venerdì 14 ottobre 2011

Terrore sui figli. Violenza sessuale e coercizione emotiva. La Corte di Cassazione condanna: e la società civile?



Come possiamo dedurre dalle sentenze, la Corte di Cassazione sta facendo, per quanto le è possibile, un grande lavoro di ripristino della legalità democratica là dove il terrore dell’educazione cattolica impone l’assolutismo, il dispotismo e la violenza. In particolare sui figli.
Saranno necessari molti anni affinché la linea di libertà sociale praticata dalla Corte di Cassazione diventi patrimonio sociale in presenza delle attività eversive della chiesa cattolica.
I figli come oggetto di possesso è uno dei valori fondanti il cristianesimo e che i cristiani lo riproducono nella società nonostante indirizzi diversi delle norme sociali: un vero e proprio atto eversivo nei confronti delle leggi dello Stato.
Ne consegue che l’unica possibilità per affiancare l’attività di liberazione della Corte di Cassazione è la nascita di una religione che anziché mettere al centro della propria struttura dogmatica lo schiavismo e la sottomissione, come fa la religione cristiana, abbia al centro una teologia religiosa di libertà capace di calarsi come morale e dogma comportamentale nella società civile.
Riporto due sentenze con cui la Corte di Cassazione censura dei comportamenti che, sia pur differenti nelle intenzioni e nella sostanza, hanno al centro dei reati censutati la concezione secondo cui i figli sono oggetti da possedere e non soggetti che impongono ai genitori dei doveri di assistenza per favorire la loro crescita.
Il primo caso è il caso del “figlio bambolotto”. Una madre, mai cresciuta come donna, dipendente dal padre, ha costretto il figlio a non veicolare le proprie pulsioni nel mondo menomandone la crescita e l’autostima nell’affrontare le condizioni che la società richiede. Hanno danneggiato sia il loro figlio che la società. Il figlio non è un oggetto posseduto dalla madre e dal nonno, ma madre e nonno avrebbero dovuto mettersi al servizio del figlio per favorire la sua crescita come cittadino responsabile. Non facendolo, hanno, di fatto, sparato nella testa del loro figlio “gambizzandolo” nella sua struttura psichica.
Riporto il fatto di cronaca:


"E' troppo protettiva"
Condannata la mamma
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di una donna ferrarese, già condannata in primo grado e in appello per aver tenuto troppo suo figlio dentro le mura domestiche


A tutto c’è un limite, anche alle cure materne. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, che ha condannato una mamma e un nonno per eccesso di attenzioni nei confronti del figlio (e nipote).
La vicenda risale ai primi anni 2000. Marito e moglie sono separati, e l’affidamento del bimbo viene dato alla madre. La quale però, con l’aiuto del nonno, crea attorno al figlio un rigido cordone protettivo che di fatto impedisce al bambino qualsiasi rapporto con il mondo esterno: si tratti di amici o dello stesso papà, che infatti reagisce e si rivolge alla magistratura.
La sentenza di primo grado, emessa dal Tribunale di Ferrara, è del 2007. Madre e nonno vengono condannati a un anno e quattro mesi di reclusione. L’impianto accusatorio è grave: i due, stabilisce infatti il tribunale, hanno impedito al bimbo di avere qualsiasi rapporto con i coetanei fino ai sei anni, quando è andato a scuola, e hanno fatto di tutto per screditare la figura del padre, descrivendolo come una persona violenta e arrivando a costringere il piccolo a utilizzare il cognome materno. Vessazioni psicologiche che hanno avuto effetti negativi anche sullo sviluppo fisico del bambino, che mostrava difficoltà evidenti a camminare.
Nell’ottobre del 2010 il processo di Appello, a Bologna, conferma la sentenza di primo grado.
Mamma e nonno si rivolgono così alla Cassazione, che però (la sentenza è stata depositata oggi in cancelleria) conferma a sua volta - e in via definitiva - la condanna. Per la Suprema Corte, infatti, "l'iperprotezione e l'ipercura" costituiscono a tutti gli effetti reato di maltrattamenti. Specie se, come in questo caso, il risultato è quello di un danno all’integrità fisica e psichica del minore.

