, fra mille difficoltà e mille contraddizioni, stanno tentando di definire un ordine sociale più coerente rispetto ai dettami Costituzionali e questa dell’autovelox è un’altra scelta coraggiosa.
Riporto in calce per intero la sentenza.


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05 marzo 2011
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo
P.le Parmesan, 8
30175 – Marghera Venezia
Tel. 3277862784
e-mail claudiosimeoni@libero.it




SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
SEZIONE VI CIVILE

Ordinanza 13 gennaio 2011, n. 680

Svolgimento del processo - Motivi della decisione




Il consigliere designato per l'esame preliminare depositava la relazione, in data 9.6.10, ex art. 380 bis c.p.c. che di seguito si trascrive.

PREMESSO:

che l'impugnazione ha per oggetto una sentenza che, in riforma di quella di primo grado emessa dal locale Giudice di Pace, in accoglimento del gravame proposto dal sopraindicato Comune, ha rigettato l'opposizione ex art. 204 bis C.d.S. in rel. L. n. 689 del 1981, art. 22, avverso un verbale di contestazione dell'illecito amministrativo di cui all'art. 142 cit. cod., comma 8 accertato mediante apparecchiatura elettronica autovelox, tra l'altro e segnatamente ritenendo che la mancata indicazione nel verbale della presenza del cartello di preventiva informazione della presenza dell'apparecchio (che sarebbe stata accertata mediante sopralluogo dal primo giudice) non incidesse sulla validità della contestazione e che, peraltro, nel caso di specie, l'opponente non avesse indicato, ancor prima di "provare il suo percorso", il "tracciato" di provenienza, in funzione della dedotta assenza del cartello informativo sul tratto di strada concretamente impegnato;

OSSERVA:

il ricorso si palesa infondato in ordine al primo motivo, fondato quanto al secondo e terzo, alla stregua delle seguenti rispettive considerazioni:

1A mot. viol. e falsa appl. D.L. n. 121, art. 4, conv. in L. n. 168 del 2002 e L. n. 241 del 1990, art. 3). La giurisprudenza citata dal ricorrente (Cass. 12833/07, cui va aggiunta la successiva e conforme Cass. 7419/09), pur affermando la necessità ai fini della validità del verbale di contestazione della presenza della segnaletica di preventiva informazione degli automobilisti in transito, non esige tuttavia che tale circostanza sia anche, sotto comminatoria di nullità, indicata nel processo verbale; in mancanza, pertanto, di una espressa disposizione in tal senso ed in considerazione del principio della tassatività delle nullità degli atti, non è censurabile l'affermazione di principio oggetto del mezzo d'impugnazione che non ha posto in discussione l'obbligatorietà dell'informazione in questione; sicchè quando la relativa ottemperanza sia stata comunque accertata o ammessa la mancanza di una espressa menzione dell'esistenza dei cartelli premonitori nel verbale di contestazione non ne inficia la validità, nè può invocarsi in contrario il principio della "trasparenza" degli atti amministrativi, tenuto conto dell'agevole verificabilità al riguardo della condizione in questione.

2A e 3A motivo (viol. o falsa appl. art. 115 c.p.c., art. 2697 c.c. e D.L. n. 117, art. 3, comma 1 lett. conv. in L. n. 160 del 2007, insufficiente motivazione).

Manifestamente fondate sono invece le censure contenute nei successivi due motivi, considerato che l'opponente nel ricorso introduttivo aveva espressamente dedotto e, non solo ipotizzato (come opina il giudice di appello), di essersi immesso sulla strada statale da una provinciale (la "(****)") e di non aver incontrato alcun cartello segnalante la successiva presenza dell'autovelox. In siffatto contesto non sarebbe stato, dunque, sufficiente accertare l'esistenza di un unico e qualsiasi cartello premonitore sulla strada statale, essendo necessario invece verificarne, in coerenza alle finalità perseguite dalla disposizione di cui all'art. 4 cit. D.L., perché l'avvertimento potesse ritenersi effettivo (come poi confermato dal D.M. 15 agosto 2007, art. 2), la presenza specifica ed a congrua distanza in, la suddetta intersezione e la successiva postazione fissa di rilevazione della velocità, il relativo onere probatorio, in mancanza di attestazione fidefacente al riguardo contenuta nel verbale, incombeva sull'amministrazione opposta, trattandosi di una condizione di legittimità della pretesa sanzionatoria.