Tratto da:
http://bologna.repubblica.it/cronaca/2011/10/11/news/e_troppo_iperprotettiva_condannata_la_mamma-23040380/


La madre che favorisce la violenza del padre sulle figlie ha la stessa responsabilità penale del padre per la violenza sulle figlie.
Ricordo come nella bibbia degli ebrei e dei cristiani, fra le proibizioni dei rapporti sessuali, non c’è la proibizione al padre di far violenza sessuale a figli e figlie ritenendo tale atto LEGIITIMO.
La pratica della pedofilia e della pederastia, favorita dalle norme dottrinali della bibbia e fissate dal cattolicesimo che chiama “padre” ogni prete cattolico, è sempre stata una piaga sociale che vede nella pretesa di Gesù di possedere le persone la sua legittimazione. Un Gesù che, per l’Imitatio Christi alla quale i preti cattolici si rifanno, viene arrestato con il bambino nudo: modello imitato da preti cattolici e dai cristiani in generale.
Contro questa aberrazione sociale, voluta ed imposta dalla chiesa cattolica (che non ha mai condannato Gesù), si ergono le sentenze della Corte di Cassazione. Una Corte di Cassazione che non tollera nemmeno la fragilità della “madre” che consente al “padre” di violentare le proprie figlie. Non si giustifica questo tipo di reati con la fragilità e l’incapacità a reagire.
Riporto il fatto di cronaca:


Cassazione: Padre violenta le figlie, condannata la madre che tace
I giudici della Suprema Corte:"Personalità fragile della donna non è un'esimente"



Roma, 12 ott. (TMNews) - È ritenuta responsabile, e quindi punibile, la madre che è consapevole dei reati di violenza ai danni delle figlie da parte del marito e non lo denuncia, anche se è completamente soggiogata dal marito. La Corte di cassazione, con una sentenza del 12 ottobre 2011, riporta il sito Cassazione.net, ha rigettato i ricorsi dei coniugi accusati l'uno di relazioni incestuose nei riguardi delle figlie minorenni e l'altra di averle taciute.Un cinquantunenne è stato accusato di violenze sessuali sulle due figlie. La denuncia non è stata fatta dalla moglie e madre delle due, ma dal fratello e dai vicini di casa: secondo i racconti, gli atti avvenivano in casa, in particolare nel letto matrimoniale, tenuto libero dalla madre, che attendeva in un'altra stanza che "il marito e la figlia di turno" terminassero. Secondo la terza sezione penale la donna, che l'atto del ricorso definiva "una vittima con fragile personalità", era consapevole dei reati che si consumavano in famiglia, sia perché il marito non assumeva nessuna precauzione per rendere riservati i rapporti, sia perché essa li favoriva.In pratica, secondo gli Ermellini, anche se la donna è stata definita "priva di autonomia intellettiva, sociale ed economica", questo non giustifica la sua inattività nel tutelare l'integrità fisica e psichica delle figlie.

Tratto da:
http://www.tmnews.it/web/sezioni/top10/20111012_180224.shtml


Non basta l’impegno di un organo giudiziario che spesso deve mettere ordine nelle idee preconcette di magistrati periferici che si considerano creati ad immagine e somiglianza di un dio padrone. E’ necessario costruire una nuova e diversa mentalità religiosa che abbia nel suo centro dogmatico il comportamento morale capace di impegnare le persone nella costruzione del futuro, dei propri figli e della società tutta.


Entra nel circuito del pensiero religioso, sociale, economico ed etico della Religione Pagana!


14 ottobre 2011
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo
P.le Parmesan, 8
30175 – Marghera Venezia
Tel. 3277862784
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