I rimanenti motivi, formulati solo in via subordinata dal ricorrente, rimangono assorbiti. Si propone, conclusivamente, il rigetto del primo motivo, l'accoglimento del secondo e terzo l'assorbimento dei rimanenti e la cassazione con rinvio della sentenza impugnata".

Tanto premesso, non essendo state depositate memorie di parte, nè formulate osservazioni in udienza, condividendo il collegio integralmente le ragioni della proposta del relatore, provvede in conformità, demandando al giudice di rinvio il regolamento delle spese de presente giudizio.

P.Q.M.

LA CORTE rigetta il primo motivo di ricorso,accoglie il secondo ed il terzo cassa la sentenza impugnata in relazione alle censure accolte e rinvia, anche per le spese del presente giudizio, al Tribunale di Acqui Terme in persona di diverso magistrato

martedì 1 marzo 2011

Sentenza 7073/2011. La Corte di Cassazione contro l'ideologia del dio padrone dei cristiani


Ancora una volta la Corte di Cassazione sentenzia contro il delirio di onnipotenza del dio padrone cristiano legittimando il diritto all’indignazione dei cittadini per le ingiustizie o i torti, veri o presunti, subiti. E’ possibile che sia necessario l’intervento SEMPRE della Corte Costituzionale?
I cittadini si indignano e qualche magistrato li condanna per l’indignazione: si tratta sempre di un atto di terrorismo messo in atto da quel magistrato. Le leggi vanno rispettate, non solo quelle che fanno comodo.
Così nella sentenza n. 7073 del 23 febbraio 2011 la Corte di Cassazione dichiarando non punibile un lavoratore, già condannato dal giudice di Pace, dichiarano che il Giudice di Pace

"avrebbe dovuto valutare: a) se la condotta delle persone diffamate integrasse un fatto ingiusto e quindi gli estremi della provocazione, b) se la condotta del ricorrente potesse essere considerata una reazione a tale fatto ingiusto, c) se ricorresse il requisito della immediatezza, tenendo presente che (...) non è necessario che la reazione venga attuata nello stesso momento in cui si sia ricevuta l'offesa, essendo sufficiente che essa abbia luogo finché duri lo stato d'ira suscitato dal fatto provocatorio, a nulla rilevando che sia trascorso del tempo, ove il ritardo nella reazione sia dipeso unicamente dalla natura e dalle esigenze proprie degli strumenti adoperati per ritorcere l'offesa".

In sostanza la Corte di Cassazione, nella sentenza 7073 del 23 febbraio 2011 riafferma il diritto allo stato d’ira cosa negata sia dall’ideologia del dio padrone dei cristiani che dalla giurisprudenza che deriva dall’assolutismo del dio padrone dei cristiani.
Purtroppo troppo spesso i magistrati si identificano con il criminale in croce che il ministero di Grazia e Giustizia, al fine di ingiuriare la Costituzione della Repubblica, impone nei tribunali in sostituzione alle norme Costituzionali.
Il diritto all’indignazione è un diritto sacro nella nostra Costituzione anche se, coloro che provocano le indignazioni, si identificano sempre col dio padrone cristiano e ritengono che le persone non siano portatrici di diritti Costituzionali, ma si debbano mettere in ginocchio davanti a loro.

Cosa provocava l’indignazione del lavoratore che ha offeso con frasi scritte su volantini l’azienda che è ricorsa al giudice per la calunnia?
Si tratta di una persona, un lavoratore che è stato licenziato perché ha subito una denuncia calunniosa in cui lo si accusava di molestie sessuali. Al momento del licenziamento l’azienda gli aveva promesso un lavoro alternativo. Solo che l’azienda non ha mantenuto fede alla promessa fatta e ciò ha suscitato l’ira del lavoratore che la espletava in volantini con frasi astrattamente ingiuriose nei confronti di un’azienda che si era fatta dio padrone e riteneva di non dover rispettare la parola data.

Le persone non sono bestiame in ginocchio davanti al dio padrone cristiano. Sono dei soggetti di diritto Costituzionale. Diritti che devono sempre essere rispettati specialmente quando il soggetto che pretende il rispetto dei diritti è socialmente più debole e psicologicamente più fragile.


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01 marzo 2011
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